Non siamo su un sentiero di resilienza

L'impatto dell'uragano Ida - categoria 4, con venti massimi di 240 km/h - ha causato pesanti danni infrastrutturali, 63 vittime dirette e 7 indirette. I danni totali sono stati stimati in oltre 50 miliardi di dollari.

Questo dimostra non solo che non siamo ancora resilienti ai grandi eventi, ma anche che i piani e i progetti realizzati in questi anni non sono pronti a superare l’aumento degli effetti causati dal cambiamento climatico. Non siamo su un sentiero di resilienza.


 

"The BIG U" e l’uragano Ida

New York ha investito per incrementare la sua resilienza ad eventi straordinari. Lo sforzo nasce dopo il passaggio dell’uragano Sandy su New York nel mese di ottobre 2012: l’onda di marea dell’uragano ha inondato il 17% della superficie della città, causando 44 vittime e danni per 19 miliardi di dollari. I quartieri sono stati devastati: 88.700 edifici sono stati allagati, 23.400 sono state le imprese coinvolte, oltre 2.000.000 di residenti sono rimasti senza energia elettrica per settimane e la carenza di carburante si è protratta per più di un mese.

 

Il cambiamento climatico sta modificando i parametri progettuali

Le tempeste estreme stanno diventando più comuni poiché il cambiamento climatico rende le precipitazioni più intense. Non solo, aumentano anche i periodi di siccità. Questa situazione sta portando a tanti effetti: impermeabilizzazione dei suoli, incendi, dissesto idrogeologico, oltre quelli devastanti degli eventi estremi.

E l’accelerazione del cambiamento rende questi fenomeni più intensi, cambiando di fatto i parametri progettuali. Quelli che sono effetti considerati con una frequenza bassissima, oltre i 1.000 anni, oggi diventano sempre più frequenti, e chi progetta, che deve tenere conto dei tempi di ritorno, dovrebbe rivedere completamente i parametri. 

E purtroppo le amministrazioni pubbliche non hanno ancora compreso l’entità dei problemi. I governi dei paesi, delle regioni, delle città, dovrebbero capire l’importanza di prepararsi alle minacce risultanti, che possono variare da inondazioni a dissesti geologici. 

L'adattamento richiederà tempo e denaro, ma gli sforzi per il cambiamento climatico e l'adattamento stanno procedendo a velocità diverse.

 

La resilienza 

Il termine resilienza deriva dal latino re-silio, ovvero “risalire, tornare indietro”. Si tratta di un termine ancora "nuovo", molti ancora non ne conoscono neppure il significato, fino a pochi anni fa non veniva neppure citato, e solo di recente si è cominciato a utilizzarlo, in ingegneria come in architettura, in sociologia come in psicologia, in ecologia come in biologia ...

Già prima di questa accelerazione dovuta al cambiamento climatico la capacità di resilienza dei nostri territori e delle nostre città, in Italia e nel mondo, appariva debole. Lo dimostrano i numerosi casi di dissesto, purtroppo molto spesso con morti oltre che con ingenti danni economici.

Ma lo dimostrano anche i casi in cui - a causa di evento drammatico - la mancanza di resilienza si è tradotta in blocco delle reti infrastrutturali per intere aree, interruzione di servizi primari, ossia danni correlati importanti.

Ecco quindi perché si è cominciato a parlare di comunità, città, territori resilienti. Ed ecco perchè il termine da «lessicale» è anche diventato progettuale, e si sono sviluppati i primi modelli matematici di valutazione del livello di resilienza e dei costi collegati alla mancanza di resilienza.

La resilienza quindi nella progettazione si è accostata, o meglio, è stata inglobata, nei temi della sostenibilità, diventandone uno dei pilastri fondanti. 

Nella progettazione di edifici, la resilienza si riferisce ancora quindi al progetto elaborato dall’ingegnere e dall’architetto, nelle sue diverse connotazioni: della sicurezza, della resistenza agli eventi speciali, della efficienza energetica e della manutenzione.

L’obiettivo del progetto, "The Big U", non è solo quello di proteggere la città contro le inondazioni e l’acqua piovana, ma anche di intervenire sul territorio dal punto di vista sociale e ambientale creando spazi pubblici.

Eppure, malgrado questo importante investimento, l’uragano Ida ha schivato le difese contro le inondazioni di New York. 

Quando la tempesta si è spostata sulla costa orientale, New York City è stata colpita molto duramente. Oltre 10 cm di pioggia sono caduti a Central Park nel giro di un'ora, battendo un record stabilito poco più di una settimana prima. Le inondazioni hanno trasformato i viali in canali e i gradini della metropolitana in cascate, lasciando i residenti bloccati o intrappolati. Le inondazioni hanno provocato 63 vittime dirette (di cui 27 in New Jersey, 18 nello stato di New York).

Questo nonostante i miliardi di dollari che la città ha speso per migliorare le sue difese contro le inondazioni dall'uragano Sandy nel 2012.

 

L’esperienza di Ida è un allarme importante

Tornando a quanto accaduto di recente a New York City con l’uragano Ida, se si confrontano i danni di questo evento con quanto avvenuto nel 2005 e poi nel 2012 ovviamente non si può non registrare un netto miglioramento. Ma non sufficiente. E stiamo parlando di una Città, che come già accennato, è stata relativamente lungimirante quando si tratta di prepararsi alle inondazioni: per anni, la città ha adottato architetture più permeabili, come tetti verdi e giardini pluviali, e pompe e tubi di drenaggio aggiornati. 

Il problema è che stiamo assistendo a una crescita di eventi e dei relativi impatti sempre più netta, con una evoluzione che procede sempre più velocemente, e ci rendiamo così conto che gli adattamenti in corso di realizzazione non stanno tenendo il passo.

 

I danni delll'uragano Ida che ha colpito gli Usa

 L'immagine è tratta dal profilo Facebook istituzionale del Sindaco di New York City Bill De Blasio

 

Il Governatore di New York, Kathy Hochul, ha osservato che la città ha investito sulla resilienza, le aree costiere sono in condizioni molto migliori di prima, ma la vulnerabilità è rimasta. Peraltro gli eventi non sono tutti uguali. L’uragano Sandy nel 2012 ha portato a un problema di inondazione, mentre l'Ida illustra la complessa minaccia di inondazioni che la città deve affrontare a causa del cambiamento climatico.

Sandy ha causato un'intensa mareggiata, dove l'oceano si è «riversato» nella città e quindi si è lavorato sulle protezioni e le barriere marine. Ida invece ha scaricato volumi d'acqua altissimi in tutta la città in breve tempo, un problema che le barriere marine e le altre protezioni costiere non possono risolvere.

Una delle cause sono le superfici impermeabili, che fanno sì che l'acqua scorra verso il basso invece di affondare nel terreno come potrebbe nelle praterie o nelle foreste. E se quantità di acua elevate scorrono insieme, le conseguenze sono importanti. Questo fa capire che gli interventi non possono riguardare solo il contesto di contorno, come la valorizzazione di invasi d’acqua di emergenza o il consolidamento idrogeologico delle aree limitrofe, che sono comunque importanti. Occorre ridisegnare la città per risolvere il problema «a valle».

A monte, ed è ovviamente ancora più importante, bisogno ridurre/eliminare l’azione antropica di cambiamento climatico, a cominciare dall’aumento delle temperature.

 

Questi problemi devono diventare parte di un piano prioritario di ogni paese

Per questo New York aveva pubblicato nel mese di maggio di quest’anno (2021) un piano dedicato propria alla resilienza legata al problema delle acque piovane che includeva una valutazione del rischio di alluvione in tutta la città e proponeva soluzioni che andavano da strategie sociali, come l'educazione dei consigli comunali locali sui rischi di alluvione, a tecniche ingegneristiche come più tetti verdi e giardini pluviali.

Non solo, il Dipartimento per la protezione ambientale della città sta valutando piani per le aree particolarmente colpite durante le tempeste più intense. Lo studio Cloudburst Resiliency, completato nel 2018, ha esaminato le strategie per affrontare gli eventi di pioggia estrema. I piani pilota in un'area frequentemente allagata nel Queens includevano infrastrutture verdi come passerelle per parchi allagabili, nonché un campo da basket progettato per trattenere l'acqua durante le grandi inondazioni.

Ma a New York come in altre città per realizzare queste o altre soluzioni per la gestione delle acque piovane si richiedono finanziamenti importanti e alcune di queste richiederebbero un decennio per essere ingegnerizzate. Per questo il problema non può essere affrontato solo con quei proclami che seguono un evento catastrofico, ma devono diventare parte di un piano prioritario di ogni paese.

 

Il Pnrr italiano

A causa della Pandemia COVID-19 l’Unione Europa ha stanziato importanti fondi per il programma "Next generation Eu", di cui l’Italia è uno dei potenziali paesi più interessati, e per poterli utilizzare il governo Draghi ha dovuto predisporre il cosiddetto 'Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)'. Sono 235,12 miliardi di euro le risorse che saranno gestite dall’Italia nell’ambito del Pnrr.

Il documento, recentemente approvato dalla Commissione, descrive quali progetti l’Italia intende realizzare grazie ai fondi comunitari. Il piano delinea inoltre come tali risorse saranno gestite e presenta anche un calendario di riforme collegate finalizzate in parte all’attuazione del piano e in parte alla modernizzazione del paese.

Il piano è stato realizzato seguendo le linee guida emanate dalla commissione europea e si articola su tre assi principali: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale

Il Pnrr raggruppa i progetti di investimento in 16 componenti, a loro volta raggruppate in 6 missioni:

  • Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo;
  • Rivoluzione verde e transizione ecologica;
  • Infrastrutture per una mobilità sostenibile;
  • Istruzione e ricerca;
  • Coesione e inclusione;
  • Salute.

 

Una parte importante di questi fondi, circa 62 miliardi, riguardano gli interventi sulle infrastrutture, sulla mobilità e sulla logistica sostenibili. Questo perchè ai 41 miliardi di risorse europee del programma Next Generation Eu (40,7 miliardi) si aggiungono del React Eu (313 milioni), e risorse nazionali per quasi 21 miliardi di euro.

Il Ministro Enrico Giovannini dichiarò al momento dell’approvazione “Il MIMS assume un ruolo centrale nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Abbiamo l’occasione di progettare un Paese sostenibile e resiliente con una visione di medio-lungo periodo. Il Pnrr è solo l’inizio di un processo che prevede investimenti senza precedenti per la costruzione e la riqualificazione di infrastrutture, per la mobilità sostenibile, per rafforzare le imprese e migliorare la qualità del lavoro e della vita delle persone, tutelando gli ecosistemi terrestri e marini”.

I progetti di competenza del Mims riguardano: l’estensione dell’alta velocità ferroviaria e il potenziamento delle reti regionali; il rinnovo dei treni, degli autobus e delle navi per la riduzione delle emissioni; gli investimenti per lo sviluppo dei porti, della logistica e dei trasporti marittimi; gli interventi di digitalizzazione per la sicurezza di strade e autostrade; la transizione ecologica della logistica; lo sviluppo della mobilità ciclistica e delle strade provinciali per migliorare la viabilità delle aree interne; la qualità dell’abitare e le infrastrutture sociali; la tutela e la valorizzazione delle risorse idriche.

All’interno ci sono quindi i fondi anche per migliorare la resilienza dei territori. E c’è un miliardo per le ciclabili.

 

La resilienza richiede conoscenza tecnica e norme a supporto

Ma una ciclabile può essere realizzata - come sta accadendo per la recente «Ciclovia Sole» che congiungerà Verona e Firenze sviluppandosi per 686 km - con un supporto impermeabile oppure drenante. Nel primo caso ha una ulteriore impermeabilizzazione del territorio, nel secondo aumento la resilienza. E purtroppo in Italia manca una norma tecnica per la realizzazione delle ciclovie. 

Nelle città, si stanno realizzando chilometri di ciclabili, ma ricavandole spesso dai marciapiedi esistenti. E considerando il problema, ancora irrisolto, dei monopattini elettrici, di fatto si sta creando un problema di mobilità lenta invece che una soluzione.

 

Una riflessione di Andrea Dari sul tema della resilienza e sui modi per raggiungerla

 

Faccio un altro esempio. Si sta spingendo fortemente per la mobilità elettrica. Per ricaricare un’auto elettrica in 5/6 ore non è più sufficiente avere in casa un impianto da 3,7 kW ma da 7,4 kW. Pensiamo a un condominio in città, quanta energia servirebbe per dare a tutti i condomini la possibilità di ricaricare le auto elettriche.

Pensiamo al sovraccarico di rete incredibile e consideriamo che in California, dove meno dell’1% delle auto sono elettriche, in luglio hanno dovuto chiedere di ricaricare le auto solo in certi orari. La soluzione c’è: trasformare il condominio in una centrale di produzione di energia elettrica.

Alcuni onorevoli, con il supporto di Legambiente avevano proposto un emendamento al Dl Semplificazioni per consentire di installare i pannelli fotovoltaici (paralleli al tetto e non visibili dalla strada) sui tetti dei centri storici senza passare per la sopraintendenza. Il MIBACT l’ha bocciato.

Poichè il diavolo si nasconde nei particolari è quindi importante non solo spendere per realizzare progetti, ma anche come realizzare questi progetti.  

 

Le città si stanno impegnando sulla resilienza?

Esiste una norma per valutare la resilienza. Nel 2020 è stata infatti pubblicata la ISO 37123 che fornisce gli indicatori per valutare la capacità di adattamento delle città. 

La ISO 37123 “Indicators for resilient cities” infatti fornisce gli indicatori per valutare il livello di resilienza delle città, cioè la loro capacità di adattarsi alle sfide e di reagire in caso di eventi imprevisti, mantenendo attive le funzioni essenziali. Tutte le ISO, che fanno parte di questa famiglia, hanno lo scopo di aiutare le comunità ad attuare una strategia di sviluppo sostenibile, che tenga in considerazione il contesto economico, sociale e ambientale.

Esse sono studiate per offrire alle comunità una strategia di sviluppo a lungo termine, rispettando le risorse e i bisogni delle generazioni presenti e future.

Il report 2018 del Patto dei Sindaci, pubblicato a fine dicembre 2018, mette in luce che sono state più di 8.800 le città ambiziose che hanno aderito all’iniziativa, includendo nel progetto quasi la metà della popolazione dell’UE. Il Patto dei Sindaci coinvolge città di ogni dimensione, ma la maggior parte (68%) sono Comuni di piccole dimensioni (con meno di 10.000 abitanti). Ma di questi non so quanti comuni abbiano utilizzato utilizzato questa norma per autovalutarsi.

Ho notizie dal libro di Pietro Mezzi «Fare resilienza» che solo il Comune di Milano abbia nominato un "Chief resilience officer” (quale il ruolo di questa figura: sono i responsabili della resilienza o i pianificatori della continuità aziendale sviluppano, mantengono o implementano strategie e soluzioni per la continuità aziendale e la mitigazione e il ripristino dei disastri, comprese le valutazioni dei rischi, le analisi dell'impatto aziendale, la selezione della strategia e la documentazione delle procedure).

Nel frattempo, se non diamo un seguito concreto, i problemi dovuti alla mancanza di resilienza continueranno a uccidere. Le soluzioni ingegneristiche ci sono e potrebbero aiutare a ridurre questi effetti, ma servono norme, competenza e interventi concreti.

E allora non posso concludere che citando Casey Crownhart che sulla rivista del MIT ha scritto: "In definitiva, se il riscaldamento continua, le tempeste future probabilmente peggioreranno ulteriormente. E limitare i danni futuri richiederà una serie di soluzioni: ecologica, sociale, legale e ingegnerizzata. Ma Ida, insieme alla pletora di altri disastri climatici di quest'anno, dagli incendi al caldo estremo, ha reso estremamente chiaro: il cambiamento climatico non è più un problema futuro da evitare. Sta succedendo ora e stiamo solo cercando di tenere il passo."