Chi può esercitare la professione

Quanto accaduto negli ultimi mesi nell’ambito dell’applicazione dei Bonus mi ha portato ad alcune riflessioni riguardanti il futuro della professione. E non intendo solo la “libera professione”.

Sui Bonus, in effetti, ne abbiamo visto di tutti i colori, con un andirivieni di posizioni normative che hanno generato tanta confusione e purtroppo tanti problemi. 

La causa principale di quanto accaduto nasce da un’attenzione, o meglio, una mancanza di attenzione iniziale sulla qualifica degli interventi e di chi poteva intervenire.

Non entrerò nel merito di ogni specifico provvedimento o questione, mi limiterò ad osservare che alcune scelte sbagliate hanno portato a un proliferare di microimprese non qualificate e non strutturate, all’avvio di tanti lavori malfatti e tanti che non si completeranno, a sanzioni assurde per i professionisti tecnici e, ad oggi, a un sostanziale blocco dei finanziamenti. 

Tenendo conto che si stavano utilizzando soldi pubblici se all’inizio si fossero subito inseriti meccanismi di selezione attingendo a norme già esistenti oggi la situazione sarebbe diversa.

 

Chi può esercitare la professione

 

Chi può esercitare la professione di impresa nelle costruzioni

In effetti la prima domanda che ci viene in mente è propria questa. Perchè oggi il settore delle costruzioni paga con gli interessi questo liberismo senza limiti, che consente a chiunque di poter andare in camera di commercio e aprire un’impresa edile.

Società che per poter operare nei LLPP dovranno conseguire delle attestazioni, ma che per lavorare nel privato gli è sufficiente di fatto la sola partita IVA e un furgone. 

Questa deregolamentazione ha purtroppo inciso negativamente sulla qualità del settore danneggiando e penalizzando le aziende strutturate e di conseguenza sulla qualità degli interventi. 

Il bestiario che si può costruire fotografando oggi quanto accade in numerosi cantieri sui bonus probabilmente sarebbe troppo grande per essere stampato o minimamente raccontato. 

E questa frammentazione delle imprese ha purtroppo portato a perdere parte di quel patrimonio tecnico culturale che era tipico della manodopera italiana nel mondo.

 

Su cosa agire ? ovviamente sul “CHI PUÒ FARE”. 

La certificazione tramite norme UNI degli applicatori specializzati può essere utile per fare un minimo di selezione sulla base della competenza, ma non basta, e l’atteso nuovo testo unico delle costruzioni dovrebbe essere un riferimento per una qualifica che oggi non c’è.

 

Chi può esercitare la professione di produttore di tecnologie, sistemi e prodotti per le costruzioni

Nelle costruzioni il mondo della fornitura è più regolamentato rispetto a quello delle imprese: oggi abbiamo certificazioni, marchiature, attestazioni di diversi generi che riguardano gli aspetti ambientali, tecnici, di salubrità, di sicurezza e spesso l’ottenimento di questi documenti è già un primo filtro per assicurare la qualità del mercato.

Un primo sistema di selezione quindi c’è, anche se a volte le norme impongono vincoli e filtri troppo severi, in altri troppo laschi. Si prenda il caso del calcestruzzo: la certificazione FPC degli impianti di betonaggio è troppo blanda, e questo la rende praticamente inutile per fare una selezione tra chi opera nel mercato, la certificazione CVT dei calcestruzzi fibrorinforzati è troppo severa, e quindi di fatto non applicabile.

Esiste comunque un problema qualità anche per le forniture, che va oltre a timbri e certificazioni. E i bonus non hanno di fatto aiutato a qualificare questo mercato. 

Una nota dell’ENEA di qualche mese fa denunciava il fatto che nei prezzari vi fossero casi di prodotti aziendali con prestazioni non corrette. 

Questo accade in particolare per quei settori più legati alle finiture, dove esistono in genere norme volontarie e meno controlli, e su cui i professionisti che si occupano della progettazione, della direzione lavori e della gestione del cantiere hanno minore cultura rispetto alle attività principali.

Sono settori dove le “aziende serie”, i cui prodotti vengono posti sul mercato solo dopo approfondite sperimentazioni, spesso accompagnate da ricerche realizzate anche a livello accademico, e dopo aver superato una serie di controlli e di certificazioni, devono confrontarsi con una concorrenza sleale da parte di aziende in cui i prodotti e le relative schede tecniche sono purtroppo una sorta di sbiadita fotocopia dei prodotti originali. 

Conosco aziende - anche piccole - che con grande sacrificio hanno investito in collaborazioni universitarie per mettere a punto le proprie tecnologie e sistemi e oggi devono confrontarsi con “cloni improbabili” che sulla carta appaiono offrire a metà prezzo le stesse prestazioni.

Sono le aziende serie a chiedere una selezione - applicabile e corretta - perchè solo un mercato con regole serie riconosce il valore, e se c’è il valore allora ci sono le risorse per fare ricerca, crescere, e diventare forte anche all’estero.

Su cosa agire ? Anche qui la priorità è quella di agire sul “CHI PUÒ FARE” per una selezione di partenza che impedisca la messa in commercio di prodotti e soluzioni che poi purtroppo i controlli in cantiere non hanno la possibilità di selezionare.

Il mercato ne risulterebbe qualificato, le aziende serie ne sarebbero avvantaggiate e avrebbero le risorse per investire in innovazione e sostenibilità.

 

Chi può esercitare la professione tecnica 

Questo punto risulta apparentemente di facile soluzione, considerata l’esistenza delle professioni regolamentate.

Ma non è proprio così. 

Se c’è confusione tra gli ambiti di attività per i professionisti iscritti agli albi - e assistiamo ancora oggi a qualche dibattito sulla cosa - vi è una vera e propria giungla tra le professioni non regolamentate.

Il punto di partenza, per qualsiasi riflessione sulla professione tecnica è quello del significato di “competenza”.

Se da un punto di vista giudiziario è la legittimazione normativa di un’autorità o di un organo a svolgere determinate funzioni, è chiaro che in ambiti non specificatamente normati questa definizione è di difficile applicazione, e allora occorra rifarsi al principio che la competenza derivi dal patrimonio di conoscenze, esperienze ed abilità maturate in uno specifico ambito. 

Conoscenza che richiede una specifica preparazione tecnica di base che solo un adeguato percorso di studio può dare, e un’adeguato periodo di esperienza per poter trasferire le conoscenze teoriche in ambito pratico e reale, e infine ma non di minore importanza l’abilità a sapere gestire le conoscenze ed esperienze per portarle in ambito pratico. 

Per guidare un’auto occorre la patente, esperienza ed abilità di guida.

Come dicevamo, sulle professioni il mondo delle costruzioni si divide oggi in due aree: quelle “regolamentate” e le “altre”.

Per quanto riguarda le “altre” vi è una intensa attività di normazione in sede volontaria da parte dell’UNI, che con il supporto meritevole delle Associazioni di rappresentanza dei settori industriali, che ovviamente hanno un forte interesse perchè la competenza e la qualità sia un elemento distintivo del mercato, e delle aziende che ne fanno parte proprio per difendere questi valori, ha da tempo avviato un percorso per poter dare un supporto normativo alla qualifica delle professioni non regolamentate e delle specializzazioni che riguardano l’edilizia e le costruzioni. 

Ma questo non basta e oggi il problema è più grave, molto più diffuso, che nel passato. Nel passato mai ci si sarebbe affidati a un “non medico” per un problema di salute, come a un “non ingegnere” per un problema strutturale, e poter fare altri esempi per architetti, geologi, geometri, periti … 

Esisteva un clima di rispetto tra professionista e professionista e tra cittadino e professionista.

Oggi è diverso, e i Social ne sono la causa principale.

Per comprenderlo è sufficiente osservare quanto accade in campo medico, con “esperti” che dispensano giudizi e pareri senza alcun ritegno professionale. Su Facebook o su Linkedin è facile incontrare sedicenti stregoni esperti di diete, vaccini, tumori e quant’altro possa violare il giuramento di Ippocrate.

Questo accade anche nelle costruzioni.

Sorgono sempre più spesso esperti “laureati su facebook”, figure che senza avere avuto un adeguato percorso di studi completato con una esperienza sul campo e da una dimostrata abilità, sfruttando il megafono del web e di alcuni webinar purtroppo spregiudicatamente commerciali e si ergono a «maestri» del settore.

E per supportare queste “competenze naturali” vediamo sorgere nuovi mestieri, nuove specializzazioni e pseudo certificazioni. E poichè i social spingono, capita che alcuni di questi diventino anche autori di libri, che spegiudicatamente alcuni editori pubblicano senza alcuna verifica minimale. D’altronde, se una settimana dopo che sono uscite le norme tecniche vengono messi in commercio libri di approfondimento (una volta l’approfondimento era un’altra cosa) allora cosa possiamo aspettarci?

Su cosa agire quindi ? Anche in questo caso la priorità è quella di agire sul “CHI PUÒ FARE”. 

Per la tutela del cittadino si dovrebbe valorizzare con maggiore attenzione il ruolo delle professioni regolamentate. 

Chi esercita una professione regolamentata ha dovuto sostenere con successo un adeguato percorso di studi, superare un esame di stato ed essere iscritto a un Ordine.

Attenzione, l’Ordine professionale non è un’associazione di categoria, ma è un organo dello stato creato per tutelare la professione e non il professionista.

L’Ordine professionale è quindi una garanzia per il cittadino.

Ma non basta: il professionista iscritto all’ordine deve avere un’assicurazione professionale, deve fare dei corsi periodici di aggiornamento … insomma, è già in partenza una figura qualificata. Se lo stato poi volesse qualche specifica attitudine tecnica, dovrebbe sempre partire dal professionista tecnico iscritto all’Ordine, e se vi sono specializzazioni spinte, lo potrà fare puntando su processi che partono sempre da un professionista regolamentato.

In questo modo tuterebbe anche gli interessi del cittadino e dello stesso Paese. 

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