Tira, CENSU: etica della sostenibilità ambientale contro il dissesto idrogeologico

Intervista a Maurizio Tira, presidente del Centro Nazionale di Studi Urbanistici (CENSU)

Professor Tira, come si può porre rimedio alla mancata attenzione per il territorio e all’evidente incapacità persino di comprendere il concetto di prevenzione da parte di chi governa?

Il concetto di prevenzione è poco compreso nella società italiana, in generale, e ciò si riflette in chi governa a tutti i livelli. Ci diciamo spesso che viviamo in un territorio “fragile”, ma nel contempo siamo abituati ad una relativa clemenza del clima (su cui forse dovremo ricrederci) e ad una natura generosa, che hanno fatto dimenticare la necessità di equilibrio tra sviluppo antropico e salvaguardia ambientale. Inoltre siamo immersi in una pervasiva fede nella tecnologia che ci fa credere possibile qualsiasi intrapresa umana e qualsiasi soluzione compensativa.
Credo tuttavia che la ragione di fondo per cui la prevenzione non è nelle corde della società italiana sia una scarsa attenzione al bene comune, al senso civico, al valore di ciò che è pubblico. Forse per la relativa giovinezza dello Stato unitario, che sfuoca la consapevolezza di appartenenza ad un unicum, il nostro interesse è focalizzato sullo spazio privato, a dispetto del patrimonio comune, di quanto sta fuori dalle nostre recinzioni, di quanto si deve costruire con l’apporto di tutti. Non dimentichiamo che scontiamo anche una rassegnata sudditanza alle regole dell’economia di mercato, che ci ha convinti che il bene comune sia la sommatoria del bene dei più. Anche l’evasione fiscale e più ancora l’elusione ne sono un indicatore paradossale.
Dunque il territorio, “bene comune degli italiani” come recita il titolo del recente lavoro di Paolo Maddalena, non è al centro degli interessi dei più.
In questo contesto anche la politica si concentra sul soddisfacimento dei bisogni privati, con una timida attenzione a qualche forma di perequazione. Nei processi di formazione dei piani urbanistici le amministrazioni dedicano un tempo infinito alla valutazione degli interessi minuti, spesso perdendo di vista il disegno strategico. Con questo approccio è praticamente impossibile prevenire, in quanto la prevenzione implica la capacità di un ragionamento strategico e un orizzonte medio-lungo per le scelte.
Si aggiunga, a margine, che la professionalizzazione della politica induce una esagerata attenzione alla ricerca del consenso a breve o brevissimo termine, finalizzato alla rielezione. Dunque anche il processo democratico è messo in discussione dal governo del territorio e dalle esigenze della salvaguardia ambientale. Molte scelte nella direzione della difesa del suolo e dell’ambiente sono impopolari, non pagano nell’agone elettorale, in quanto limitano fatalmente la proprietà privata, in vista dell’utilità comune cui essa è peraltro chiamata.
Il rimedio: una paziente e profonda educazione civica e la continua affermazione della centralità della tematica ambientale in tutti i processi decisionali. Da quest’anno nel mio Ateneo ho istituito un corso curriculare di Etica della sostenibilità ambientale per gli allievi di ingegneria, perché sono convinto che i giovani siano disponibili a riflettere su questi temi e apprezzano che siano posti anche a partire da un sapere tecnico.
Non basta quindi una decisione di investimenti nel campo della prevenzione: abbiamo bisogno che l’ambiente sia criterio base delle politiche pubbliche, criterio primo di scelta, elemento centrale nella valutazione economica e nelle analisi costi/benefici… senza scriverlo in una nuova legge, ma assumendolo in un patto di civiltà, in una vision che orienti le scelte di tutti a tutti i livelli.

La prima regola per evitare vittime e danni in un paese fragile come l’Italia non è forse la corretta pianificazione urbanistica?

Credo che la prima regola sia, come detto, la collocazione della tematica ambientale al centro dei processi decisionali. Non possiamo a questo proposito esimerci da una amarissima constatazione: le valutazioni di impatto ambientale puntuali e strategiche (di opere, piani e progetti), obbligatorie per legge in un numero crescente di casi sempre più piccoli e quindi diffusi, sono deludentissime nell’esito, al limite della totale irrilevanza. Lo Stato e le Regioni sono stati attenti alle procedure formali e pochissimo alla sostanza. L’esito è spesso lo strabismo che porta alla vessazione di interventi irrilevanti e alla irrilevanza della valutazioni dei progetti importanti. Si aggiunga che quasi mai le nuove procedure introdotte prevedono le necessarie risorse umane ed economiche per la loro corretta applicazione e per il monitoraggio degli esiti, con risultati grotteschi: si pensa, per esempio, di valutare centinaia di piani urbanistici ogni anno con una o due unità di personale a ciò dedicato!
Non esiste o quasi valutazione ambientale che non si concluda con un parere positivo, al massimo condizionato da qualche mitigazione ambientale. Preciso: vi sono lodevoli eccezioni, ma che sono appunto tali.
Si decide con i tradizionali criteri socio-economici, non rendendosi conto che la salvaguardia ambientale è un criterio con pesantissime ricadute economiche.
Noi insegniamo ai nostri studenti che i beni ambientali vanno valutati per sé, in estrema ratio possiamo tentare delle stime economiche, ma la pratica di governo a tutti i livelli fatica ad internalizzare i costi ambientali nelle scelte.
Abbiamo l’apparato normativo per tenere conto delle precondizioni fisiche nella pianificazione, gli studi geologici e agronomici sono obbligatori, ma senza una seria considerazione di queste materie, i processi di pianificazione tradizionali sono armi spuntate, se non la causa stessa del problema che si vorrebbe risolvere.
Si arriva all’estremo che l’evidenza della pericolosità idrogeologica viene vissuta come un fastidioso impiccio sulla strada delle scelte urbanistiche!

Come si può uscire dalla rincorsa alle emergenze che da decenni caratterizza l’intervento dello Stato ed entrare finalmente nella stagione della prevenzione dei grandi rischi alluvionali e di frane?

Sono molteplici le condizioni per uscire dalla logica dell’emergenza: potremmo dire con uno slogan che dovremmo trasporre l’emergenza nei processi amministrativi e decisionali.
Il processo legislativo deve porsi delle priorità. La legge sul contenimento del consumo di suolo giace da oltre due anni nella commissione ambiente della Camera. Un provvedimento che ha un senso se viene approvato in un mese, non in anni. Si imponga una moratoria da subito alle nuove espansioni residenziali e produttive e poi si continui a ragionare su un testo condiviso. In Lombardia vi sono circa 450 chilometri quadrati di nuovi ambiti di trasformazione, che non si stanno attuando solo a causa della crisi del settore dell’edilizia. Non sono sicuro che chi in queste settimane parla di porre un freno alla cosiddetta cementificazione ne sia consapevole.
Si tolgano i vincoli di spesa (patto di stabilità in primis) agli enti locali. Siamo un paese che fa fatica a gestire correttamente le grandi opere, ma che è composto da tante piccole eccellenze, maestrie di valore, tecnici di valore, diffusi sul territorio. Si dia la possibilità di fare tanti piccoli e micro interventi che i comuni non riescono più a fare e si controlli ex post la spesa, senza vincolarla a priori.
Come risvolto della medaglia, si rifaccia subito la valutazione di impatto ambientale delle grandi opere. Si sono finanziati progetti concepiti venti anni fa senza rivalutarli dal punto di vista ambientale e degli attuali usi del suolo.


Quali sono i criteri sulla base dei quali aggiornare le linee guida per i progetti di messa in sicurezza verso una necessaria e preventiva configurazione degli scenari conseguenti all’inserimento di un’opera nel territorio?

Costruire degli scenari conseguenti all’inserimento di un’opera nel territorio significa ridare valore alla pianificazione. Uno scenario è una prefigurazione di un futuro possibile, che si deve inquadrare in un piano, qualunque sia la forma che gli vogliamo dare. Non possiamo dimenticare che molti giusti e indispensabili provvedimenti di semplificazione nelle procedure urbanistiche sottendono però una malcelata e spesso comprensibile sfiducia nel piano urbanistico.
Non mancano le conoscenze tecniche nel nostro paese, e nemmeno le conoscenze specifiche dei fenomeni di pericolosità idrogeologica. Mi piace ricordare che il rapporto della Commissione De Marchi che abbiamo ripubblicato dopo quarant’anni in un importante convegno che il CeNSU ha organizzato a Roma nel 2010 (il testo del rapporto è scaricabile dal nostro sito) disegna una fotografia precisa dell’Italia della fine anni ’60.
È stata una delle operazioni di approfondimento scientifico più rilevante della storia d’Italia e moltissimi, anche tra i nostri governanti, non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Lì erano già stimati anche i costi della messa in sicurezza di versanti che sono franati negli anni successivi. Così come nel 1978 l’allora Presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici ricevette da uno dei maggiori esperti mondiali di prevenzione del rischio sismico una stima sommaria ma realistica del costo del consolidamento del patrimonio edilizio esistente in Italia (e una parallela stima dei costi preventivabili per la ricostruzione, oltre ad una stima delle vittime che ci si sarebbe dovuti attendere). La realtà ha dato ragione a quel grido accorato, naturalmente!
Non abbiamo bisogno di linee guida nuove: la pianificazione di bacino e la microzonazione sismica restituiscono una fotografia sufficientemente esaustiva delle precondizioni di rischio. È la mentalità che deve cambiare e la scala di priorità.