Le Regole e i Comportamenti: il «Codice Appalti» e il Settore delle Costruzioni

In Germania, il recepimento delle Direttive Comunitarie sugli Appalti e sulle Concessioni è stato proposto all'insegna della Modernizzazione dei Contratti Pubblici.
In Francia, così come per il caso precedentemente citato, esso è stato affrontato come un atto di regolazione del mercato da parte dal dicastero competente agli affari economici e finanziari (esattamente come nella Repubblica Federale Tedesca).
In Italia, dopo che, in un primo tempo, pareva che, a livello di comunicazione politica, il suo significato ultimo dovesse essere concentrato principalmente sul contrasto all'Illegalità, è emersa l'intenzione superiore di farne uno strumento di Politica Industriale (il funzionamento distorto del Mercato è, peraltro, sinonimo di inefficienza e di improduttività), connesso, ad esempio, alla Strategia sulle Infrastrutture di Mobilità o a quella inerente all'Edilizia (Pubblica e Privata). A prescindere dalle critiche e dai dibattiti riguardanti i singoli temi, stupisce, perciò, il fatto che il periodo transitorio da molti con buone ragioni reclamato, sia stato inteso quale tempo di adeguamento alle nuove «regole» anziché a una diversa concezione del Settore e del Mercato delle Costruzioni. Sul rilievo della transizione si può certamente concordare, sulle modalità di attuazione della stessa vi sono state evidentemente delle discordanze, sia pure entro un tavolo dialogico, ma resta il fatto che il Comparto è chiamato a una riflessione profonda su se stesso, sulla sua riconfigurazione: eventualmente selettiva, come visualizzato dai «quattro quadranti» del CRESME o dalla «triade» di ReBuild. È palese, addirittura fisiologico, naturalmente, che un dispositivo di legge (unito ai suoi oggi decisivi annessi) di questa natura finisca per essere il luogo della ricomposizione di molti micro-interessi particolari, della necessaria mediazione tra di essi.
Rimane il fatto, tuttavia, che l'ambizione governativa sembra essere di natura strategica, estesa al medio termine, persino oltre la naturale scadenza del proprio mandato elettivo.
È possibile, di conseguenza, credere davvero a una sua «incondizionata» (nelle dichiarazioni ufficiali e nelle retoriche: al netto delle richieste di proroghe) adesione, di un suo convinto apprezzamento, da parte di tutte le Rappresentanze, alla «conclusione» (si parla, nelle previsioni e nelle stime economiche, comunque di moderati segni positivi nei prossimi anni) della peggiore recessione di sempre nell'Italia Repubblicana, da leggersi come maggiore crisi strutturale?
La risposta, difficilmente affermativa, trascina, però, con sé un altro interrogativo: in virtù della essenza strutturale della crisi, quali sono i propositi delle Rappresentanze per un effettivo Cambiamento di Paradigma? Ci si limita alla considerazione che, sotto traccia, selettivamente gli Operatori Economici siano già cambiati? Verso quali direzioni, con quali finalità?
La polverizzazione dei tessuti e la staticità degli orientamenti davvero sembra contraddire questa tesi di evoluzionismo spontaneo: rimpiangendo Italstat, SNAM e Fiat Engineering...