La Nuova Industrializzazione e la Digitalizzazione: Limiti e Potenzialità per il Settore della Costruzione

Il settore delle costruzioni, in Italia, sembra, a tratti, essersi assuefatto alla dimensione della «crisi», che, in realtà, è esito embrionale di un processo di trasformazione epocale.
L'intensità di tale evoluzione, nella direzione di una sua incrementalità o radicalità è oggetto di una vasta discussione a livello internazionale, poiché si è ormai formato un vero e proprio Consensus intorno alla necessità di riconfigurarne profondamente la natura.
Tale istanza proviene da media e da consultancy, da The Economist a KPMG, da Accenture a Roland Berger, da BCG/WEF a molti altri.
Essa, in realtà, non riguarda solo i mercati domestici in difficoltà, come il nostro, ma anche quelli in piena espansione, incentrandosi sulla scarsa attrattività e reputazionalità del comparto dovute a tassi di produttività che si sono, o che si sarebbero, ovunque, dimostrati insoddisfacenti.
La causa principale di questo stato delle cose si rivelerebbe essere la scadente cultura industriale, aggravata dai fenomeni di illegalità, di cui il Nostro Paese non detiene, come molti ritengono erroneamente, il primato.
La soluzione, entro un contesto di circolarità e di sostenibilità, si troverebbe nell'incremento della industrializzazione basata su una forte digitalizzazione.
Dalle parole del nuovo AD di Autodesk sino a ReBuild Italia, il tema della industrializzazione nel settore delle costruzioni ritorna, quindi, prepotentemente alla ribalta a livello nazionale e internazionale.
Non a caso, il SAIE 2018 sarà intitolato alla Nuova Industrializzazione.
I motivi per cui DfMA e Off Site siano divenute espressioni così popolari e attuali è facilmente comprensibile, sul piano internazionale, in virtù dei recuperi di produttività attesi per questo comparto, a fronte di una crescita impetuosa del mercato, specie in alcune regioni estraeuropee, che fa risaltare l'incidenza del settore della costruzione e dell'immobiliare nelle economie nazionali.
Naturalmente, si tratta di una nozione di industrializzazione che cerca di coniugare, ad esempio, la modularità con l'unicità, sfuggendo a una accezione tradizionale di serialità.
Questa industrializzazione, inoltre, tenta, nel contesto europeo, di confrontarsi colla riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, che rappresenta oggettivamente una quota consistente del mercato delle costruzioni in diversi ambiti, tra cui quello italiano, in cui gli aspetti energetici sono accostati a quelli strutturali.
È, comunque, una industrializzazione che si fonda su principî circolari e digitali e che immagina di avverarsi attraverso la digital fabrication e l'additive manufacturing, che parla di mass customization e di cognitive construction site management, che tiene assieme l'unità prefabbricata della camera di albergo o di ospedale, l'involucro prefabbricato del retrofitting e del miglioramento sismico per la residenza e la facciata continua dalla geometria complessa di un grattacielo, che affianca ai sistemi costruttivi in conglomerato cementizio armato quelli in legno o in altri materiali.
Innanzi a queste icone occorre, però, domandarsi se davvero sia questa una opzione inedita, oppure se dietro a essa si celi l'antica identificazione tra prefabbricazione e industrializzazione.
Più in generale, certo, è in atto un progressivo trasferimento da condizioni cantieristiche notevolmente perturbate a condizioni manifatturiere assai meno imprevedibili.
Resta, tuttavia, per ritornare alle vicende nazionali, il fatto che l'introduzione dell'industrialesimo nel Nostro Paese sia avvenuta in maniera incrementale, tanto da indurre alcuni studiosi a dipingere, a torto o a ragione, la saga della industrializzazione degli Anni Sessanta e Settanta come una falsa rottura, parentesi conchiusa e relativamente autoreferenziale.
Probabilmente questa interpretazione storica, che, al contempo, contrappone INA Casa e GESCAL, misconosce il ruolo culturale e produttivo della cesura che l'industrialesimo ha apportato al comparto, col tradizionale evoluto (mimetizzando successivamente la forte portata innovativa entro categorie familiari), ma riconosce che la prefabbricazione, chiusa o aperta che fosse, in quanto tale, abbia dapprima subito un processo di dislocazione (ad esempio, dal residenziale all'industriale) e, in seguito, un certo rigetto.
È ovvio, quindi, che, al «termine» di una lunga crisi del settore in Italia, che, in realtà, è solo l'«inizio» di una grande trasformazione, coloro che si occupano di Produzione Edilizia si pongano alcuni interrogativi fondamentali.
Per prima cosa, è innegabile che il governo abbia promosso una intensa politica industriale per il settore manifatturiero, intitolata a Industria 4.0, che si basa, oltre che sul sostegno agli investimenti produttivi per digitalizzare e per automatizzare gli impianti industriali, su Innovation Hub e su Competence Center che dovrebbero conferire agli operatori, a cominciare dal top management, una appropriata cultura digitale, per quanto il significato autentico della Quarta Rivoluzione Industriale rimanga dibattuto e incerto anche in Germania e negli Stati Uniti (dove sono nati I40 e IIoT).
Da questo processo il settore delle costruzioni è rimasto sostanzialmente escluso per diverse ragioni che, in parte, attengono alla sua produttività e reputazione, come si diceva, ma che, in definitiva, non faranno altro che incentivarne, almeno in termini di retorica, il desiderio, poc'anzi già richiamato, di emularne i caratteri, come dimostra la locuzione «Edilizia 4.0».
Tutto ciò, però, richiama l'eventualità di una pedissequa imitazione di logiche e di modelli che sono, in ogni caso, irriducibili al comparto, ma, in particolare ispecie, di una confusione attorno alla riduzione dell'industrialesimo al pre-assemblaggio in fabbrica, pur preceduto da rilievi digitali dei luoghi che porterebbero questi ultimi «in fabbrica».
La digitalizzazione del settore delle costruzioni promette, infatti, esiti dirompenti non solo sul piano del prodotto, ma anche su quelli del progetto e del processo, rendendoli, peraltro, parzialmente indistinguibili.
Non si dimentichi, d'altronde, che la Quarta Rivoluzione (che dall'Industria ambirebbe a estendersi alla Società: come avvenuto col taylorismo o col fordismo) si propone, narrativamente, quale elemento di radicale cesura.
In realtà, ad esempio, alcuni sociologi industriali tedeschi ne hanno sottolineato il valore mediatico teso a riportare l'industria meccanica al centro delle politiche del governo federale: in ogni caso, nel contesto della Industria 3.0, la servitizzazione della produzione manifatturiera è fenomeno acclarato.
Occorre, quindi, collocare nel giusto ordine alcune considerazioni, a cominciare dal fatto che un primo obiettivo che la Nuova Industrializzazione potrebbe porre consisterebbe nel ridurre drasticamente le distinzioni tra committenti, progettisti, produttori, costruttori, gestori: sennonché questo fattore, tipicamente manifatturiero, appare in netto contrasto con la radicata natura degli operatori, benché, non casualmente perfettamente connaturato colla digitalizzazione.
Tale aspetto, assieme alla questione dimensionale, fa apparire chiaro come l'industrialesimo nel comparto attenga più alle questioni identitarie e strutturali del mercato che non a una semplice innovazione tecnologica (in realtà, un complesso di), pur abilitante.
Dato, poi, che la digitalizzazione attiene anche alla interconnessione, i prodotti o beni immobiliari sono destinati a divenire interattivi: il che rafforza una sostanziale sovrapposizione tra processo, progetto e prodotto, ma anche tra cespite tangibile e servizi a esso associati, assolutamente inedita: «beyond bricks and mortar».
Basti pensare alle moltitudine eterogenea di soggetti coinvolti nella Smart Home, da cui, paradossalmente, gli attori più marginali sembrano essere quelli tradizionalmente legati al settore delle costruzioni.
Per non parlare, poi, dei Cognitive Building e delle Cognitive Infrastructure: espressioni che indicano quanto, più che poter fabbricare «serialmente» componenti tangibili edilizi e impiantistici unici, attagliati al caso specifico, il valore inedito consista nella capacità di questi, immateriale, di stabilire un dialogo cogli occupanti.
L'Occupancy, legata alle Operation, è, infatti, ormai, nelle attese, divenuta la priorità del mercato delle costruzioni, con tutte le conseguenze identitarie che da ciò discenderanno per gli operatori.
Atteso che la Nuova Industrializzazione muti, giust'appunto, la identità degli operatori e gli assetti strutturali del mercato, non si può, tuttavia, ignorare che il comparto, pur duramente provato dalla recessione, sia in grado di proporre una accanita resistenza ai processi trasformativi che lo investono al proprio interno (con-fondendo le identità e i ruoli: integrandoli) così come esternamente (facendo immaginare che nuovi competitori invadano le aree esistenti, dai financial arranger agli over-the-top).
Per queste ragioni, la qualità della transizione (tra tradizionale evoluto e nuovamente industrializzato, tra prodotto e servizio, tra nuova costruzione/sostituzione e riqualificazione/conservazione) si palesa come del tutto decisiva.
Il rischio, per la Nuova Industrializzazione, è di stabilire una ingenua equivalenza tra innovazione e prefabbricazione, andando a rinvenire l'oggetto del cambiamento nel tangibile (dai sistemi costruttivi alla domotica, dalla automazione manifatturiera alla robotica di cantiere), allorché la Quarta Rivoluzione Industriale, per quanto tecnologicamente abilitata da una ridda di soluzioni tecnologiche avanzate, si basa su paradigmi immateriali, come la gestione in tempo reale in cloud di una filiera di fabbriche in cui il cliente finale sia incluso oppure come i processi decisionali semi-autonomi fondati sull'intelligenza artificiale.
Non vi dovrebbe, alla luce di quanto affermato, avere alcun dubbio che la Nuova Industrializzazione riduca l'intensità di lavoro umano sui processi routinari e ripetitivi e che comporti una forte responsabilizzazione degli operatori lungo il ciclo di vita delle opere in termini di idoneità dei cespiti a supportare le attività.
Al di là di una generica condivisione delle istanze di rinnovamento, che si ammantano del paradigma del 4.0, le prospettive qui delineate sono affatto remote per la reale natura del settore per come attualmente si trova, se non altro perché ciò ridurrebbe l'occupazione più diffusa e costringerebbe alla collaborazione tra soggetti conflittuali.
Un esempio evidente è dato dalla crescente disponibilità di soluzioni tecnologiche che permetterebbero di accertare «oggettivamente» nel cantiere la conformità di quanto realizzato alle prescrizioni contrattuali: lo Smart Contracting ne sarebbe la massima esplicitazione.
Sul piano culturale e sociale, ciò andrebbe naturalmente a sconvolgere logiche radicate nella relazione tra le parti in causa.
Occorre evitare l'errore della Vecchia Industrializzazione, che ha preteso di immediatamente calare alcune razionalità tecnologiche in maniera decontestualizzata, con ardori ed entusiasmi prima o poi infrantisi di fronte alla resilienza dell'ambiente costruito.
Una versione aggiornata di questa consapevolezza si ritrova nei propositi di «umanizzare» l'Industria 4.0 o la Smart City.
Il problema, appunto, è non scambiare gli effetti per le cause.
L'intelligenza dei fenomeni evolutivi non può che derivare da una politica industriale che ricomponga una molteplicità di iniziative (ad esempio, da Casa Italia alle Smart Roads, dal BIM alla viabilità elettrica) troppo spesso sostanzialmente disperse ed episodiche, entro quadri sistemici.
Occorre che l'Accademia sappia proporre ai decisori politici, alle istituzioni finanziarie e, ovviamente, alle rappresentanze degli operatori, una articolata visione di medio periodo che sappia cogliere gli elementi di maggiore conflittualità nella trasformazione e le vie di minore resistenza al cambiamento.
Dovremmo, peraltro, anche interrogarci intorno alla reale disseminazione di molti risultati di programmi di ricerca finanziati comunitariamente...
Si tratta di definire le modalità con cui si possa introdurre una profonda cultura digitale nelle organizzazioni che operano sul mercato domestico e nei campioni nazionali impegnati sui mercati internazionali.
Si tratta di riconoscere lo stato attuale di individualismo e di frammentazione degli operatori senza pretendere di riassettarlo a prescindere dalla loro volontà: il che vuol dire trovare nuove convenienze che legittimino il cambiamento, ma anche nuovi quadri giuridici che tutelino e che premino gli attori della Domanda e dell'Offerta più strutturati e qualificati.
Una politica industriale, infatti, non può solo parlare di cespiti e dei territori che su di esso insistono: deve anche indirizzarsi al paesaggio degli operatori a cui si rivolge.
Le maggiori difficoltà risiedono, ovviamente, nel proporre una prospettiva di medio termine a soggetti afflitti dal breve periodo e, al contempo, nell'avanzare ipotesi evolutive di grande suggestione a fronte di mentalità improntate allo scetticismo.
Certo è che, dall'edificio resiliente all'autoveicolo a guida autonoma, le fascinazioni sui «prodotti» sono molteplici.
Allo stesso tempo, però, sappiamo che probabilmente quest'ultimo costringerà a rivedere, ad esempio, la funzione dei parcheggi e la nozione, già, peraltro, indebolita, di proprietà del mezzo.
Gli effetti collaterali, insomma, possono divenire centrali.
Una politica ha da essere, dunque, una strategia condivisa: aumentare gli investimenti pubblici (e privati) senza una chiara progettualità industriale potrebbe, perciò, rivelarsi inutile se non controproducente. 

Il Magazine

Sfoglia l'ultimo numero della rivista Ingenio

Newsletter Ingeio

Seguici su