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3 strumenti per misurare la sostenibilità nel settore del calcestruzzo

Si parla di sostenibilità…ma come si fa per misurarla? Sono principalmente tre gli strumenti che consentono di valutare in maniera oggettiva i parametri di sostenibilità del calcestruzzo e renderli, così, comunicabili e confrontabili: le indicazioni dei nuovi CAM Edilizia, la dichiarazione ambientale di prodotto (EPD) e la certificazione secondo lo schema CSC.

Il contenuto di riciclato del calcestruzzo nei recenti CAM Edilizia

I CAM costituiscono gli strumenti esecutivi del PAN-GPP, il Piano di azione nazionale per l’attuazione del “Green Public Procurement”, la politica di acquisizione delle forniture delle pubbliche amministrazioni (P.A.) degli stati membri, definita a livello comunitario, con l’obiettivo di minimizzare gli impatti ambientali e i loro potenziali effetti sul territorio e sulla salute umana. 

L’art. 34 recante “Criteri di sostenibilità energetica e ambientale” del D.Lgs. 50/2016 “Codice degli appalti” (modificato dal D.Lgs 56/2017) prescrive l’obbligo da parte delle stazioni appaltanti dell’applicazione dei CAM relativi a categorie di forniture di beni e servizi della P.A.

Nell’ambito dell’edilizia vige attualmente il Decreto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 11-10-2017 per il “servizio di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici pubblici”, recentemente revisionato con il Decreto 23-06-2022 del Ministero della Transizione Ecologica, “Criteri ambientali minimi per l’affidamento del servizio di progettazione di interventi edilizi, per l’affidamento dei lavori per interventi edilizi, e pr l’affidamento congiunto di progettazione e lavori per interventi edilizi”. Quest’ultimo decreto andrà in vigore 120 giorni dalla pubblicazione del decreto in G.U., avvenuta lo scorso 6 Agosto.

Nel decreto sono indicati i requisiti (criteri) ambientali richiesti ai prodotti da costruzione, e tra questi naturalmente anche al calcestruzzo preconfezionato o prodotto in cantiere. La normativa indica un contenuto di materie riciclate, ovvero recuperate, ovvero di sottoprodotti, di almeno il 5% sul peso del prodotto, inteso come somma delle tre frazioni. Tale percentuale è calcolata come rapporto tra il peso secco delle materie riciclate, recuperate o sottoprodotto e il peso del calcestruzzo al netto dell’acqua (efficace e di assorbimento).

Il valore percentuale del contenuto di materia riciclata, ovvero recuperata, ovvero di sottoprodotti, indicato nei criteri ambientali minimi, è dimostrabile tramite una delle seguenti opzioni, producendo il relativo certificato nel quale sia chiaramente riportato il numero dello stesso, il valore percentuale richiesto, il nome del prodotto certificato, le date di rilascio e di scadenza:

  • Una dichiarazione ambientale di Prodotto di Tipo III (EPD), conforme alla norma UNI EN 15804 e alla norma UNI EN ISO 14025, quali ad esempio lo schema internazionale EPD© o EPDItaly©, con indicazione della percentuale di materiale riciclato ovvero recuperato ovvero di sottoprodotti, specificandone la metodologia di calcolo;

  • Certificazione “ReMade in Italy® con indicazione in etichetta della percentuale di materiale riciclato ovvero di sottoprodotto;

  • Una certificazione di prodotto, basata sulla tracciabilità dei materiali e sul bilancio di massa, rilasciata da un organismo di valutazione della conformità, con l’indicazione della percentuale di materiale riciclato, ovvero recuperato, ovvero di sottoprodotti.

  • Una certificazione di prodotto, rilasciata da un Organismo di valutazione della conformità, in conformità alla prassi UNI/PdR 88 "Requisiti di verifica del contenuto di riciclato e/o recuperato e/o sottoprodotto, presente nei prodotti", qualora il materiale rientri nel campo di applicazione di tale prassi.

É in corso di sviluppo da parte del Ministero della Transizione Ecologica anche un altro CAM di interesse per il settore del calcestruzzo, il CAM stradeCriteri ambientali minimi per l’affidamento del servizio di progettazione, direzione ed esecuzione dei lavori di costruzione, manutenzione e adeguamento delle infrastrutture stradali”.

 

La dichiarazione ambientale di prodotto (EPD) per il calcestruzzo preconfezionato

L’EPD, acronimo di Environmental Product Declaration è un documento che elenca gli impatti ambientali di un prodotto/servizio, calcolati lungo il ciclo di vita dello stesso. L’EPD evidenzia le prestazioni ambientali di un prodotto/servizio, aumentandone la visibilità e l’accettabilità sociale. I suoi contenuti sono rivolti principalmente ai consumatori e agli utilizzatori industriali e commerciali del prodotto, ai quali permette di chiarire le interazioni tra prodotto/servizio e ambiente ed evidenziare le caratteristiche ambientali più significative, calcolate lungo il ciclo di vita (LCA) del prodotto/servizio, ad esempio:

  • Consumo di risorse rinnovabili e non rinnovabili.
  • Consumo di risorse secondarie.
  • Consumo di risorse idriche.
  • Produzione di rifiuti.
  • Effetto serra.
  • Riduzione dello strato di ozono.
  • Acidificazione.
  • Eutrofizzazione.

L’EPD rappresenta un importante strumento per rendere credibili le analisi svolte e i risultati ottenuti, perché verificato da organismo di terza parte indipendente accreditato. In accordo alla norma ISO 14025, la verifica della EPD serve, infatti, a garantire che le informazioni di carattere ambientale in essa contenute siano affidabili e ottenute, coerentemente alla relativa PCR, mediante uno studio del ciclo di vita conforme alle norme ISO 14040 e ISO 14044. Per questo motivo il processo di verifica, è condotto da un organismo di terza parte indipendente che attesta la correttezza dei metodi utilizzati e la veridicità dei dati contenuti.

Quando un’organizzazione desidera pubblicare una EPD, essa si rivolge a EPDItaly (www.epditaly.it) inviando la EPD e il certificato di convalida, unitamente al modulo di Application Form e al report di verifica.

Per garantire un comportamento omogeneo, EPDItaly ha definito un insieme di regole idonee a garantire, per ogni singolo prodotto/servizio, un approccio omogeneo allo studio del ciclo di vita; il documento che, per ogni prodotto/servizio definisce le regole è identificato con un acronimo inglese: PCR (Product Category Rules).

Lo sviluppo della PCR rappresenta il primo passo che è necessario compiere per convalidare una EPD. Il processo per lo sviluppo della PCR è garantito da EPDItaly, mediante la nomina di un moderatore, che è un esperto del settore, con il compito di gestire lo sviluppo delle specifiche PCR. Anche gli Stakeholder sono coinvolti nello sviluppo e nella consultazione della PCR.

Per lo specifico settore del calcestruzzo, è stata recentemente pubblicata la PCR, promossa da Federbeton, specifica per il calcestruzzo preconfezionato per costruzioni e opere di ingegneria civile, con lo scopo di fornire regole comuni per l’applicazione della EN 15804:2012+A2:2019. In aggiunta agli obiettivi riportati in EN 15804:2012+A2:2019, la PCR stabilisce di:

  • definire i parametri da dichiarare, il modo di raccoglierli e inserirli nel report;
  • descrivere quali fasi del ciclo vita sono da considerare nella EPD e quali processi includere nelle fasi del ciclo di vita;
  • definire le regole per lo sviluppo degli scenari, incluse le regole per il calcolo dell’analisi di inventario (LCI) e la valutazione dell’impatto (LCIA);
  • garantire che il confronto tra prodotti da costruzione sia condotto nel contesto del loro uso all’interno dell’edificio sulla base dell’unità funzionale.

 

Lo schema del CSC per la certificazione del calcestruzzo sostenibile

Il Concrete Sustainability Council (CSC), è un’associazione internazionale fondata nel 2016 dopo gli anni di lavoro preparatorio guidato dal Cement Sustainability Initiative (CSI), appartenente al World Business Council for Sustainable Development (WBCSD). Esso conta tra i suoi membri componenti importanti realtà imprenditoriali internazionali del settore (tra le quali LafargeHolcim, il gruppo HeidelbergCement, il gruppo Buzzi Unicem), le principali associazioni industriali europee del settore (per l’Italia Federbeton), e organismi di certificazione (tra i quali ICMQ quale unico organismo italiano), oltre ad altre tipologie di organizzazioni e soggetti. La mission dell’associazione è quella di promuovere e dimostrare il calcestruzzo quale materiale da costruzione sostenibile.

A tal fine l’associazione ha sviluppato dal 2017 un sistema di certificazione, il cui scopo è quello di valutare la sostenibilità dei processi realizzativi e di gestione dei calcestruzzi prodotti da un’organizzazione in uno specifico impianto. Sulla base dell’esito delle verifiche realizzate da organismi di certificazione riconosciuti dal CSC stesso, aventi per oggetto le evidenze presentate dall’organizzazione richiedente, per il soddisfacimento dei diversi criteri dello schema, viene rilasciato il “CSC Certificate”, di durata triennale, che viene pubblicato in un elenco consultabile sul sito del CSC a questo LINK.

Lo schema ha quale caratteristica distintiva quella di consentire di condurre una valutazione ad ampio raggio, su molteplici tematiche. Pertanto lo schema è di tipo multicriteriale e prevede il rispetto obbligatorio di 5 prerequisiti (il cui soddisfacimento non fornisce alcun punteggio) e di oltre 26 crediti (il cui soddisfacimento contribuisce al punteggio), questi ultimi suddivisi in 5 aree tematiche: management, environmental, social, economic, chain of custody.

A sua volta ciascun credito risulta suddiviso in uno o più sottocriteri, per un totale di più di novanta criteri di valutazione. L’organizzazione può scegliere se perseguire o meno ciascun credito, così come il relativo singolo sottocriterio, fermo restando che per acquisire il livello minimo tra quelli previsti dal rating finale è necessario superare una soglia minima (35% per il calcestruzzo).

La metrica dello schema prevede che ogni credito pesa in modo differente sul punteggio finale della valutazione, in base al quale viene ad essere stabilita la classe di rating finale attribuita, identificata tra le seguenti quattro in ordine crescente: bronze, silver, gold, platinum. Per accedere ai livelli di rating da silver in su, alcuni crediti o sottocriteri stabiliti dallo schema divengono obbligatori, in numero tanto maggiore quanto maggiore è il rating ambito. Proprio questo meccanismo ha consentito allo schema di ottenere il riconoscimento di importanti rating system internazionali quali BREEAM del BRE e del DGNB per la valutazione della sostenibilità degli edifici, oltre che di ENVISION, il rating system del Institute for Sustainable Infrastructure (ISI) per la valutazione della sostenibilità delle infrastrutture.

Tra le tematiche valutate dai crediti vi sono:

  • le politiche e modalità di approvvigionamento,
  • la presenza di sistemi di gestione (qualità, ambiente, sicurezza),
  • gli impatti ambientali valutati nel ciclo di vita del prodotto,
  • l’uso dell’energia e l’impatto sul clima,
  • gli impatti sull’aria-acqua-suolo,
  • l’uso di materiali e di combustibili secondari,
  • gli impatti dei sistemi di trasporto impiegati,
  • gli impatti sulla biodiversità,
  • le interazioni e sinergie con la comunità locale,
  • l’attenzione alla salute e sicurezza dei lavoratori e degli utilizzatori,
  • le politiche etiche di business,
  • la presenza di elementi tecnologici innovativi.

Un secondo elemento peculiare dello schema è quello di considerare nella valutazione del punteggio finale del calcestruzzo, anche il contributo proveniente dai crediti della “chain of custody”, i quali valutano la sostenibilità delle due principali catene di fornitura dei materiali componenti il calcestruzzo: il cemento e gli aggregati. A tal fine, questo contributo può provenire solamente da fornitori precedentemente in possesso di un “CSC Supplier Certificate”, il quale viene sempre rilasciato dagli organismi di certificazione, secondo un processo di verifica del tutto analogo a quello impiegato per il calcestruzzo, ma basato su diversi schemi specificamente elaborati dal CSC per ciascuna catena di fornitura. Questi, pur nelle differenze insite dalla diversità delle due tipologie di materiali, ricalcano fondamentalmente la medesima struttura compositiva dello schema impiegato per valutare il calcestruzzo (con la sola eccezione della tematica della “chain of custody” naturalmente). Il contributo dei crediti della “chain of custody” pesa in modo differente sul punteggio finale del CSC Certificate (fino al 15 % per l’aggregato e fino al 25% per il cemento).

In Italia il CSC è rappresentato da Federbeton in qualità di Regional System Operator, il quale ha il compito di promuovere lo schema nel nostro paese, di monitorare l’operato degli organismi di certificazione, nonché di effettuare l’adattamento tecnico-applicativo dello schema internazionale al contesto italiano. Quest’ultima operazione rappresenta un ulteriore valore aggiunto dello schema del CSC, in quanto è stata condotta tenendo conto anche della scarsa percezione di credibilità cui gode questo settore nel nostro paese, a torto o a ragione, in merito al modo con cui sono affrontate le tematiche del rispetto ambientale e della sostenibilità.

Con l’obiettivo di rendere il marchio CSC ancor più credibile, patente di garanzia per il mercato, sia nel settore pubblico, quanto in quello privato, Federbeton ha introdotto, con l’avvallo del CSC, delle modalità applicative di verifica ancor più rigorose rispetto a quelle già normalmente previste dallo schema internazionale, senza intaccare in alcun modo i principi e la struttura dello schema originale, in tal modo preservando la sua omogena applicazione e la confrontabilità dei risultati tra i diversi ambiti territoriali internazionali di applicazione. Gli interventi operati nell’adattamento sono stati fondamentalmente di tre tipologie. L’individuazione e definizione di specifiche di maggior dettaglio per un numero limitato di criteri, la cui applicazione poteva risultare problematica rispetto al contesto legislativo nazionale. La scelta di adottare una modalità di verifica maggiormente rigorosa per alcuni criteri dello schema internazionale, che invece prevedono la possibilità di operare secondo diversi livelli di controllo. Ed infine, e questo è sicuramente l’elemento maggiormente saliente, l’obbligo di prevedere sempre un’attività di verifica in campo, presso l’unità produttiva oggetto della certificazione, al fine di effettuare stabilite attività di controllo a campione, in grado di fornire un riscontro rispetto alle evidenze documentali prodotte dalle organizzazioni per il soddisfacimento dei requisiti richiesti dallo schema.