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Impronta idrica: cosa è, a cosa serve e come calcolarla

L’acqua è una delle risorse indispensabili per la vita il cui consumo aumenta con una crescita annua attorno all’1%. Dei suoi innumerevoli impieghi non tutti risultano immediatamente evidenti. Per questi motivi sono importanti i concetti e le stime relative al “contenuto di acqua virtuale” direttamente collegato alla nozione di “impronta idrica o water footprint”. Si tratta di quantificazioni che possono essere di aiuto per promuovere un uso sostenibile, efficiente ed equo delle risorse di acqua dolce.

L’acqua un bene che va protetto e difeso

L’acqua è un bene comune e come tale va rispettato e tutelato. Il lungo periodo di siccità, che ha interessato vaste aree, ha prodotto molti problemi alle zone interessate da questa situazione. Il Po, il Trebbia e il Reno, tanto per citare alcuni fiumi, hanno toccato minimi storici, negli invasi sfruttati dal settore idroelettrico il livello dell’acqua si è ridotto considerevolmente rispetto alla media degli ultimi 15 anni. A rendere più grave la situazione, nel delta del Po, c’è il problema che, ogni volta che la portata scende a valori inferiori ai 500 m³/s, l’acqua salata proveniente dall’Adriatico ha facilità nel risalire il corso del fiume alterandone negativamente ampi tratti incluse le aree limitrofe.

Dalle note pubblicate da Ispra, relative alla situazione idrica nazionale, risulta che:

  • a causa dei cambiamenti climatici, il valore annuo medio di risorsa idrica disponibile nell’ultimo trentennio 1991– 2020 si è ridotto del 19% rispetto a quello relativo al periodo dal 1921 al 1950
  • il prelievo totale medio annuo per l’Italia è dell’ordine dei 37,7 km³ (quantità che pone l’Italia al decimo posto al mondo per consumo)
  • da valutazioni previsionali è stato stimato che la domanda d’acqua a livello europeo potrebbe avere un incremento del 16% entro il 2030.

Ma non solo l’Italia è colpita da problemi di siccità: si tratta di situazioni che stanno interessando un po’ tutto il mondo.

Un recente rapporto IPCC ha evidenziato che circa 4 miliardi di persone vivono in condizioni di grave scarsità d’acqua, cioè più della metà della popolazione mondiale, per almeno un mese all’anno, non dispone di una quantità d’acqua sufficiente a soddisfare le richieste elementari.

Nel report ISTAT 2022 i consumi di acqua a livello nazionale sono stati valutati 236 l/d per abitante, volume che in realtà sale a 370 l/d in conseguenza del fatto che i sistemi di distribuzione, ormai obsoleti, sono soggetti a perdite dell’ordine del 36%.

Ma questa è solo una parte dell’utilizzo globale: occorre infatti considerare il totale volume, indicato con il termine “impronta idrica”, dell’acqua impiegata per produrre alimenti, indumenti e tutto quanto utilizziamo comunemente, che in Italia è stato stimato dell’ordine dei 6.300 l/d per abitante.

Per approfondire l'argomento leggi anche SOS Acqua! I consumi e la necessità di una gestione sostenibile delle risorse idriche

L’impronta idrica

Buona parte degli sforzi per risparmiare acqua sono concentrati sugli usi domestici: occorre però porre particolare attenzione al fatto che elevati consumi idrici sono da attribuire ai prodotti che acquistiamo e soprattutto al cibo che consumiamo.

La preparazione e successiva distribuzione di qualsiasi bene o alimento richiede un quantitativo di acqua che dipende dalle specifiche caratteristiche richieste dal tipo di prodotto. Si tratta di un argomento spesso poco noto motivo per cui, il più delle volte, non siamo in grado di renderci conto di quanta acqua sia richiesta dall’intero ciclo. Uno degli esempi classici è la tazzina di caffè: la quantità d’acqua dolce necessaria a coltivare, processare, trasportare e servire 125 ml di caffè è stata stimata attorno ai 140 l.

Questo argomento fu affrontato nel 1993 da John Anthony Allan del King’s College di Londra, che introdusse il termine “acqua virtuale”, cioè la quantità di acqua dolce utilizzata nell’intero ciclo dalla produzione alla commercializzazione di alimenti e beni. Successivamente, nel 2002, Arjen Hoekstra e Ashok Chapagain dell’Università di Twente perfezionarono questo pensiero introducendo il concetto di “impronta idrica” con lo scopo di poter disporre di un indicatore dell'utilizzo globale di acqua.

L’impronta idrica, proposta anche come “Water Footprint”, è un indicatore finalizzato a offrire una quantificazione dell’acqua “nascosta” nei prodotti e nei servizi. Rappresenta la totalità delle risorse idriche utilizzate, in maniera diretta e indiretta, per generare i beni e i servizi consumati per una determinata produzione. Non si tratta di una misurazione specifica, ma di un calcolo virtuale che tiene in considerazione tutti i passaggi e i consumi che subentrano nell’intera filiera produttiva.

Un'impronta idrica può essere calcolata per consumatori, produttori, per singolo prodotto o servizio, può essere di aiuto per fornire indicazioni finalizzate a valutare il ruolo dell’acqua sia nell’economia di una nazione che per il singolo cittadino e rendere disponibili preziose informazioni relative alla totale quantità di acqua necessaria per la produzione dei beni utilizzati quotidianamente.

Tra i vari consumi di acqua, che concorrono a dare un’indicazione dell’impronta idrica, occorre includere anche i consumi correlati alle importazioni e alle esportazioni: si tratta di quantità idriche che non sono immediatamente evidenti ma che hanno un peso sul complessivo bilancio.

Da queste considerazioni risalta il concetto correlato al fattore “km 0”. Hoekstra e Mekonnen hanno stimato che il volume totale dei “flussi” internazionali di acqua virtuale connessi al commercio di prodotti agricoli e industriali è pari a 2.320 x109 m³/y. Queste valutazioni mettono in evidenza che importare ed esportare beni su scala internazionale implica uno spostamento di enormi flussi di acqua virtuale da un Paese all'altro.

Da una dettagliata analisi dei campi di utilizzo dell’acqua è stato valutato che, mediamente, l’agricoltura ne assorbe circa il 92%, l’industria il 4,4% e le utenze domestiche il 3,6%. Si tratta di valori medi dal momento che gli stessi possono variare considerevolmente da continente a continente e anche tra differenti stati.

La Fig.1 rappresenta, a livello mondiale, la distribuzione del consumo idrico per abitante raffigurandola, nel planisfero, con le diverse gradazioni di colore riportate nella scala degli intervalli dei valori dell’impronta idrica, o water footprint, in m³/y per abitante.

Consumo idrico pro capite nel mondo
Consumo idrico pro capite nel mondo

Si tratta di una mappa tematica che illustra i valori medi dell’impronta idrica per i diversi Paesi del mondo il cui valore relativo al prodotto finale deriva dalla somma dell’impronta idrica di ogni fase dalla produzione alla consegna.

Valutazione dell’impronta idrica

Per una corretta valutazione dell’impronta idrica occorre sviluppare l’analisi nelle tre seguenti fasi:

  • quantificazione e localizzazione di un prodotto o di un processo nel periodo di riferimento
  • valutazione della sostenibilità ambientale, sociale ed economica
  • individuazione delle strategie di riduzione della stessa.

Per calcolare l’impronta idrica sono stati introdotti tre distinti tipi di acque (blu, verdi e grigie) con differenti pesi sul ciclo idrogeologico. Nel rapporto dell’Institute for Water Education (IHE) dell’Unesco, relativo al periodo 1996-2005, i pesi percentuali attribuiti a ciascuno dei tre tipi di acqua sono stati così stimati: verde 74%, blu 11%, grigia 15%.

L’impronta idrica blu rappresenta l’acqua proveniente dai corpi idrici superficiali (fiumi, laghi, e falde acquifere sotterranee) incorporata in altri prodotti e non restituita al terreno. Si tratta di un indicatore che quantifica il consumo definibile come un prelievo che, a valle del processo produttivo, non torna intatto nello stesso luogo da cui è stato prelevato.

L’impronta idrica verde rappresenta l’acqua derivante dalle precipitazioni atmosferiche, senza essere parte di nessuna risorsa idrica di superficie o corpo idrico sotterraneo, che dopo essere penetrata nel suolo è dispersa per evapotraspirazione e utilizzata dalle piante stesse; ha un peso predominante soprattutto per il settore attinente alle attività agricole e forestali.

L’impronta idrica grigia rappresenta l’acqua inquinata dai processi produttivi, quantificabile come il volume di acqua necessario per diluire gli inquinanti fino al punto di ripristinare l’equilibrio ecologico e gli standard di qualità naturali.
Per il calcolo dell’impronta idrica vengono utilizzate una serie di formule e modelli e sono seguite le indicazioni contenute della norma ISO 14046 “Environmental management water footprint principles, requirements and guidelines” la quale identifica i principi, le linee guida per l’individuazione dell’impronta idrica di prodotti, processi e organizzazioni secondo la metodologia LCA (Life Cycle Assessment) usata a livello internazionale per definire la quantità dei carichi energetici e ambientali e gli impatti potenziali associati a un prodotto, processo e attività durante il suo intero ciclo di vita.

L’unità di misura è il volume d’acqua rapportato a un’unità di tempo o di peso, che consente di tracciare il volume di acqua dolce impiegato nell’intero ciclo produttivo di un bene iniziando dalla fase di prelievo della materia prima, passando per l’impiego della risorsa in ambito di produzione e distribuzione sul mercato, fino allo smaltimento del prodotto e/o servizio.
Dettagliate e approfondite informazioni per la metodologia di calcolo dell’impronta idrica sono descritte nel Water Footprint Assessment Manual .

Il valore dell’impronta idrica media per individuo, su scala mondiale, è pari a 3.795 l/d (Water Footprint Network, 1996 – 2005).

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Vittorio Bruzzo

Ingegnere Chimico - Esperto in tematiche ambientali, fonti rinnovabili, risparmio

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