Sanatoria urbanistica: chiarimenti su accertamento di conformità, variante edilizia, vizio del permesso

Il Consiglio di Stato, in una recente sentenza, affronta svariati temi della sanatoria ordinaria: acccertamento di conformità, variante edilizia, vizio del permesso di costruire

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Segnate e prendete nota della sentenza 5288/2020 del 28 agosto scorso di Palazzo Spada, perché chiarisce diversi aspetti importanti della sanatoria urbanistica. Siamo di fronte a una pronuncia concernente
un permesso di costruire in sanatoria e una variante in corso d’opera.

La Società proprietaria di un terreno alla contrada comunale, sul quale ha edificato un complesso immobiliare con permesso di costruire, ha impugnato la sentenza del TAR Abruzzo n. 572 del 16
dicembre 2009, con la quale è stato accolto il ricorso presentato dalla controinteressata per l’annullamento del provvedimento del 2 maggio 2006, concernente contestuale sanatoria e variante in corso d’opera relativi ad interventi sullo stesso.

La sentenza appellata ha evidenziato da un lato la insanabilità delle opere, realizzate su sedime non di proprietà, tanto che la sanatoria aveva un’efficacia espressamente condizionata alla demolizione di
parte di esse; dall’altro, l’impossibilità di agire in variante rispetto ad una progettualità non assentita, in quanto difforme da quella di cui al permesso edilizio originario, che teneva conto di indici di edificabilità calcolati in base ad una superficie complessiva, poi riscontrata non corrispondente al vero (mq. 3.052, laddove quella effettiva era pari a mq. 2.669). Da qui, la configurazione di un’ipotesi di "variazione necessitante in quanto tale di autonomo permesso di costruire".

La società ha proposto ricorso per svariati motivi, tutti ritenuti infondati dal Consiglio di Stato. Vediamo nel dettaglio.

Sanatoria ordinaria e integrazione

Palazzo Spada inizia chiarendo che, in materia di abusi edilizi, la peculiare natura della cd. sanatoria ordinaria, per il rilascio della quale l’amministrazione è chiamata a svolgere una valutazione vincolata, priva di contenuti discrezionali e relativa alla realizzazione di un assetto di interessi già prefigurato dalla disciplina urbanistica applicabile, non consente l’integrazione con diverse fattispecie previste da altri corpi normativi.

Accertamento di conformità

L’istituto del cd. accertamento di conformità, o sanatoria ordinaria, nella disciplina dell’art. 36 del dpr 380/2001 (ma ancor prima in quella dell’art.13 della legge 47/1985), concerne la legittimazione postuma dei soli abusi formali, cioè di quelle opere che, pur difformi dal titolo (od eseguite senza alcun titolo), risultino rispettose della disciplina sostanziale sull’utilizzo del territorio, non solo vigente al momento dell’istanza di sanatoria, ma anche all’epoca della loro realizzazione. La sanabilità dell’intervento, in altri termini, presuppone necessariamente che non sia stata commessa alcuna violazione di tipo sostanziale, in presenza della quale, invece, non potrà non scattare la potestà sanzionatorio-repressiva degli abusi edilizi prevista dagli artt. 27 e ss. del dpr 380/2001. Quindi, «l’unico schema applicabile è quello riconducibile all’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001» (Cons. St., A.P., n. 4 del 2009), cui non è equiparabile neppure il procedimento della cd. variante semplificata di cui all’art. 5 del dpr 447/1998, «che è invece orientato ad altra finalità, ovvero quello di semplificare o rendere più celere la modifica dello strumento urbanistico e dunque, da ultimo, favorire l'installazione di strutture produttive, con un meccanismo procedurale analogo a quello previsto dall'art. 19, d.P.R. n. 327 del 2001»;

Abuso conseguente al titolo edilizio illegittimo

Se l’abuso consegue (anche) alla illegittimità del titolo edilizio originario, la sanatoria non può fungere da convalida dello stesso, consentendo nel contempo di correggere l’errore dell’atto e legittimare ex post l’illecito. La convalida, infatti, avendo efficacia ex tunc, renderebbe ultronea la sanatoria, che riguarda i fatti, e non gli atti. Ciò perché la variante in corso d’opera è ontologicamente incompatibile con un abuso non ancora sanato, caratterizzandosi come una modalità per adeguare un progetto in itinere prima della chiusura dei lavori e costituisce “parte integrante del procedimento relativo al permesso di costruzione dell’intervento principale”.

Varianti in senso proprio

Le modifiche, sia qualitative che quantitative apportate al progetto originario, possono considerarsi “varianti in senso proprio” soltanto quando quest’ultimo non venga comunque radicalmente mutato nei suoi lineamenti di fondo, sulla base di vari indici quali la superficie coperta, il perimetro, la volumetria nonché le caratteristiche funzionali e strutturali (interne ed esterne) del fabbricato.

LA SENTENZA INTEGRALE E' SCARICABILE IN FORMATO PDF


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