Averardi Ripari (aicap): "L'ingegnere torni ad essere una figura centrale"

Alla vigilia della presentazione dell'Italian Concrete Conference, prevista a Napoli dal 12 al 14 ottobre, il nostro Direttore Andrea Dari ha intervistato l'Ingegner Fabrizio Averardi Ripari, Vicepresidente di aicap, una delle due associazioni che organizzano l'evento.

Averardi Ripari ha anticipato alcuni dei temi che verranno trattati nel convegno di ottobre, del ruolo che la digitalizzazione può avere nel mondo della progettazione e del futuro della professione ingegneristica.


La troppa burocrazia e il ridotto numero di grandi opere realizzate ha affievolito la tradizione italiana nel campo di ponti e viadotti

Andrea Dari:

Buongiorno Ingegnere,
ricordiamo ancora la sua splendida relazione agli ultimi ICC in cui ha fatto un quadro davvero interessante della storia dei ponti e viadotti. Perché l’Italia, su questo fronte, ha una forte tradizione progettuale di grande qualità e questa tradizione continua a suo parere?

 

Fabrizio Averardi Ripari:

La nostra tradizione progettuale e realizzativa nel campo dei ponti e viadotti non ha eguali. Anche senza retrocedere nel tempo fino all’antica Roma ed ai grandi artisti/progettisti del Rinascimento e del Barocco, basta citare alcuni nomi a cavallo tra ottocento e novecento: Cottrau, Porcheddu, Danusso, Muggia, Miozzi e, in tempi più recenti, Nervi, Krall, Morandi, Zorzi, Cestelli Guidi, Musmeci, per arrivare a De Miranda e Petrangeli. E certamente stiamo dimenticando molti grandi progettisti. Purtroppo questa tradizione sembra essersi affievolita, a mio avviso fondamentalmente per tre motivi: la sempre più sporadica realizzazione di grandi opere in ambito nazionale, il progressivo svilimento dell’importanza della fase progettuale, l’eccesso di regolamentazione e burocratizzazione, che rende sempre più difficile la realizzazione di opere innovative.

 

Andrea Dari

Il crollo, drammatico, del ponte di Genova progettato dal Prof. Morandi ha posto all’attenzione di tutto il Paese il problema del controllo e della manutenzione del nostro sistema infrastrutturale. Qual è il contributo degli ingegneri professionisti a suo parere che può essere dato territorialmente?

 

Fabrizio Averardi Ripari

Si tratta di un contributo fondamentale che però va inquadrato in un’ottica più generale: si deve ritornare a dare un’importanza prioritaria agli aspetti tecnici-ingegneristici della realizzazione e gestione di opere infrastrutturali. Troppo spesso questi aspetti vengono messi in secondo piano rispetto agli aspetti economici, amministrativi, legali, ma anche rispetto a certi eccessi ambientalistici.

Il ruolo dell’ingegnere deve tornare ad essere centrale e la competenza professionale imprescindibile. In particolare chi è incaricato del controllo e della manutenzione delle opere deve avere una preparazione professionale specifica e assumersi le responsabilità conseguenti. Il CNI e gli Ordini territoriali possono avere un ruolo attivo in questo campo, in collaborazione con Università e centri di ricerca, favorendo l’aggiornamento professionale e la formazione di professionisti qualificati in quest’ambito specifico.

 

Averardi Ripari (aicap): "L'ingegnere torni ad essere una figura centrale"

 

Andrea Dari

Gli ultimi provvedimenti normativi sono andati nella direzione di spostare verso i laboratori riconosciuti l’attività di verifica sulle strutture esistenti, che fino ad oggi in molti casi era affrontata dai professionisti. Come valuta questa politica normativa?

 

Fabrizio Averardi Ripari

Vanno distinti i ruoli, è ovvio che i controlli sui materiali vanno realizzati da laboratori autorizzati, ma la figura che decide quali controlli fare e dove e come farli non può essere altri che un ingegnere abilitato e con una competenza specifica. Che poi lavori come professionista o per conto di una società di ingegneria o di un laboratorio è ininfluente, purché sia lui a firmare con il suo timbro professionale assumendosene la responsabilità. Le recenti sentenze in merito, a seguito di un intervento dell’Ordine degli Ingegneri di Roma, hanno fatto chiarezza su questo punto.

 

A Napoli dal 12 al 14 ottobre si parlerà del ruolo del calcestruzzo nella transizione ecologica

Andrea Dari

La progettazione moderna di un ponte o un viadotto non può prescindere dal considerare anche la sostenibilità tra gli obiettivi da perseguire. Su questo fronte la scuola italiana già con Musmeci e Nervi aveva proposto di progettare le cosiddette sezione minime per ridurre l’uso di materiale pregiato dove “non serviva”.  Qual è a suo parere un approccio moderno al problema?

 

Fabrizio Averardi Ripari

Il tema del prossimo Congresso “Italian Concrete Conference” organizzato da aicap e CTE a Napoli dal 12 al 14 ottobre prossimo è proprio  “Il calcestruzzo nella transizione ecologica”.

Si tratterà diffusamente di produzione di cemento con basse emissioni di CO2, di utilizzo di materiali di scarto e riciclabili per il confezionamento dei calcestruzzi, di utilizzo di calcestruzzi ad altissima resistenza che permettono di ridurre i volumi in gioco.  Ma, come evidenzia bene la sua domanda, la sensibilità del progettista nell’ottimizzare la struttura è un aspetto fondamentale.

Purtroppo la spinta ad utilizzare elementi prefabbricati, spesso in modo inappropriato, e la poca propensione a discostarsi da modelli standard, anche per non incorrere in difficoltà di calcolo e/o  normative,  limita la capacità del progettista di trovare soluzioni più performanti.

 

Strumenti digitali: utili, ma da saper maneggiare con cura

Andrea Dari

La digitalizzazione sta cambiando i paradigmi delle costruzioni. BIM, Gemelli digitali, Modelli avanzati, sensori … stanno diventando elementi comuni della realizzazione di ogni opera. Sul tema della progettazione di infrastrutture, quanto l’elemento umano continuerà ad essere importante?

 

Fabrizio Averardi Ripari

La mia risposta sicuramente mi farà apparire un nostalgico, ma non posso non far notare che la torre Eiffel, il viadotto di Garabit, il ponte di Brooklin ed il Golden Gate, fino ad arrivare al Verrazzano Narrows Bridge, sono stati calcolati a mano con il regolo calcolatore e con disegni a china.

Ricordiamoci sempre che gli strumenti di cui parla nella sua domanda sono appunto “strumenti”, dal latino “strumentummezzo per un fine, di valore di per se nullo. Se dietro questi strumenti non c’è un ingegnere in grado di utilizzarli per quello che sono e sfruttarne le potenzialità, il loro valore è zero. Ovviamente sono mezzi che possono migliorare enormemente la qualità ed efficienza del lavoro dell’ingegnere ma, a mio avviso, se non correttamente utilizzati, possono anche rappresentare un pericolo: se al progettista manca un riferimento intuitivo, un “ordine di grandezza”, un banale errore di una virgola può avere conseguenze catastrofiche.

 

Andrea Dari

Negli ultimi anni la professione è stata oggetto di decisioni europee o nazionali che hanno inciso sul suo esercizio: assicurazioni obbligatorie, crediti formativi obbligatori … oggi si parla di lauree abilitanti, quindi di eliminare l’esame di stato. Quale indirizzo sta prendendo la nostra professione e siamo nella direzione giusta?

 

Fabrizio Averardi Ripari

A mio avviso questi provvedimenti non sono di per se negativi, purché applicati con serietà.

Quanto all’esame di stato mi è sempre sembrato pleonastico per le Università di Stato ma, visto il proliferare di Università private anche telematiche, credo che una forma di controllo sia da mantenere, magari prevedendo anche un tirocinio come per molte altre professioni.

Ma, ricollegandomi alla prima risposta, penso che il maggior problema in Italia, nel campo dell’ingegneria civile,  sia quello di riportare la progettazione ad un ruolo centrale.

Abbiamo assistito negli ultimi anni ad una degenerazione in questo senso: l’attività di progettazione è considerata di scarsissima importanza, malpagata, fittiziamente subappaltata con contratti quadro a prezzi scandalosi, oppure affidata alle imprese che la affidano a loro volta a soggetti incaricati di sviluppare soluzioni a tutto vantaggio delle imprese stesse. La possibilità attuale di mandare in gara opere finanziate con i fondi del PNRR sulla base del solo progetto di fattibilità tecnico economica è, a mio parere, un pessimo segnale in questo senso.

I buoni propositi della Legge Merloni del 1994 sono stati completamente stravolti: risparmiare anche il 50% sull’attività di progettazione significa ottenere un risparmio inferiore al 5% sul costo dell’opera, ma una progettazione scadente può comportare un costo in termini di varianti, contenziosi, ritardi ecc. infinitamente superiori, senza considerare la scarsa qualità dell’opera.

Un incarico serio, equamente remunerato ad un progettista qualificato (che sia un libero professionista od una società di ingegneria) e che si assuma la responsabilità del suo lavoro, è il primo passo per garantirci opere di qualità e durevoli nel tempo e per proseguire quella tradizione di qualità progettuale con cui abbiamo iniziato l’intervista.

Il CNI e gli Ordini territoriali, per molti dei quali si terranno le elezioni per il rinnovo dei Consigli a partire dal 15 giugno prossimo, devono avere un ruolo determinante in questo campo esercitando in pieno la loro missione, che non è la difesa corporativistica, ma la tutela della sicurezza e dell’interesse pubblico e la difesa del patrimonio infrastrutturale nazionale.