L'ingegneria geotecnica e la geologia al servizio delle grandi opere e per la difesa del territorio dai rischi naturali

#EDITORIALE
DOSSIER - DISSESTO IDROGEOLOGICO E OPERE GEOTECNICHE
 
 
L’editoriale al Dossier non può esimersi dal volgere il suo primo pensiero alle popolazioni del centro Italia colpite dal terremoto del 24 Agosto scorso. Le tematiche trattate infatti, sono strettamente legate all’evento sismico sia da un punto di vista scientifico che professionale orientandosi a tutti i tecnici, nessuno escluso.
Come già molti sapranno dagli anni precedenti, in questo Dossier si “incontrano” tre grandi discipline che rendono merito all’Italia ed ai tecnici italiani i quali sono da sempre in una posizione indiscussa di leadership a livello internazionale. Sul piano scientifico ed applicativo, il nostro paese si colloca ai vertici ed è al timone della ricerca, progettazione e realizzazione delle più importanti opere geotecniche ed idrauliche nel mondo. Per tutto ciò siamo molto ben conosciuti all’estero mentre, nel nostro interno, tarda ad arrivare quel coinvolgimento pieno dei singoli ruoli disciplinari in tutti i processi progettuali e realizzativi nonché, di salvaguardia ambientale.
I retaggi del passato hanno influenzato ma, sotto certi aspetti l’influenzano tuttora, la cultura dei privati, delle pubbliche amministrazioni ai diversi livelli d’interesse o in certi organismi di controllo, rivolgendo l’attenzione più agli aspetti formali che sostanziali della materia. Il ruolo della geologia, della geotecnica e dell’idraulica deve essere visto sempre più come un aspetto essenziale di tutto il processo progettuale ed esecutivo di una qualunque opera dell’uomo che vada ad interagire con il materiale suolo.
Come non essere d’accordo con Vittorio D’Oriano quando scrive in merito alla Geologia ed alla Geotecnica, che chi pensa che le due materie siano disgiunte fa un torto alla storia ed alla stessa genesi della materia geotecnica oltre a commettere un grave attentato all’integrità del territorio. Ed è proprio con il terribile evento sismico che ha colpito il centro Italia questa dicotomia è apparsa in tutta la sua evidenza: pensare al sito di imposta dell’opera senza preoccuparsi della struttura geologica, della geomorfologia e della idrogeologia di una area ben più vasta è uno scempio intellettuale prima ancora che scientifico.
È qui che il legislatore, le associazioni e gli ordini professionali devono entrare a tutela delle discipline, dell’innovazione e della diffusione tecnologica. Infatti, la crescente complessità della normativa da un lato e la nascita e lo sviluppo straordinario del calcolo numerico, hanno progressivamente industrializzato i processi progettuali e realizzativi favorendo la perdita di alcuni pezzi di quel “puzzle” che da anni si sta cercando di costruire, ma che tarda nell’essere completato.
Occorre ogni tanto fermarsi e dare uno sguardo al passato facendo tesoro delle esperienze per non essere travolti proprio dall’industrializzazione dei processi.
Per questo motivo occorre accostarsi al nostro territorio con una certa “riverenza” intellettuale e rispettarlo. L’Italia è geologicamente giovane e il suo territorio fragile quindi, anche in futuro, dovremo misurarci con eventi sismici e, come sempre più spesso accade, anche con frane e alluvioni.
Come per i terremoti, anche il rischio idrogeologico è stato in passato trattato come una fatalità tardando ad arrivare quegli interventi strutturali per un’adeguata mitigazione e gestione del rischio.
Il dissesto idrogeologico è la vera emergenza del paese. A tal fine il Governo Renzi ha istituito una specifica “Struttura di missione contro il dissesto Idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche” che inizialmente è stata diretta da Erasmo D’Angelis e che recentemente, sotto la direzione di Mauro Grassi, ha prodotto le linee guida per le attività di programmazione e progettazione degli interventi per il contrasto del rischio idrogeologico. Purtroppo, ma per fortuna sotto altri aspetti, esse nascono soltanto a valle dall’aver constatato che la gran parte dei progetti preliminari sulla base dei quali veniva in passato accordato il finanziamento, non avevano alcuna efficacia e utilità.
L’ultimo sopruso in ordine cronologico verso il nostro territorio, riempie le cronache di questi giorni mostrando come strutture pubbliche abbiano impiegando i soldi destinati alla cura e messa in sicurezza del territorio a scopi diversi.
In base ai dati complessivi (anno 2015) di fonte ISPRA, in Italia le frane sono ben 528.903. Nel solo 2015 abbiamo avuto oltre 200 eventi principali. Più di cinque milioni di persone risiedono in aree a rischio elevato, mentre le imprese che sono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono più di 79.000. Il 18% dei Beni Culturali italiani è a rischio frane, mentre sono 40 mila i Beni Culturali in aree a pericolosità idraulica e 9 milioni di persone risiedono in aree a pericolosità idraulica.
Con questi numeri è palese che tutto il territorio deve essere ripensato con un piano ed una programmazione che abbiano alla base risorse certe ed adeguate che si protraggono nel tempo; la sola gestione delle emergenze non può più essere accettata!
Il rischio idrogeologico non deve essere sottovalutato anzi occorre saperlo valutare. Il prof. Giovanni Gullà nei suoi contributi dal titolo “Metodi per la valutazione della pericolosità dei fenomeni di dissesto dei versanti” e “Laboratori in sito e reti integrate di monitoraggio degli eventi di dissesto idrogeologico per la gestione sostenibile del rischio e per lo sviluppo di processi e tecnologie innovativi”, mostra le metodologie che è possibile perseguire per la valutazione della suscettibilità, della pericolosità e del rischio da frana, su area vasta e sul singolo versante, in relazione a fattori che influenzano la dinamica dei versanti. Il prof. Gullà inoltre, illustra le sinergie e le opportunità che si possono determinare e potenziare nel breve e medio termine, attraverso la realizzazione di laboratori in sito che inglobano reti integrate di monitoraggio degli eventi di dissesto idrogeologico.
Di quanto sia imponente la scala e gli effetti sul territorio del rischio idrogeologico, ce lo mostra nel suo articolo anche il Prof. Alessandro Guerricchio (Professore Emerito di Geologia Applicata dell’Università della Calabria) dal titolo “La grande deformazione gravitativa della Sila Nord-Occidentale, con sbarramento del fiume Crati, spostamenti ed “effetti leva” nei terreni della Piana di Sibari, condizionata anche dalle tettonica trascorrente del Pollino”. Uno spaccato ed un’analisi chiara di come in Calabria, questo fenomeno di macro-scala, abbia generato i presupposti per la franosità passata e futura di tutto l’ampio settore territoriale silano.  Interessanti gli effetti che hanno causato lo spostamento delle aste fluviali del Fiume Crati e di altri corsi d’acqua. Il lavoro del Prof. Guerricchio consente di dare ragione anche dei fenomeni di amplificazione dei terremoti nel territorio coinvolto.
Anche per il consumo di suolo, inteso come fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, non si può prescindere dalla Geologia, la Geotecnica e l’Idraulica le quali assumono un carattere fondamentale in una qualunque discussione ai diversi livelli istituzionali. Il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnando un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 ettari al giorno, con una velocità compresa tra i 6 e i 7 metri quadrati di territorio che, nell’ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo.
Il lavoro proposto dall’Ing. Francesco Trovati dal titolo “Consumo del suolo: effetti diretti sul ciclo idrologico e gestione delle acque meteoriche” mostra come gli effetti del consumo del suolo, in particolare l’impermeabilizzazione del suolo che ne consegue, abbia una significativa influenza sulle risorse idriche che può tradursi in cambiamenti sugli equilibri a livello di bacino idrografico.
Data la sempre crescente antropizzazione delle nostre città, ci si propone per il futuro di ridurre il consumo del suolo. A tal fine, si sta sempre più intensificando l’utilizzo degli spazi sotterranei con un’altrettanta diversificazione delle destinazioni e delle funzioni per le quali questi spazi sono progettati e realizzati. Le esigenze che spingono le diverse città ad utilizzare questi spazi sono diverse e vanno dalla mobilità pedonale a quella veicolare, dalla realizzazione di reti di trasporto veloci alla creazione di spazi e aree aggiuntivi per funzioni presenti in superfici. Non è sbagliato parlare, quindi, di città sotterranea la quale rappresenta un elemento costitutivo della struttura urbana con ricadute sulla sua organizzazione e gestione.
 
La tendenza a recuperare gli spazi sotterranei nelle città ormai sature di costruzioni comporta l’esigenza di accrescere le conoscenze del comportamento di scavi profondi a cielo aperto, specialmente in zone densamente urbanizzate. I Proff. Silvia Autuori e Gianpiero Russo nel loro articolo dal titolo “Monitoraggio dello scavo della stazione San Pasquale a Napoli”, descrivono alcuni risultati del monitoraggio eseguito durante la costruzione della stazione metropolitana omonima.
Anche i Proff. E. Bilotta, G. Russo e C. Viggiani nel loro contributo “Un esempio di monitoraggio in fase di costruzione di una tratta di metropolitana: il caso della Linea 1 di Napoli”, illustrano come durante l’esecuzione dei lavori, è stato condotto un programma di monitoraggio finalizzato al controllo di cedimenti indotti in superficie e alla valutazione degli spostamenti del terreno in profondità in diverse sezioni lungo la tratta.
 
Per quanto argomentato, ciò richiede competenze specifiche sollecitate dalla peculiarità dei nuovi problemi che lo sviluppo delle opere civili e le caratteristiche del territorio pongono. Competenze nel campo della Geologia, Geotecnica ed Idraulica che siano al centro per il governo della crescita sostenibile degli insediamenti umani e delle antropizzazioni associate, il recupero dei centri storici, forme urbane più compatte e semi-dense, il riuso di aree dismesse o già urbanizzate, anche attraverso interventi di rigenerazione e riqualificazione. Queste competenze rappresentano le possibili risposte presenti e future a un tema particolarmente sentito a tutti i livelli di governance territoriale.

Auguro a tutti buona lettura e spero che gli argomenti trattati catturino la vostra curiosità che è il “motore” per fare bene le cose. 


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