Calcestruzzo Armato | Materiali e Tecniche Costruttive | Restauro e Conservazione
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Calcestruzzi al limite: l'impiego del conglomerato nelle opere della fortificazione permanente della frontiera orientale

Il contributo presenta i risultati della ricerca sull'architettura e la costruzione delle fortificazioni militari realizzate durante la Guerra Fredda. Questo è stato concepito come un sistema di strutture difensive “ampio e continuo” che hanno fortemente caratterizzato il territorio e il paesaggio del Friuli-Venezia Giulia.

La ricerca sulle costruzioni delle fortificazioni militari della Guerra Fredda

Lo studio di queste costruzioni, esaminando gli aspetti tecnici delle strutture difensive lungo il confine orientale, è stato svolto con rigore scientifico. Si è partiti dall'esame delle planimetrie originarie, oggi declassificate, per poi proseguire con una panoramica interconnessa delle caratteristiche tipologiche e formali, dei materiali e delle tecnologie utilizzate nella loro costruzione.

In particolare nel contributo si analizza l'utilizzo del cemento armato come materiale principale per la costruzione di bunker. Questa ricerca vuole anche promuovere una riflessione sul patrimonio di questi siti, in vista del loro recupero e riuso.

Le costruzioni di difesa presenti in Friuli-Venezia Giulia

Nello specifico sono state analizzate, tramite una ricerca di fonti d’archivio inedite, tutte le postazioni disseminate nell’area di confine della regione Friuli-Venezia Giulia, che furono costruite allo scopo di difesa da una possibile invasione da Est.

Molte opere sono quindi state costruite durante il periodo della cosiddetta guerra fredda, ma alcune di queste sono riconducibili al sistema difensivo del Vallo Alpino del Littorio, realizzato durante il secondo conflitto mondiale. Si tratta di un patrimonio di più di mille postazioni che rientrano in un più articolato sistema difensivo, in particolare nel nostro paese il Demanio militare impegna circa 783 chilometri quadrati di territorio. Le regioni più interessate da questo fenomeno sono la Sardegna e il Friuli-Venezia Giulia, infatti: “[…] in Friuli Venezia Giulia ci sono 102 chilometri quadrati destinati ad attività militari, pari a più di due volte e mezza la superficie della città di Pordenone”.

L’elemento comune a tutti questi tipi di fortificazione, anche fuori dal contesto italiano, è l’utilizzo del calcestruzzo armato come materiale che, per le sue caratteristiche intrinseche, fu largamente utilizzato e sperimentato nel corso degli anni nelle varie ‘opere’.

La ricerca ha permesso di studiare l’impiego del conglomerato cementizio, in questa sua applicazione ‘al limite’, nelle opere di tipo difensivo largamente diffuse nel territorio, prevalentemente ipogee e costituite da “calotte di cemento affioranti sui dorsi steppici dei versanti, paratoie metalliche entro nicchie di cemento occhieggianti improvvise fra le fronde, torrette di areazione emergenti come ceppi nell’intreccio fra erbe e roveti furono in quegli anni manufatti caratterizzati da una carica evocativa e simbolica che andava ben al di là della scarsa e poco appariscente consistenza fisica.” [Chinellato in Petruzzi & Petriccione 2019, 7].

Lo studio integrato della forma delle postazioni difensive e dell’utilizzo dell’acciaio e del calcestruzzo armato come materiali principali, hanno permesso di comprendere le valenze specifiche delle scelte operate da parte degli architetti e ingegneri del Genio Militare, che testarono il conglomerato tramite prove di esplosione sulla superficie, per raggiungere il giusto mix dei componenti che permettessero una migliore resistenza agli attacchi.

Obbiettivi e metodologia

L’obiettivo della ricerca è stato quello di analizzare le tematiche architettoniche e costruttive delle fortificazioni militari realizzate durante la cosiddetta ‘guerra fredda’, concepite come un sistema ‘diffuso e continuo’ di strutture difensive che ha fortemente connotato il contesto territoriale paesaggistico del Friuli-Venezia Giulia. L’aspetto inedito e innovativo è stato quello di studiare questi manufatti partendo da un’attenta analisi del costruito e delle diverse caratteristiche tipologico-formali, per comprenderne le scelte tecniche e materiche attuate nella loro costruzione. La ricerca inoltre promuove una riflessione sul patrimonio di tali ‘opere’ nella prospettiva di un loro recupero e riuso.

Il sistema difensivo strutturato e organizzato nel periodo della guerra fredda, non essendo mai stato fortunatamente coinvolto in un vero conflitto bellico, non ha subito gli stravolgimenti strutturali che generalmente esitano i combattimenti, ma solo gli effetti del tempo, del degrado, dell’abbandono e del sopravvento della natura. Per quanto attiene specificatamente la documentazione recentemente desegretata e utilizzata per la presente ricerca, il materiale è ancora catalogato e conservato presso l’Ufficio demanio e servitù militari del 12° reparto infrastrutture di Udine.

Lo studio analitico genera una riflessione tecnico- scientifica su tale patrimonio costruito, nella prospettiva non solo della sua conoscenza scientifica, ma anche della sua possibile valorizzazione in chiave di un turismo sostenibile e della possibilità di recupero e riuso.

I tipi della fortificazione permanente

Durante la guerra fredda e nello scenario della ‘cortina di ferro’, lungo quello che era diventato il nuovo confine orientale, da Tarvisio a Trieste, si concretizza e realizza una nuova e necessaria concezione della struttura territoriale: la fortificazione permanente, in aggiunta e a integrare le molteplici infrastrutture militari preesistenti: caserme, fortificazioni, centri di addestramento, polveriere e depositi di munizioni. Sono state realizzate circa un centinaio di nuove ‘opere’ difensive (94 ‘opere’), con circa un migliaio di postazioni (1.124 postazioni), in alcuni casi riutilizzando ‘opere’ preesistenti.

Attualmente circa 1000 postazioni sono state dismesse o alienate e circa un centinaio sono ancora di proprietà del Demanio Militare. Lo schieramento era stato concepito come una disposizione seriale di manufatti in punti strategici e a presidio dei maggiori valichi, lungo gli assi di comunicazione e nelle valli dei fiumi Tagliamento, Fella, Torre, Natisone, Iudrio e Isonzo. Alcune di queste, quelle strategicamente più rilevanti, risaltavano per la consistenza di postazioni di cui erano dotate: Calvario (45 postazioni) a Gorizia, Portis (32) a Venzone, Ponte San Quirino (30) a Cividale del Friuli e San Andrat (26) a Corno di Rosazzo (Tabella 1).

Le infrastrutture vennero realizzate a coprire un arco che iniziava da Timau, nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico, lungo la strada statale n. 52 bis Carnica e la valle del fiume Bût, per concludersi a Sablici, tra il monte Hermada e le Bocche del Timavo, al passaggio della strada statale n. 14 della Venezia Giulia, dell’autostrada A4 e della linea ferroviaria Trieste-Venezia.

In genere con la denominazione ‘opera’ si intendeva un insieme di postazioni prevalentemente ipogee, di norma costituite da un manufatto in calcestruzzo armato, la cui parte emergente era blindata e, a seconda dei casi, anche mimetizzata con artifici di camuffamento. Le postazioni si diversificavano in relazione al tipo e alla quantità delle dotazioni belliche, potendo ospitare a seconda dei casi, un cannone anticarro o una mitragliatrice ovvero un posto di comando e osservazione.

Il linguaggio architettonico dei bunker esprime una specifica testimonianza di costruzione militare piegata alle esigenze di inserimento nel territorio, spinto fino al camuffamento attraverso un ventaglio di contaminazioni e adattamenti, finalizzati a creare un sistema difensivo strategico di vere e proprie ‘macchine belliche’. I bunker sono stati studiati e progettati come uno ‘sbarramento’ costituito da postazioni seriali in cui le caratteristiche costruttive e gli artefatti di mimetizzazione dovevano rispondere a precise logiche funzionali sia all’esterno che all’interno.

Tabella 1: Confine orientale: le ‘opere’ e le postazioni (Archivio dell’Ufficio demanio e servitù militari, 12° reparto infrastrutture di Udine, d’ora innanzi ADSU).
Tabella 1: Confine orientale: le ‘opere’ e le postazioni (Archivio dell’Ufficio demanio e servitù militari, 12° reparto infrastrutture di Udine, d’ora innanzi ADSU).

L’esistenza di queste costruzioni fortificate, dislocate nel territorio secondo un preciso disegno sotteso alla loro funzione, ha di fatto determinato una diversa conformazione dei luoghi. Le fortificazioni nella loro natura sistemica possono essere lette come l’espressione architettonica di serialità morfologica, tipologica e tecnologica che impone la necessità di una riflessione sulle tecniche costruttive adottate (Tabella 2, 3, 4).

Per analogia in un’analisi tecnico-temporale appare interessante un raffronto con il parallelamente diffuso ‘sistema’ rappresentato dalle numerosissime caserme realizzate, seppur in tempi diversi in Friuli-Venezia Giulia.

Il patrimonio del sistema difensivo, costruito in forma diffusa in tutto il Friuli-Venezia Giulia, appare collocato nel territorio secondo una distribuzione puntiforme, derivante dalla concezione di difesa ereditata dai secoli precedenti, soprattutto dagli inizi del Novecento.

Più specificatamente si possono identificare diversi tipi costruttivi studiati per soddisfare precise esigenze difensive e condizionati fortemente dalle caratteristiche geo-morfologiche del territorio. Si può ritenere che le tecniche sperimentate e le modalità costruttive utilizzate nel secondo conflitto bellico mondiale abbiano rappresentato un primo modello di riferimento progettuale-cantieristico, quale base conoscitiva per la costruzione dei bunker post-bellici della nuova fortificazione permanente della frontiera orientale.

La ricerca svolta partendo dall’assunto concettuale di tale ipotesi, ha sviluppato lo studio dei manufatti della guerra fredda, mettendo in luce come i più recenti bunker presentino delle peculiarità costruttive e tipologiche che li contraddistinguono, ma anche come in alcuni casi presentino elementi evolutivi di preesistenze. Infatti nel caso di ‘opere’ difensive attaccate dal degrado, l’analisi ha messo in risalto gli strati materici e il sistema costruttivo: “La condizione di ‘rovina’ costituisce, come per i manufatti premoderni, una straordinaria occasione di studio anatomico delle componenti architettoniche e della qualità materica dei detriti, tra cui la composizione dei cementi” [Fiorino 2017, 58].

Tabella 2: Tipi di fortificazione.
Tabella 2: Tipi di fortificazione.
Tabella 3: Tipi di fortificazione: identificazione in base alla potenza
Tabella 3: Tipi di fortificazione: identificazione in base alla potenza.
Tabella 4: Tipi di fortificazione: classificazione delle opere.
Tabella 4: Tipi di fortificazione: classificazione delle opere.

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INDICE

  • Il calcestruzzo armato per le “opere difensive”
  • Conclusioni e futuri sviluppi
  • Bibliografia

Questo articolo è tratto dalle MEMORIE di CONCRETE 2022, sesta edizione della manifestazione

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