Caldo record e gelo estremo: perché il clima si scalda e noi tremiamo
Mentre negli Stati Uniti il gelo del vortice polare paralizza strade e reti, in Australia si sfiorano i 49 °C e in Africa centrale si battono record di calore. Episodi opposti, nello stesso momento, alimentano una domanda: la Terra si sta riscaldando o raffreddando? La risposta passa dalla differenza fra meteo e clima, e dai meccanismi che amplificano gli estremi.
Ma la Terra si sta riscaldando o raffreddando?
La domanda “ma la Terra si sta riscaldando o raffreddando?” torna puntuale ogni volta che una città si blocca per neve e ghiaccio, o quando un’ondata di freddo fa saltare reti elettriche e logistica. È una reazione comprensibile: l’esperienza quotidiana è locale e immediata, mentre il clima è un bilancio globale e pluridecennale. Eppure, è proprio qui che la fisica del sistema climatico diventa interessante (e per certi versi spiazzante): un pianeta più caldo non significa “meno inverno”, ma significa atmosfera e oceani più energetici, più umidi e, in molte configurazioni, più inclini a oscillazioni marcate della circolazione.
Sul trend di fondo, però, la scienza è netta: le attività umane hanno causato in modo inequivocabile il riscaldamento globale; la temperatura media superficiale globale è già circa +1,1 °C rispetto all’era preindustriale (1850–1900). E gli ultimi anni consolidano quella traiettoria: l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha confermato che il triennio 2023–2025 è il più caldo in tutti i dataset principali, con una media triennale vicina a +1,48 °C rispetto al preindustriale.
Quindi: il pianeta si scalda. Ma il “come” lo percepiamo passa attraverso gli estremi.
Secondo l’articolo “Hotter hots and colder colds” di David Gelles, pubblicato sulla newsletter Climate Forward di The New York Times il 29 gennaio 2026, la simultaneità di gelo intenso e caldo eccezionale in aree diverse del mondo è coerente con ciò che i climatologi prevedono da decenni: estremi più estremi in un clima che si riscalda.
Il pezzo mette in fila un paradosso solo apparente: mentre parte degli Stati Uniti viene stretta da aria artica “fuori sede”, altre regioni vivono un inverno insolitamente mite e, altrove, temperature da record spingono verso incendi e blackout. Il punto chiave è che la crisi climatica non “uniforma” il meteo: ne aumenta la variabilità e la pericolosità.
Tre passaggi (in originale) che fotografano bene il messaggio:
- “The extremes are going to be more extreme.”
- “Greenland and the Arctic have quietly had a remarkably mild winter.” (citazione riportata dall’autore)
- “When a storm does form, it has more moisture to dump as rain or snow.”
Sul meccanismo atmosferico, l’articolo richiama il ruolo del vortice polare e delle sue “fughe” verso sud: quando la configurazione si indebolisce o si deforma, può favorire irruzioni fredde anche a latitudini insolite.
Qui sta la risposta più solida alla domanda di fondo.
Clima che si scalda ≠ sparizione del freddo.
L’IPCC documenta che, in generale, l’aumento medio delle temperature sposta anche la distribuzione degli estremi: le ondate di caldo diventano più frequenti e intense, mentre gli estremi freddi tendono a diminuire in frequenza e severità. Questo è il quadro “statistico” globale.
Perché allora vediamo gelo “storico”?
Perché il meteo è il risultato della circolazione atmosferica, non solo della temperatura media. Un filone di ricerca collega la rapida trasformazione dell’Artico (amplificazione artica) a un indebolimento del gradiente termico polo–medie latitudini, con un possibile aumento delle ondulazioni del getto e maggiori blocchi persistenti. L’IPCC spiega che le alte latitudini dell’emisfero Nord tendono a scaldarsi molto più della media globale (artic amplification). E NOAA ricorda che alcuni esperimenti modellistici prevedono un vortice polare più incline a indebolirsi in un mondo che si riscalda, pur con incertezze importanti su quanto questo si traduca in più “cold outbreaks” alle medie latitudini. (In parallelo, altri studi ridimensionano il legame diretto fra perdita di ghiaccio marino e inverni più rigidi: il punto, oggi, è che il tema è complesso e non riducibile a slogan. )
Il caso Ucraina: il freddo prolungato come stress test di infrastrutture.
Nelle ultime settimane, l’Europa orientale ha vissuto un raffreddamento marcato, con previsioni fino a -24 °C e finestre di gelo intenso a cavallo fra fine gennaio e inizio febbraio. In Ucraina il tema è diventato emergenza sistemica: non solo per la meteorologia, ma per la vulnerabilità energetica e civile. Un attacco aereo ha colpito infrastrutture elettriche lasciando circa 1,2 milioni di utenze senza corrente e migliaia di edifici senza riscaldamento nell’area di Kyiv, in condizioni sottozero. E racconti giornalistici recenti descrivono temperature intorno a -20 °C come moltiplicatore di rischio per riparazioni, approvvigionamenti e tenuta sociale.
Dall’altra parte del pianeta: caldo estremo e incendi.
In Australia una forte ondata di calore ha alimentato incendi e interruzioni di corrente; Reuters riporta temperature oltre i 48 °C in alcune aree e decine di migliaia di utenze colpite da blackout, con emergenze legate ai roghi.
Cosa interessa a chi progetta e gestisce costruzioni e città.
La lezione “da cantiere” è concreta: non serve scegliere tra caldo o freddo, serve progettare per variabilità e persistenza degli eventi.
Alcuni impatti tipici:
- picchi di domanda energetica (riscaldamento e raffrescamento) e rischio di collasso locale della rete;
- cicli gelo–disgelo più insidiosi per pavimentazioni, facciate, ponti e infrastrutture idriche;
- stress su impianti e logistica (acqua, antincendio, HVAC, cantieri all’aperto);
- aumento del rischio sanitario (caldo umido e freddo estremo) e necessità di piani di continuità operativa.
👉 Il riscaldamento globale sposta la “media” verso il caldo, ma può rendere più bruschi e persistenti gli estremi meteo.
Conclusione: va ripensato il progetto delle città e degli edifici
La domanda iniziale (“la Terra si scalda o si raffredda?”) si chiude con una risposta che, per chi progetta, è più utile della polemica: il trend climatico globale è di riscaldamento, ma l’effetto operativo che tocchiamo con mano è l’aumento della volatilità e della persistenza degli estremi. Non è una contraddizione: un sistema più caldo e più carico di energia e vapore acqueo può generare episodi localmente molto freddi, soprattutto quando la circolazione si dispone in assetti bloccati o “allungati”, mentre altrove si registrano picchi di calore senza precedenti.
Da qui la conseguenza “da ingegneria urbana”: le variazioni termiche e gli shock meteo devono diventare un dato di progetto per città ed edifici, non una variabile da subire. Perché l’estremo non è solo temperatura: è durata, intermittenza, effetti a cascata (blackout, ghiaccio, interruzione trasporti, stress idrico, incendi), e quindi impatta sicurezza, continuità dei servizi e costi sociali.
1) Città ed edifici: progettare la resilienza termica come requisito prestazionale
In pratica, la progettazione dovrebbe includere — già a livello di concept e poi in capitolato — una logica di “passive survivability”: la capacità di un edificio (e di un quartiere) di restare abitabile in sicurezza anche quando l’energia manca o è razionata.
Alcuni punti tecnici che diventano centrali:
- Involucro “robusto” contro caldo e freddo: continuità dell’isolamento, controllo dei ponti termici, tenuta all’aria e gestione del vapore per evitare condense e degradi quando si alternano gelo/disgelo e umidità variabile.
- Ridondanza impiantistica e gestione dei picchi: impianti dimensionati non solo sul “valore medio”, ma sulla probabilità di picchi e persistenza; strategie di regolazione e zonizzazione; gestione della ventilazione nei periodi di caldo umido (comfort e sicurezza sanitaria).
- Accumuli e inerzie: non solo batterie elettriche, ma accumuli termici (inerzie edilizie, serbatoi, materiali a cambiamento di fase dove sensato) e soluzioni di “load shifting” per ridurre la dipendenza dai picchi di rete.
- Microreti e continuità dei servizi essenziali: scuole, ospedali, RSA, presidi civili come “nodi resilienti” con sistemi di backup e piani di esercizio; attenzione alla catena idrica (pompe, potabilizzazione) e alla continuità delle telecomunicazioni.
- Spazio pubblico come infrastruttura climatica: ombreggiamento, gestione delle superfici, alberature e suoli permeabili (per caldo e piogge intense), ma anche piani neve/ghiaccio per viabilità e sicurezza pedonale in scenari di gelo prolungato.
Il punto non è “progettare per il disastro”, ma portare l’eccezionale dentro i margini di progetto: come si fa da sempre in strutture e sismica, con combinazioni e scenari, qui applicati alla continuità termo-energetica.
2) La guerra come moltiplicatore: energia, freddo e governance dell’emergenza
C’è poi una seconda lezione, più scomoda e più politica, che però ricade direttamente sulle scelte tecniche: gli eventi bellici trasformano il clima estremo in emergenza sociale perché colpiscono le forniture e le infrastrutture energetiche.
Questo non è “solo meteo”: è vulnerabilità sistemica.
In Ucraina, ad esempio, il gelo diventa drammaticamente più pericoloso quando si somma agli attacchi alla rete: Reuters ha riportato edifici a Kyiv ancora senza riscaldamento dopo strike su infrastrutture, con temperature previste fino a circa -26 °C in quei giorni.
E il tema non riguarda solo i fronti di guerra. La situazione del Venezuela sta portato a una crisi energetica a Cuba, e questo mostra come le tensioni geopolitiche possano comprimere forniture e far collassare la continuità elettrica: nelle cronache di fine gennaio 2026 si parla di carenza di carburante e blackout diffusi, aggravati da nuove pressioni sulle forniture di petrolio.
Per i governi (e per chi scrive norme e piani), questo significa una cosa molto concreta: la gestione dell’emergenza energetica non può essere un allegato, deve essere parte della pianificazione ordinaria. L’Unione Europea, ad esempio, ha appena formalizzato un percorso su gas e diversificazione, chiedendo agli Stati piani nazionali per sostituire forniture critiche.
E sul piano internazionale, la Agenzia Internazionale dell’Energia ricorda da tempo che la sicurezza energetica include strumenti come monitoraggio, stoccaggi strategici e misure di risposta collettiva per shock improvvisi.
La “nuova normalità” è progettare per l’instabilità
Se il clima ci sta portando “caldi più caldi” e, a tratti, “freddi più cattivi”, la risposta non è scegliere una narrazione: è mettere resilienza termica ed energetica al centro delle politiche urbane, dei codici tecnici e della progettazione.
Perché quando l’estremo arriva, la differenza tra disagio e crisi non la fa il termometro: la fa la capacità di un sistema urbano-edilizio di restare in piedi anche quando rete, combustibili e logistica non sono garantiti.
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