11 settembre 2001, 25 anni dopo: cosa abbiamo davvero imparato?
L’11 settembre 2001 ha segnato una svolta nell’ingegneria degli edifici, portando a nuove regole su robustezza strutturale, sicurezza antincendio ed evacuazione. A venticinque anni di distanza, resta aperta una riflessione più ampia sul rapporto tra tecnologia, resilienza, sicurezza, controllo e libertà.
Dal crollo delle Torri Gemelle nacque una delle più vaste indagini mai condotte sull’ingegneria degli edifici e sulla sicurezza delle persone. Cambiarono norme, criteri progettuali, sistemi di evacuazione, protezione antincendio, gestione dell’emergenza. Ma cambiarono anche gli aeroporti, le città, le guerre e il rapporto tra libertà e controllo.
Venticinque anni dopo, la domanda non riguarda soltanto ciò che accadde l’11 settembre 2001. Riguarda ciò che siamo stati capaci di imparare, come professionisti e come società.
Ricordo esattamente dove mi trovavo
L’11 settembre 2001 ero direttore di ATECAP, l’associazione dei produttori italiani di calcestruzzo preconfezionato.
Ricordo ancora il televisore acceso nel mio ufficio. Le prime immagini arrivavano da New York: una delle Torri Gemelle era stata colpita da un aereo.
Come milioni di persone in tutto il mondo, cercammo subito una spiegazione che rientrasse nelle categorie consuete. Un incidente. Un errore di navigazione. Un fatto terribile, certamente, ma ancora comprensibile.
Poi, alle 9:03 di New York, un secondo aereo colpì la Torre Sud.
In quell’istante l’ipotesi dell’incidente scomparve.
Ma nel mio ricordo c’è un altro punto di rottura: alle 9:37, quando un terzo aereo si schiantò contro il Pentagono. Fu allora che decisi di mandare a casa i dipendenti.
Oggi quella scelta potrebbe sembrare eccessiva. Per capirla, però, bisogna provare a rientrare in quelle ore, cancellando tutto ciò che abbiamo appreso in seguito.
Non sapevamo quanti aerei fossero stati dirottati. Non conoscevamo gli obiettivi. Non potevamo sapere se gli attacchi fossero terminati o se ne sarebbero verificati altri. Washington era stata colpita. Le notizie arrivavano frammentarie, concitate, spesso contraddittorie.
Per qualche momento affiorò persino il pensiero che aveva accompagnato per decenni la nostra generazione: l’inizio di una terza guerra mondiale.
Cominciarono le telefonate. Amici negli Stati Uniti. Persone che dovevano viaggiare. Conoscenti bloccati negli aeroporti. Famiglie alla ricerca di informazioni, di rassicurazioni, di una voce che potesse dire che tutto sarebbe finito.
Poi accadde ciò che, fino a quel momento, sembrava inconcepibile.
Alle 9:59 crollò la Torre Sud.
Alle 10:28 crollò la Torre Nord.

Tra il primo impatto e il secondo collasso erano trascorsi appena 102 minuti. In meno di due ore non era cambiata soltanto la skyline di New York: era cambiato il mondo.
Dopo lo sgomento, le domande dell’ingegnere
Di fronte a quelle immagini veniva prima di tutto l’essere umano: lo smarrimento, il dolore, l’impotenza. Ma subito dopo, almeno per chi apparteneva al mondo delle costruzioni, arrivavano le domande dell’ingegnere.
Come potevano essere collassati edifici di quelle dimensioni?
Che cosa aveva provocato l’impatto alle strutture? Quale ruolo avevano avuto gli incendi? Che cosa era accaduto alle protezioni antincendio? Perché una torre era rimasta in piedi per 56 minuti dopo l’impatto e l’altra per 102? Come avevano funzionato le scale? Come si era svolta l’evacuazione? E, soprattutto: avremmo potuto progettare diversamente?
Erano domande inevitabili, ma anche difficili. Non cercavano una spiegazione semplice o una colpa isolata. Richiedevano di ricostruire una sequenza complessa di danni, incendi, deformazioni, cedimenti, decisioni operative e comportamenti umani.
Negli anni successivi quelle domande impegnarono alcune delle migliori competenze dell’ingegneria americana. Il National Institute of Standards and Technology, il NIST, condusse quella che avrebbe poi definito la più grande indagine statunitense mai realizzata sul collasso di edifici.
Per le Twin Towers il lavoro produsse 43 rapporti, per circa 10.000 pagine complessive. A essi si aggiunsero tre rapporti dedicati al World Trade Center 7, per circa altre 1.000 pagine.
Non si trattava semplicemente di stabilire perché fossero caduti tre edifici.
L’obiettivo era più ambizioso: capire che cosa dovesse cambiare nel modo di progettare, costruire, utilizzare, proteggere ed evacuare gli edifici.

La prima lezione: un edificio è un sistema
Forse questa è l’eredità tecnica più importante dell’11 settembre.
La sicurezza di una costruzione non può essere valutata verificando separatamente travi, colonne, solai, collegamenti, scale, impianti e protezioni antincendio. Un edificio non è una semplice somma di componenti. È un sistema complesso, nel quale le prestazioni di ciascun elemento dipendono da ciò che accade agli altri.
E un sistema deve poter reagire anche quando qualcosa esce dallo scenario ordinario per il quale è stato concepito.
L’impatto degli aeromobili produsse danni strutturali rilevanti e compromissioni delle protezioni antincendio. Gli incendi successivi sottoposero elementi e collegamenti a condizioni termiche eccezionali. Il punto, dunque, non era più capire soltanto quanto resistesse una colonna o un solaio, ma comprendere il comportamento dell’intero organismo strutturale: danneggiato, riscaldato, deformato e progressivamente privato di alcune delle sue capacità.
Il cambio di prospettiva è profondo.
La domanda non è soltanto: “Quanto resiste questo elemento?”
La domanda diventa: “Che cosa accade all’intero edificio quando una parte del sistema perde, in modo parziale o progressivo, la capacità di svolgere la funzione prevista?”
È qui che assumono un significato ancora più forte concetti oggi centrali nell’ingegneria strutturale: robustezza, ridondanza, percorsi alternativi dei carichi, comportamento globale, collasso sproporzionato.
Nel 2023 ASCE/SEI ha pubblicato lo standard ASCE 76-23, dedicato specificamente alla mitigazione del potenziale di collasso sproporzionato di edifici e altre strutture. Sarebbe scorretto attribuire ogni sviluppo di questa disciplina all’11 settembre. Tuttavia, il World Trade Center ha rappresentato uno spartiacque nella consapevolezza internazionale del problema.
Non perché abbia reso possibile l’idea di progettare contro ogni minaccia, ma perché ha reso più chiaro il valore di progettare strutture meno vulnerabili al cedimento progressivo e più capaci di offrire alternative quando un elemento viene meno.
La seconda lezione: struttura e incendio non possono vivere separati
Per decenni, progettazione strutturale e progettazione antincendio hanno proceduto lungo percorsi in larga parte paralleli.
L’11 settembre ha mostrato, con una drammaticità senza precedenti, i limiti di questa separazione.
Una struttura investita da un incendio esteso non perde semplicemente una quota determinata della propria resistenza. Si dilata, si deforma, modifica le condizioni di vincolo, trasferisce azioni agli elementi adiacenti. I collegamenti diventano decisivi. Un fenomeno locale può propagarsi rapidamente e trasformarsi in una crisi dell’intero sistema.
L’indagine sul WTC 7 spinse il NIST a richiamare esplicitamente la necessità di valutare la prestazione al fuoco dell’intero sistema strutturale, con particolare attenzione anche agli effetti delle dilatazioni termiche.
È una concezione autenticamente prestazionale della sicurezza antincendio. E non riguarda soltanto gli strutturisti.
Riguarda gli architetti, che decidono la forma e l’organizzazione dello spazio. Riguarda gli impiantisti, che progettano protezione e continuità dei servizi essenziali. Riguarda chi definisce materiali, rivestimenti, compartimentazioni e percorsi. Riguarda, in definitiva, l’intera filiera della progettazione.
La terza lezione: l’esodo è architettura
Una parte essenziale dell’indagine riguardò ciò che accadde alle persone.
Scale. Percorsi di evacuazione. Ascensori. Segnaletica. Comunicazioni. Accessibilità per i soccorritori. Affidabilità delle radio all’interno di edifici molto alti.
Non sono dettagli aggiunti al progetto in un secondo momento. Sono architettura.
Dalle raccomandazioni del NIST sono derivate più di 40 modifiche ai model building and fire codes dell’International Code Council. Tra queste figurano l’introduzione di una terza scala di uscita per determinate tipologie di edifici molto alti, l’aumento della larghezza delle scale nei nuovi grattacieli, requisiti più rigorosi per i materiali di protezione passiva applicati a spruzzo, maggiore affidabilità dei sistemi di protezione attiva, ascensori più robusti a supporto dei soccorritori, migliore identificazione delle vie di esodo e comunicazioni radio più affidabili.
La lezione è chiara: la sicurezza non viene aggiunta all’architettura alla fine del progetto. Contribuisce a generarla.
Progettare l’esodo significa progettare lo spazio, il tempo e il comportamento delle persone in condizioni di stress. Significa immaginare edifici nei quali si possa entrare, lavorare, vivere, ma anche uscire rapidamente, orientarsi, ricevere informazioni, soccorrere e farsi soccorrere.
Quanto possiamo progettare contro l’imprevedibile?
Qui nasce la domanda più difficile.
Possiamo progettare un edificio capace di resistere a qualsiasi evento? Evidentemente no.
Ed è significativo che lo stesso NIST abbia chiarito come le proprie raccomandazioni non fossero rivolte a rendere gli edifici capaci di sopportare l’impatto di un aeromobile. L’ingegneria opera sempre entro un limite: quello delle probabilità, delle conseguenze, dei costi, delle prestazioni attese e del rischio residuale.
Pretendere una sicurezza assoluta significherebbe, in molti casi, costruire edifici impossibili oppure economicamente insostenibili.
Ma l’11 settembre ci ha consegnato una lezione più sottile e più utile.
Non possiamo prevedere ogni evento. Possiamo però progettare sistemi meno fragili di fronte all’imprevisto.
È qui che entra in gioco una parola diventata centrale negli anni successivi: resilienza. Non l’illusione dell’invulnerabilità, ma la capacità di assorbire un danno, adattarsi a una condizione eccezionale, mantenere funzioni essenziali e ridurre la possibilità che una crisi locale si trasformi in un collasso irreversibile.
BIM, digital twin e il limite dei modelli
Venticinque anni sono un intervallo enorme sul piano tecnologico.
Oggi possiamo elaborare modelli strutturali non lineari molto più sofisticati, simulare incendi, studiare l’esodo delle persone, integrare dati nel BIM, monitorare edifici con migliaia di sensori e immaginare digital twin capaci di rappresentarne continuamente lo stato.
Possiamo analizzare scenari che nel 2001 avrebbero richiesto capacità di calcolo difficilmente disponibili. Possiamo mettere in relazione struttura, impianti, materiali, flussi di persone, gestione dell’emergenza e manutenzione. Possiamo produrre conoscenza con una velocità e una profondità allora impensabili.
Eppure, proprio l’11 settembre dovrebbe insegnarci prudenza.
Un modello più sofisticato non coincide automaticamente con una maggiore capacità di prevedere il mondo reale.
Ogni simulazione dipende dalle ipotesi iniziali, dalla qualità dei dati, dalle condizioni al contorno, dalla conoscenza dei materiali, dall’affidabilità delle correlazioni adottate e dalla capacità di rappresentare fenomeni concatenati di straordinaria complessità.
È una lezione che vale ancora di più nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
La tecnologia amplia enormemente la nostra capacità di analisi. Non elimina l’incertezza. Può aiutarci a vedere più lontano, ma non può sostituire il giudizio tecnico, la verifica critica e la consapevolezza dei limiti del modello.
L’11 settembre ha cambiato il viaggio e la politica
Poi ci fu tutto il resto.
Gli aeroporti cambiarono radicalmente. Controlli più severi, limitazioni agli accessi ai gate, controlli sistematici dei bagagli, porte delle cabine di pilotaggio rinforzate. Negli Stati Uniti nacque la Transportation Security Administration.
Molte procedure che oggi consideriamo normali sarebbero state impensabili per chi prendeva un aereo negli anni Novanta.
Ma il cambiamento non riguardò soltanto il viaggio. Cambiò il nostro rapporto con il rischio e la disponibilità ad accettare forme di controllo in nome della sicurezza.
L’11 settembre aprì la stagione della “War on Terror”, delle guerre in Afghanistan e Iraq, del Patriot Act, dell’espansione dei sistemi di intelligence e sorveglianza.
Ed è qui che la riflessione tecnica diventa inevitabilmente politica e sociale.
Ogni sistema di sicurezza nasce da un compromesso. Noi ingegneri lo sappiamo bene: non esiste una sicurezza infinita, ma un livello di rischio che una società ritiene accettabile e un costo che è disposta a sostenere per ridurlo.
Quel costo, però, non è soltanto economico.
Può riguardare la privacy, l’accessibilità, la mobilità, la libertà personale, il modo in cui ciascuno viene osservato e controllato nello spazio pubblico.
Un sondaggio Reuters/Ipsos realizzato alla vigilia del venticinquesimo anniversario mostra che il 65% degli americani intervistati si dichiara contrario alla sorveglianza interna senza mandato, mentre resta ampio il sostegno alle misure rafforzate di sicurezza aeroportuale.
Forse significa che, dopo venticinque anni, abbiamo imparato a distinguere meglio tra sicurezza e controllo.
Oppure significa, più semplicemente, che quella discussione non è mai davvero terminata.
Una generazione che non c’era
C’è infine un pensiero che colpisce più di altri.
I giovani che oggi entrano nelle nostre università non erano ancora nati l’11 settembre 2001. Per loro, le immagini che io vidi in diretta sul televisore del mio ufficio appartengono alla storia. Come alla mia generazione appartenevano alla storia altre immagini capaci di cambiare il mondo.
Ed è forse proprio per questo che ricordare non basta.
Dobbiamo trasmettere ciò che abbiamo imparato.
Per questo INGENIO ha scelto, a venticinque anni dall’11 settembre, di non limitarsi alla commemorazione. Vogliamo tornare su quella vicenda attraverso gli occhi degli ingegneri, degli architetti, degli studiosi della sicurezza, di chi progetta edifici e città.
Per capire come siano cambiate le strutture, le norme, il fire engineering, l’evacuazione e la progettazione degli edifici alti.
Ma anche per porci una domanda più ampia, forse più scomoda.
L’ingegneria ha imparato. Noi?
Quando una struttura collassa, l’ingegneria possiede un metodo. Raccoglie i dati. Studia le macerie. Ricostruisce la sequenza degli eventi. Verifica le ipotesi. Migliora i modelli. Modifica le norme. Cerca di fare in modo che ciò che è accaduto non possa ripetersi nello stesso modo.
È esattamente ciò che abbiamo fatto dopo l’11 settembre.
Le società, invece, hanno un compito più difficile.
Devono trasformare il dolore in memoria, senza trasformarlo in odio. Devono usare la paura per migliorare la prevenzione, senza farne uno strumento permanente di governo. Devono costruire sicurezza senza cancellare la libertà. Devono ricordare senza restare prigioniere del passato.
Venticinque anni dopo, possiamo probabilmente affermare che gli edifici alti sono più sicuri anche grazie alle lezioni apprese dalle macerie del World Trade Center.
Sulla società che abbiamo costruito dopo quelle macerie, invece, la risposta resta molto meno semplice.
Ed è forse proprio questa la ragione per cui, dopo venticinque anni, vale ancora la pena tornare a parlare dell’11 settembre.
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