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Cosa rimane del nostro IO nell’era dell’intelligenza artificiale

Siddhartha è stato per molti un passaggio obbligato nelle letture giovanili: un libro che ci ha insegnato a interrogarci sul senso dell’Io e sul bisogno di comprenderci. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, quelle domande tornano con una forza nuova: come cambia la ricerca di sé quando conviviamo con strumenti che osservano, anticipano e interpretano il nostro modo di essere?

L’Io e l’AI: pensieri in transito

«Su nessuna cosa al mondo so tanto poco quanto su di me».

Si potrebbe ripartire da qui, da Hermann Hesse, da Siddhartha, oggi, nell’epoca in cui l’Io non è più soltanto un dialogo interiore ma un flusso che scorre in mezzo ad algoritmi, suggerimenti, modelli.

Forse la domanda diventa un’altra: che cosa rimane, davvero, del nostro IO quando tutto intorno sembra anticiparlo? Non è chiaro se le tecnologie ci stiano aiutando a comprendere meglio noi stessi o se, lentamente, ci stiano abituando a delegare anche quella parte più intima che un tempo era solo nostra. È possibile che stiamo imparando a guardarci attraverso uno sguardo esterno? E se sì, quanto di quello sguardo ci appartiene?

A volte sembra che l’AI ci riporti proprio al punto di partenza di Siddhartha: il desiderio di capire chi siamo e, subito dopo, la tentazione di eludere quella domanda.

Ci conosciamo davvero o ci limitiamo a osservare le tracce che lasciamo online?

E queste tracce, che l’AI analizza con tanta precisione, raccontano noi o soltanto una parte molto piccola, quella più ripetibile, più prevedibile?

Forse siamo noi a complicare tutto, o forse è la tecnologia a mostrarci quanto fosse complesso anche prima.

È da me che voglio imparare, di me stesso voglio essere il discepolo, voglio conoscermi, svelare quel mistero che ha nome Siddhartha.


Che cosa significa “autenticità” in un contesto dove ogni pensiero può essere suggerito, ogni immagine ritoccata, ogni testo riformulato?

E quanto pesa, in questa ricerca, la consapevolezza che esistono strumenti in grado di imitare il nostro stile, la nostra voce, persino le nostre esitazioni?

Non è detto che ci sia una risposta. Anzi, probabilmente non c’è.

È possibile che l’Io sia, oggi come allora, un territorio in cui ci muoviamo a tentoni, mentre intorno nuove mappe digitali sembrano indicarci strade che però non vogliono—o non possono—sostituire il cammino. E non sto pensando solo ai social.

Possiamo ancora ascoltarci senza interferenze?

O forse l’interferenza è diventata parte della nostra identità, una specie di eco costante con cui dobbiamo fare i conti?

Forse la vera domanda è un’altra ancora: come si convive con un IO che non è più solo dentro di noi ma anche fuori, distribuito, mappato, osservabile?

E come cambia il nostro modo di cercare “l’essenza”, sapendo che una parte del nostro comportamento può essere modellata, prevista, comparata con milioni di altri?

Non c’è una conclusione.

C’è piuttosto l’impressione — sottile, quasi impercettibile — che l’intelligenza artificiale non ci stia allontanando da noi stessi, ma ci stia riportando esattamente nel luogo dove Hesse aveva lasciato Siddhartha: davanti a quell’enigma che continuava a sfuggirgli.

Solo che adesso quell’enigma risuona in un paesaggio nuovo, fatto di dati, suggerimenti, simulazioni. E più lo guardiamo, più ci accorgiamo che resta irrisolto.

Forse è proprio lì, in questa incertezza, che continua a pulsare la parte più umana del nostro IO.

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