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L’Aida di Shirin Neshat: il protagonismo della regia copre la voce di Verdi

All’Opéra Bastille, l’Aida di Shirin Neshat colpisce per potenza visiva ma lascia un senso di distanza. Il grande cubo bianco che domina la scena diventa prigione della musica di Verdi: tre ore di immagini, sangue e simboli che trasformano il dramma d’amore e il trionfo in un manifesto di denuncia, freddo e implacabile.

Aida all’Opéra di Parigi: tre ore di colpi allo stomaco, ma senza emozione

L’ho vista ieri sera, questa Aida di Verdi messa in scena all’Opéra Bastille nella nuova regia di Shirin Neshat. Tre ore di immagini potenti, di simboli, di dolore, ma anche di una distanza crescente tra ciò che si vede e ciò che si ascolta.

Un’opera che vuole scuotere, e ci riesce — ma dimentica di commuovere.

La regista iraniana Shirin Neshat riprende la tragedia verdiana trasformandola in un lungo atto di denuncia. Sullo sfondo non ci sono più l’Egitto e i fasti del potere, ma un mondo lacerato dalla guerra, dalla religione e dal dominio maschile.

Sulla scena domina un grande cubo bianco che occupa tutto il palco, come una prigione monumentale, ora schermo per i video, ora tomba, ora altare. È una presenza scenica che schiaccia i personaggi, inghiotte lo spazio e impone un’estetica fredda, quasi museale.

I video proiettano volti sofferenti, corpi feriti, sangue. I sacrifici diventano reali, la violenza esplicita. Tutto è declinato in chiave di denuncia, e la regia, nel tentativo di universalizzare il dolore, finisce per renderlo uniforme, costante, quasi anestetizzante.

Anche i sacrifici di sangue — mostrati esplicitamente — accentuano la sensazione di un dolore gridato, esibito, più che evocato.

Ma in questo linguaggio visivo, che vorrebbe essere universale, la musica di Verdi resta imprigionata. La marcia trionfale, privata della sua dimensione spettacolare e festiva, perde ogni slancio: non c’è danza, non c’è balletto, non c’è il respiro della celebrazione.

Tutto diventa cupo, uniforme, quasi ossessivo. La regia rifiuta la bellezza del contrasto — quella tensione fra la gloria pubblica e la tragedia intima — che è il cuore stesso dell’opera. Ne cerca un'altra, tra il trionfo della marcia verdiana e le immagini della violenza in Iran.

Così, il trionfo non è più tale, e l’amore finale tra Aida e Radamès non commuove: arriva esausto, come l’ascoltatore.

Artribune riporta che "L’Aida di Shirin Neshat all’Opéra di Parigi. La regia dell’artista iraniana è una riflessione sul fanatismo religioso" (LINK)

È un peccato, perché musicalmente la serata è stata eccellente. Il tenore Piotr Beczała è stato un Radamès di grande nobiltà e controllo così come il soprano Aleksandra Kurzak;, che ha sostituito  all'ultimo Ewa Płonka, ma ogni attore è stato all'altezza di Parigi; l’orchestra e il coro dell’Opéra di Parigi hanno offerto una prova splendida, intensa e disciplinata. Loro, più di tutto il resto, hanno ricordato cosa significa ancora ascoltare Verdi.

Eppure, uscendo dal teatro, resta la sensazione di una distanza: tre ore di colpi allo stomaco che affaticano più di quanto emozionino.

La regia e la scenografia procedono di pari passo nella stessa logica: quella della costruzione imponente, simbolica, totalizzante. Il grande cubo bianco che domina il palcoscenico è l’immagine perfetta di questa idea: geometria rigorosa, ma chiusa, che non lascia vie di fuga né alla luce né all’emozione.

È un linguaggio visivo che, pur potente, finisce per dettare le regole alla musica invece di dialogare con essa. E' la politica che vince sulla musica.

Come nell’architettura, anche nel teatro musicale la forza di un’opera nasce dall’armonia tra forma e sostanza, tra ciò che si costruisce e ciò che si esprime.

In questa Aida, la regia ha edificato molto, ma ha lasciato poco spazio al respiro della musica — che è, in fondo, la vera architettura del sentimento.

E quando la forma prevale sul suono, quando il messaggio si impone sull’emozione, l’opera non parla più: si osserva soltanto, da lontano.

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