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L’Economia Circolare applicata alle costruzioni

Il settore delle costruzioni impatta considerevolmente sul nostro ambiente, ma è altresì fuori discussione la sua centralità nelle nostre vite. La conseguenza ovvia è quella della ricerca di modalità sostenibili per deviare il “business as usual” verso un modello rigenerativo. 

In quest’articolo intendo contribuire all’applicazione dell’economia circolare al settore delle costruzioni, fornendo strumenti utili e un esempio da approfondire.


Il corretto concetto di Economia circolare

Spesso associamo al concetto di economia circolare quello di riciclaggio o comunque di gestione dei rifiuti prodotti dai processi industriali o dal consumo di beni.

Questo approccio è errato ed estremamente limitativo nella ricerca di soluzioni circolari.

Il termine “rifiuto” e le sue conseguenze sul nostro ambiente, sono un artifizio creato dall’uomo per definire un livello così basso di qualità della materia da non venire più considerata, in quanto priva di valore (economico) e quindi scartata.

La natura, in oltre 3,8 miliardi di anni di evoluzione, non ha mai generato nulla che fosse "un rifiuto". Viviamo in un sistema chiuso (la terra) nel quale vige la legge della conservazione della massa (legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato fondamentale di Lavoisier): “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. 

L’economia circolare è un approccio olistico alla gestione delle risorse, che parte sin dalla prima progettazione di beni e servizi e non è limitata al loro riutilizzo/riciclo.

L’economia circolare è stata definita dalla Ellen MacArthur Foundation, come “un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di 2 tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati a essere ri-valorizzati senza entrare nella biosfera”.

Come tecnici e manager impegnati in questa transizione ecologica dobbiamo scordarci del “rifiuto” e ragionare sui livelli di qualità dei beni.

 

Il contesto delle costruzioni e l’economia circolare

La Stanford University, in uno studio del 2015, ha stimato una perdita economica pari al 23% del prodotto interno lordo mondiale (nel 2020 era di 84,71 migliaia di miliardi di dollari - USD) entro il 2100 se non saranno adottate misure adeguate di mitigazione e adattamento climatico. La transizione ecologica non è quindi una questione ambientalista, ma di resilienza, accelerata dall’attuale crisi energetica, che potremmo vivere come opportunità di cambiamento (positivo).

Non a caso lo studio Accenture “Circular Economy. Dallo spreco al valore (2015)” stima una ricaduta potenziale di ben 4.500 miliardi di $. 

Secondo i dati diffusi da ISPRA e riportati nella "Strategia Nazionale per l’Economia Circolare", nel 2019 sono stati prodotti circa 52,1 milioni di tonnellate di rifiuti a seguito di costruzione e demolizione, +13,6% rispetto al 2018, corrispondente a oltre 6,2 milioni di tonnellate.

La buona notizia è che il tasso di recupero (riutilizzo, riciclaggio e altre forme di recupero) di materia dei rifiuti da costruzioni e demolizioni, si attesta, nel 2019, al 78,1%, pari a 40,7 milioni di tonnellate, al di sopra dell’obiettivo del 70% fissato dalla Direttiva 2008/98/CE per il 2020 (NB: il monitoraggio dei rifiuti da costruzione e demolizione non tiene conto delle quantità relative alle terre e rocce da scavo e dei fanghi di dragaggio).

Sul fronte della decarbonizzazione del settore edile il BPIE (Buildings Performance Institute Europe) ha creato un indice per misurare il progresso delle costruzioni in UE in tal senso (da raggiungere nel 2050), l'indice ha una scala compresa tra 0 (situazione di riferimento nel 2015) e 100 (decarbonizzazione raggiunta nel 2050). Nel 2019 è stato calcolato a 0,48, contro un valore di 14. Significa che l'incremento è stato di appena 0,12 /anno contro i 3,6/anno attesi. Per recuperare il ritardo, il tasso di miglioramento annuo dal 2019 al 2030, dovrà essere di 5 punti all'anno.

Questo ci fa capire come l'impegno nell'ottenere gli obiettivi di sostenibilità e resilienza nelle costruzioni, lunge dall'essere considerato concluso.

 

La Strategia Nazionale per l’Economia Circolare

Particolare interesse e speranza, per l'economia circolare applicata all'edilizia, ma non solo, è riservata alla "Strategia Nazionale per l’Economia Circolare" (Ministero della Transizione Ecologica [MITE] - giugno 2022), nella quale sono definiti gli elementi cardine su cui il MITE agirà per il traghettamento nazionale verso l'economia circolare (questo al netto degli eventuali nuovi indirizzi politici che l'esecutivo, che si insedierà a seguito delle elezione di settembre 2022, porrà in essere - ndr):

  • Criteri Ambientali Minimi (CAM)
  • Cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste)
  • Responsabilità estesa del produttore
  • Pratiche di condivisione (es: sharing economy)
  • Prodotto come servizio (product-as-a-service)

La strategia si innesta nel contesto dell’attuale crisi internazionale, con l’auspicio che tali proposte possano, anche, alleviare la dipendenza della nostra economia da energia e risorse provenienti da Paesi terzi, rendendola quindi più resiliente agli shock esterni. Non a caso il Green Deal europeo mira ad avviare l’Unione Europea sulla strada di una transizione ecologica con l'obiettivo ultimo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 ed entro il 2030 assicurare, secondo le stime della Commissione, un risparmio di 132 Mtep di energia primaria, pari a circa 150 miliardi di m3 di gas naturale, quasi equivalenti all'importazione di gas russo nell'UE.

La Strategia Nazionale per l’Economia Circolare propone 5 modelli di business capaci di condurre a un sistema produttivo coerente con le finalità dell'economia circolare:

  1. Filiera circolare “fin dall’inizio” (ecodesign fin dalle prime fasi di progettazione del prodotto).
  2. Recupero e riciclo (fabbricare materia prima seconda e altre strategie "near zero waste").
  3. Estensione della vita del prodotto (durabilità del prodotto, lavorando su economie di servizi e non di consumo di beni -> product-as-a-service).
  4. Piattaforma di condivisione (usare cosa serve e quando serve).
  5. Prodotto come servizio (che si lega indissolubilmente alla durabilità dei beni sopra).

Di seguito l'infografica proposta dal MITE in merito al ciclo di prodotto secondo l'economia circolare:

 ciclo di prodotto secondo l'economia circolare

Di particolare interesse nel documento, ritengo, sono i principi dell’ecodesign indicati di seguito. In termini operativi potrebbero essere trasformati in un'utile check list di sviluppo prodotti:

  • materiali: razionalizzare l’uso delle risorse materiche (efficienza nell’uso dei materiali), cercando di sostituire materiali non rinnovabili con materiali rinnovabili, riciclati, biodegradabili e compostabili. La necessità è di “creare” nuovi materiali che contemplino al meglio sostenibilità e circolarità (es: materia prima seconda che sostituisce, anche parzialmente, quella vergine). È essenziale la conoscenza delle caratteristiche ambientali dei materiali per evitare di perseguire scelte di progetto che non favoriscono la circolarità delle risorse;

  • processi produttivi: aumentare l’efficienza nell’uso delle materie prime; migliorare la logistica degli approvvigionamenti e della distribuzione; ridurre al minimo la produzione di scarti di lavorazione o fare in modo che questi siano gestiti come sottoprodotti. I processi di simbiosi industriale (dove lo scarto di un processo produttivo diventa materia prima seconda per un altro) offrono un contributo importante per valorizzare gli scarti dei processi produttivi riducendo i costi di processo e arrivando a ottenere ricavi dalla vendita; al fine di favorire l’implementazione di tali processi dovranno essere sviluppati sistemi software di supporto alle decisioni (Decision Support System), che garantiscano dati aggiornati ed affidabili, integrando tutte le fonti di informazione in un’unica interfaccia di accesso;

  • approvvigionamenti: utilizzare approvvigionamenti energetici da fonte rinnovabile; valorizzare le risorse a livello territoriale o di prossimità per ridurre gli impatti ambientali del trasporto e creare un’identità locale del prodotto;

  • disassemblabilità e modularità: permettere più agevolmente la smontabilità delle diverse componenti di un prodotto in relazione anche alle tipologie di materiali impiegati; favorire la progettazione di prodotti seguendo il principio della modularità per permettere la sostituzione delle parti, il recupero e riuso di assiemi e sottoassiemi;

  • riciclabilità: favorire il recupero e riciclo dei materiali, evitando di avere componenti multimaterici con incastri irreversibili che non possono essere avviati al processo di riciclo;

  • riparabilità e manutenzione: permettere la sostituzione delle parti tecnologicamente obsolete o danneggiate e favorire una manutenzione che permetta l’allungamento del ciclo di vita del prodotto stesso;

  • sostituzione e gestione delle sostanze pericolose: cercare soluzioni materiche che non contengono sostanze pericolose per rendere più facilmente riciclabili i prodotti, prendendo anche a riferimento la normativa europea sulle sostanze chimiche. Tuttavia, per molteplici prodotti, la presenza di specifiche sostanze pericolose negli stessi è dettata dalla necessità di garantire determinate prestazioni e caratteristiche (anche di durabilità) che, sulla base delle attuali conoscenze e tecnologie disponibili, non possono essere raggiunte con sostanze alternative. È, pertanto, necessario anche garantire un’opportuna gestione e recupero delle sostanze pericolose;

  • riutilizzo: qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti;

  • raccolta post consumo: fase fondamentale per permettere ad un prodotto o a parte di esso di essere avviato ad una fase di manutenzione o riutilizzo;

  • rigenerazione: permettere che le parti funzionanti e riutilizzabili di un prodotto usato possano essere reimpiegate in un nuovo prodotto / processo;
  • qualità del riciclaggio: favorire il processo di riciclaggio, cercando di mantenere il più possibile le caratteristiche dei materiali. Una riduzione della qualità del materiale porta inevitabilmente ad un minore valore economico dello stesso;

  • ecoprogettazione dei processi produttivi: dall’end of pipe alle cleantech. Le tecnologie “end of pipe” o di fine ciclo devono la loro definizione al fatto che intervengono sul trattamento dell’inquinamento dopo che esso è stato prodotto, agendo quindi a valle del processo produttivo: gli impianti di abbattimento delle emissioni gassose e gli impianti di trattamento dei reflui biologici o chimico fisici ne sono un esempio. Le tecnologie cleantech devono intervenire a monte per evitare esternalità ambientali, come la riduzione dell’uso dell’acqua e dell’energia.

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