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Ripristino della natura, primo via libera parlamentare all’AG 369: osservazioni su governance, territori e risorse

Il Parlamento ha acceso il semaforo verde sull’Atto del Governo n. 369, lo schema di decreto legislativo con cui l’Italia si prepara ad adeguare il proprio ordinamento al Regolamento UE 2024/1991 sul ripristino della natura. Il via libera, però, non è stato notarile. Sia il Senato sia la Camera hanno accompagnato il parere favorevole con una serie di osservazioni che toccano nodi molto concreti: governance, rapporti tra livelli istituzionali, coordinamento con la pianificazione territoriale, coinvolgimento dei portatori di interesse e sostenibilità finanziaria dell’attuazione.

AG 369 sul ripristino della natura: Senato e Camera hanno approvato i pareri sul decreto di adeguamento italiano al Regolamento UE 2024/1991. Il via libera è accompagnato da osservazioni su governance, coordinamento multilivello, integrazione con la pianificazione territoriale, coinvolgimento degli stakeholder e adeguatezza delle risorse. Un passaggio che interessa direttamente anche il settore delle costruzioni e del governo del territorio.


Ripristino della natura: Senato e Camera approvano l’AG 369 con osservazioni su governance, pianificazione e risorse

Lo schema di decreto legislativo di adeguamento nazionale al Regolamento UE 2024/1991 sul ripristino della natura incassa il parere favorevole di Senato e Camera. Ma il Parlamento chiede un rafforzamento dell’impianto attuativo: più coordinamento multilivello, maggiore integrazione con la pianificazione territoriale, coinvolgimento degli stakeholder e attenzione reale alle risorse necessarie.

Che cos’è l’AG 369 e perché conta

Della direttiva sul ripristino della natura ne abbiamo parlato al tempo della sua approvazione su INGENIO con l'articolo "Ambiente: in vigore la Legge europea sul Ripristino della Natura" esprimendo anche alcune critiche nell'intervista con il professore Armando Brath "Cambiamenti climatici e alluvioni: perché è necessario cambiare modo di progettare le infrastrutture" .

L’AG 369 è lo schema di decreto legislativo trasmesso alle Camere l’8 gennaio 2026, predisposto per adeguare la normativa nazionale al Regolamento (UE) 2024/1991, il provvedimento europeo che impone agli Stati membri misure vincolanti di ripristino degli ecosistemi degradati. Alla Camera l’atto risulta assegnato alla VIII Commissione Ambiente, con parere favorevole con osservazioni espresso il 25 marzo 2026; nello stesso giorno sono arrivati anche i pareri favorevoli della V Commissione Bilancio e della XIV Commissione Politiche dell’Unione europea. Al Senato, la 8ª Commissione ha concluso l’esame con parere favorevole con osservazioni il 24 marzo 2026

Il quadro europeo entro cui si colloca il decreto è molto impegnativo. Il Regolamento UE 2024/1991 punta a introdurre misure di ripristino che coprano almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Unione entro il 2030, con un percorso progressivo verso il ripristino di tutti gli ecosistemi che ne hanno bisogno entro il 2050. ISPRA ricorda inoltre che gli Stati membri dovranno elaborare un Piano nazionale di ripristino, con traguardi intermedi per habitat terrestri, marini, forestali, agricoli e urbani degradati. 

Il passaggio istituzionale: non solo Parlamento, ma anche Conferenza Unificata

Sul piano procedurale, il decreto ha già superato anche un altro snodo cruciale: nella seduta del 18 marzo 2026 la Conferenza Unificata ha sancito l’intesa sullo schema di decreto legislativo. È un passaggio importante, perché segnala che il confronto tra Stato, Regioni ed enti locali è entrato nella fase decisiva e che il tema del ripristino della natura non può essere affrontato come una materia esclusivamente ministeriale o centralistica. 

Per un tema come questo, infatti, la questione attuativa pesa almeno quanto quella normativa. Il ripristino di ecosistemi, habitat, corridoi ecologici, aree umide, sistemi fluviali, contesti agricoli e spazi urbani richiede un allineamento reale tra amministrazioni centrali, Regioni, enti locali, soggetti gestori, strutture tecniche e operatori del territorio. È esattamente su questo punto che si concentrano molte delle osservazioni parlamentari. 

Le osservazioni del Senato: governance, energia, pianificazione e stakeholder

Il parere del Senato mette a fuoco con chiarezza il cuore del problema: il decreto deve definire meglio la governance nazionale dell’attuazione del regolamento europeo. Nello schema di osservazioni proposto in Commissione si chiede, tra l’altro, di precisare che il provvedimento disciplina la governance e le modalità di attuazione a livello nazionale; di rafforzare il ruolo del MASE sul coordinamento e monitoraggio degli impollinatori; di assicurare il coordinamento del Piano nazionale di ripristino con la mappatura delle aree necessarie al raggiungimento degli obiettivi 2030 sulle rinnovabili; di garantire coerenza con la pianificazione estrattiva regionale e provinciale; e di istituire un tavolo nazionale permanente con gli stakeholder per le diverse fasi di redazione, approvazione, attuazione, riesame e monitoraggio del Piano. 

Sono osservazioni che, lette nel loro insieme, mostrano un’impostazione molto concreta. Il Senato non si limita a dire che il decreto è condivisibile: segnala che il ripristino della natura dovrà convivere con altre politiche pubbliche e con altri obiettivi europei, a partire dall’energia, dalle infrastrutture, dalla disponibilità di materie prime, dalla pianificazione territoriale e dall’assetto delle competenze amministrative. Per il settore delle costruzioni, questo è un punto tutt’altro che secondario, perché richiama direttamente il rapporto tra tutela ecologica, trasformazioni del territorio, iter autorizzativi e programmazione delle opere. 

Il nodo vero: il coordinamento multilivello

Dietro le osservazioni parlamentari si intravede una questione ormai strutturale in molte politiche ambientali europee: la distanza tra obiettivo regolatorio e capacità amministrativa di attuarlo. Il ripristino della natura non si realizza soltanto con una norma nazionale di recepimento o adeguamento; richiede dati, monitoraggi, banche informative condivise, competenze tecniche, criteri omogenei, processi di consultazione e capacità di raccordare strumenti diversi, spesso già esistenti. 

In questo senso, il passaggio parlamentare rafforza un messaggio molto chiaro: il Piano nazionale di ripristino non potrà essere costruito in modo isolato, ma dovrà dialogare con i livelli territoriali e con gli strumenti di governo del territorio. È una questione che interessa da vicino anche urbanisti, progettisti, gestori ambientali, amministrazioni locali e professionisti tecnici, perché chiama in causa il modo in cui il disegno ecologico del territorio si intreccia con le scelte insediative, infrastrutturali e produttive. 

Pianificazione territoriale: il tema che interessa di più il mondo tecnico

Per il pubblico di INGENIO, probabilmente il punto più rilevante è proprio questo: il decreto non viene letto dal Parlamento come un semplice testo ambientale, ma come un provvedimento che deve essere reso coerente con la pianificazione territoriale e con gli altri sistemi di programmazione.

Le osservazioni del Senato sulla pianificazione estrattiva e sul coordinamento con le politiche energetiche e infrastrutturali vanno esattamente in questa direzione. 

Questo approccio apre una riflessione molto concreta. Il ripristino della natura, se non viene governato dentro un quadro chiaro di compatibilità, coordinamento e priorità, rischia di trasformarsi in un terreno di conflitto tra obiettivi ambientali, fabbisogni insediativi, approvvigionamento di materiali, infrastrutture energetiche e processi autorizzativi. Se invece viene costruito con una governance solida e leggibile, può diventare un’occasione per alzare la qualità della pianificazione, rendere più robusto il rapporto tra tutela e trasformazione e offrire maggiore certezza agli operatori. 

La strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030 indica che occorre adoperarsi di più per ripristinare gli ecosistemi di acqua dolce e le funzioni naturali dei fiumi. Il ripristino degli ecosistemi di acqua dolce dovrebbe includere interventi volti a ripristinare la connettività naturale dei fiumi, delle loro zone rivierasche e delle loro pianure alluvionali, anche attraverso l'eliminazione delle barriere artificiali, al fine di agevolare il conseguimento di uno stato di conservazione soddisfacente per i fiumi, i laghi, gli habitat alluvionali e le specie che vivono in questi habitat protetti dalle direttive 92/43/CEE e 2009/147/CE, nonché il conseguimento di uno degli obiettivi fondamentali della strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030, ossia il ripristino di almeno 25 000 km di fiumi a scorrimento libero, rispetto al 2020 quando è stata adottata tale strategia. Nell'eliminare le barriere, gli Stati membri dovrebbero innanzitutto considerare le barriere obsolete, ossia quelle che non sono più necessarie per la produzione di energia rinnovabile, la navigazione interna, l'approvvigionamento idrico o altri usi.

La questione delle risorse: senza copertura, il rischio è una norma solo formale

Accanto ai profili di governance, resta molto delicato il tema delle risorse. Nella documentazione parlamentare sul provvedimento compare infatti il richiamo alla clausola di invarianza finanziaria, cioè all’idea che l’attuazione del decreto non debba comportare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Proprio su questo punto emergono perplessità nette: nel resoconto del Senato si sottolinea che il ripristino su larga scala degli ecosistemi degradati implica investimenti strutturali e pluriennali, monitoraggi scientifici complessi, interventi attivi sul territorio e un rafforzamento delle capacità amministrative degli enti coinvolti. 

Il punto è decisivo. Perché una politica pubblica di questa portata non si regge soltanto su obiettivi, linee guida e riparti di competenze. Servono risorse economiche, strumenti tecnici, personale, dati e continuità amministrativa. Senza questi ingredienti, il rischio è che il Piano nazionale di ripristino resti formalmente corretto ma operativamente fragile, con possibili ricadute anche sul fronte del rispetto dei target europei. 

Cosa succede adesso

Dopo il passaggio in Conferenza Unificata e l’espressione dei pareri parlamentari, il procedimento si avvicina alla fase conclusiva. Il testo dovrà ora recepire, in tutto o in parte, le osservazioni formulate e arrivare alla sua definizione finale. Resta però già chiaro il messaggio politico-istituzionale emerso da queste settimane: il Parlamento sostiene l’adeguamento italiano al Regolamento UE 2024/1991, ma chiede che esso sia costruito con maggiore attenzione alla macchina attuativa, al coordinamento territoriale e alla sostenibilità concreta del sistema. 

Per il mondo delle costruzioni, della pianificazione e dell’ingegneria ambientale, l’AG 369 merita quindi un’attenzione particolare. Perché il ripristino della natura non sarà una materia confinata alle sole politiche di conservazione: entrerà sempre più nel lessico delle trasformazioni territoriali, nella valutazione dei piani, nell’interazione tra opere, ecosistemi e usi del suolo, e nella definizione di nuove priorità pubbliche. In altre parole, non siamo di fronte soltanto a un adempimento europeo, ma a un possibile cambio di paradigma nel rapporto tra ambiente, territorio e progetto. 

C’è un aspetto che merita di essere osservato con particolare attenzione.

Quando l’Europa chiede di ripristinare la natura, non sta chiedendo solo più tutela: sta imponendo agli Stati di ripensare il modo in cui leggono, governano e trasformano il territorio. Ed è proprio qui che il provvedimento italiano sarà giudicato davvero. Non tanto sulla sua enunciazione di principio, ma sulla capacità di tenere insieme ambiente, pianificazione, infrastrutture, livelli istituzionali e risorse. Perché il tema, ormai, non è scegliere tra natura e sviluppo. Il tema è capire se il sistema pubblico sia in grado di costruire regole mature, coordinate e tecnicamente praticabili per farli convivere.

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