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BIM e impianti MEP: dove crea valore reale e dove il metodo conta più della tecnologia

Un’indagine di RX Italy e INGENIO con oltre 500 risposte analizza lo stato reale dell’adozione del BIM nel MEP, mettendo in luce benefici concreti, criticità operative e modelli organizzativi emergenti. I dati mostrano come il valore del BIM si concentri soprattutto su coordinamento, qualità progettuale e gestione delle interferenze.

Applicazione BIM in ambito MEP: per i professionisti una delle aree considerate più complesse

Uno dei temi che più stanno caratterizzando il dibattito tecnico e professionale nel settore delle costruzioni è, senza dubbio, il BIM. Negli ultimi anni il dibattito si è spostato dall’“adozione” in senso generico alla domanda più concreta: dove il BIM riesce a creare valore concreto e dove, invece, fatica a tradursi in una pratica operativa efficace.

In questo quadro, l’applicazione del BIM in ambito impiantistico (MEP) — nelle discussioni tra professionisti e nelle esperienze di commessa — continua a essere una delle aree percepite come più complesse dal punto di vista applicativo: molti ne riconoscono i benefici potenziali, ma altrettanti evidenziano difficoltà di implementazione legate a processi, competenze, interoperabilità, modelli organizzativi e gestione delle librerie.

Per andare oltre le impressioni e raccogliere evidenze, MCE – Mostra Convegno Expocomfort e INGENIO hanno avviato una campagna di approfondimento con un obiettivo semplice: capire meglio a che punto siamo e quali sono i nodi reali dell’adozione BIM nel MEP. Il tutto presieduto da una commissione formata dai professori Giuliano Dall'O' e Marco Torri, e dall’ing. Clara Peretti.

La campagna si articola in due strumenti complementari:

  • un ciclo di interviste ad alcune società di ingegneria che operano stabilmente in ambito MEP;
  • un sondaggio a domande chiuse, rivolto a tecnici e studi che progettano impianti e che stanno affrontando, con livelli diversi, la transizione al BIM.

I risultati complessivi della campagna verranno presentati durante MCE – Mostra Convegno Expocomfort. Con questo articolo, però, anticipiamo già alcuni dati significativi, perché l’indagine ha raccolto oltre cinquecento risposte: un numero che consente di iniziare a leggere tendenze significative e di porre le prime domande giuste, soprattutto su organizzazione interna, benefici percepiti, collaborazione interdisciplinare e qualità delle librerie BIM disponibili.
Come si sono organizzati i professionisti per applicare il BIM

Dalle risposte raccolte da chi il BIM lo applica su questo punto emerge una tendenza molto chiara: nel MEP il BIM non viene più vissuto come un’attività “diffusa”, gestita indistintamente da tutti, ma come una competenza che tende a strutturarsi all’interno degli studi. La scelta prevalente è quella di dotarsi di figure specialistiche interne dedicate, segno che la modellazione e, soprattutto, la gestione del dato informativo stanno assumendo un ruolo sempre più strutturato nel processo produttivo. Una quota più contenuta dichiara invece che quasi ogni persona dello studio se ne occupa direttamente, mentre il ricorso al supporto esterno — sia come affiancamento all’organizzazione interna, sia come esternalizzazione più netta — rimane minoritario. È un dato che vale la pena sottolineare: quando il BIM entra davvero nelle commesse MEP, tende a non restare un servizio accessorio, ma a trasformarsi in un pezzo dell’organizzazione, con ruoli più definiti e responsabilità più riconoscibili.

 

Vantaggi percepiti: dove il BIM “paga” davvero nel MEP

Quando si chiede a chi utilizza il BIM quali siano i benefici concreti riscontrati, la risposta è coerente con la realtà quotidiana di coordinamento e di cantiere: il BIM viene apprezzato soprattutto quando riduce attriti, incomprensioni e rilavorazioni. Il vantaggio più citato è la gestione delle interferenze già in fase di progettazione, e non è sorprendente: nel MEP l’impatto di un conflitto geometrico o di un percorso impiantistico non coordinato si traduce rapidamente in varianti, tempi persi e complicazioni esecutive.

Subito dopo compaiono il miglioramento della qualità complessiva del progetto e la riduzione degli errori, due aspetti che confermano un punto importante: nel percepito degli operatori, il BIM nel MEP è prima di tutto uno strumento di controllo e di affidabilità del processo, più che un acceleratore diretto del tempo di produzione. Anche l’accesso alle gare è un beneficio rilevante, mentre elementi più “immateriali” come l’immagine dello studio pesano meno. La velocità di progettazione, infine, non domina.

E questo è un messaggio utile, perché ridimensiona un equivoco frequente: il BIM non è una scorciatoia che fa risparmiare tempo in modo automatico; è un investimento che tende a rendere soprattutto in qualità, gestione delle interferenze e riduzione degli errori.

   

Librerie BIM dei produttori: adeguate, ma raramente pronte senza interventi

Il tema delle librerie BIM fornite dai produttori è uno dei più delicati e, in un certo senso, racconta bene lo stato di maturità complessivo della filiera. Solo una minoranza le giudica pienamente adeguate così come sono; la maggior parte delle risposte si colloca invece in un’area intermedia: librerie utilizzabili, sì, ma parzialmente, oppure utilizzabili a condizione di intervenire quasi sempre con personalizzazioni e adattamenti. Una quota non trascurabile le considera addirittura non adeguate.

Tradotto in termini operativi, significa che per molti progettisti MEP l’oggetto BIM del produttore è ancora un punto di partenza più che un “pezzo pronto” da inserire nel modello. E nel MEP questo pesa più che altrove, perché l’oggetto non è solo geometria: porta con sé attacchi, ingombri, distanze di manutenzione, parametri prestazionali, codifiche e abachi. Se queste informazioni non sono coerenti, o se il contenuto è troppo pesante e poco governabile, lo studio finisce per costruire librerie proprie, duplicare famiglie, introdurre variabilità tra commesse e, nel tempo, perdere interoperabilità e valore informativo lungo l’intero ciclo di progetto.

Collaborazione con architetti e strutturisti: aiuta, ma non basta “essere in BIM”

Sulla collaborazione interdisciplinare il quadro è complessivamente positivo: la grande maggioranza percepisce un miglioramento grazie al BIM, anche se spesso accompagnato dalla consapevolezza che la progettazione integrata è un percorso ancora lungo. È interessante, però, che una parte rilevante segnali l’effetto opposto: in alcuni casi, proprio il BIM può complicare la collaborazione.

Questo apparente paradosso è, in realtà, molto tecnico. Il BIM abilita la collaborazione quando esistono regole di coordinamento, requisiti informativi chiari, gestione delle revisioni e delle interferenze, interoperabilità effettiva e un CDE realmente utilizzato come ambiente comune, non come semplice archivio.

Se questi elementi mancano o sono immaturi, il modello diventa un luogo in cui le ambiguità si moltiplicano: aumentano le versioni, cambiano le responsabilità, si generano aspettative diverse sul livello di informazione, e la collaborazione — invece di semplificarsi — si irrigidisce o si complica. In altre parole: il BIM può essere un catalizzatore di integrazione, ma solo se accompagnato da metodo e governance.

  

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Cosa suggeriscono questi numeri, in modo molto concreto

Letti insieme, questi risultati preliminari restituiscono tre indicazioni pratiche. La prima è organizzativa: la specializzazione interna sembra essere la strada più frequente e, in molti casi, la più efficace, ma funziona davvero solo se viene “messa a sistema”. Una figura BIM dedicata senza standard, librerie condivise, regole di naming, procedure di revisione e un metodo di coordinamento rischia di trasformarsi rapidamente in un collo di bottiglia, anziché in un acceleratore di qualità.

La seconda indicazione riguarda il valore: se i benefici percepiti si concentrano su interferenze, qualità del progetto e riduzione degli errori, allora è proprio lì che conviene misurare — anche in modo semplice — l’effetto del BIM, tracciando issue, rilavorazioni evitate, varianti ridotte e coerenza del dato. È il modo più diretto per rendere visibile il ritorno dell’investimento e migliorare commessa dopo commessa.

La terza è un tema di filiera: le librerie non sono un dettaglio tecnico, ma un asset strategico. Se la personalizzazione è la norma, significa che la qualità degli oggetti e la loro governance (versioning, coerenza dei parametri, leggerezza, interoperabilità) incidono in modo determinante sulla produttività e sulla continuità informativa dei progetti.

Questi dati, va detto, descrivono soprattutto l’esperienza di chi il BIM nel MEP lo sta già utilizzando. Ma l’indagine affronta un perimetro più ampio. Abbiamo raccolto anche indicazioni sugli svantaggi e sui punti di miglioramento che emergono dall’uso quotidiano, e abbiamo approfondito le ragioni per cui molti operatori non lo applicano ancora: quali ostacoli pesano di più oggi, cosa potrebbe far cambiare opinione, e come verrebbe impostato un percorso di adozione in modo realistico, tra competenze, strumenti e processi.

Abbiamo inoltre chiesto ai partecipanti di esprimersi su un tema destinato a incidere profondamente nei prossimi anni: l’impatto dell’intelligenza artificiale non solo sul BIM, ma sulla progettazione nel suo complesso, dalla generazione di alternative alla verifica, fino alla gestione della conoscenza tecnica.

A completare il quadro ci sono le interviste alle società di ingegneria: testimonianze preziose perché arrivano da chi lavora stabilmente su progetti e commesse complesse e può raccontare, con esempi e approccio operativo, cosa funziona davvero e quali condizioni rendono il BIM sostenibile nel tempo.

Per questo l’appuntamento naturale è MCE – Mostra Convegno Expocomfort 2026, dove presenteremo i risultati completi e, soprattutto, apriremo un confronto con il settore: perché il BIM nel MEP non è piùsoltanto una questione di principio, ma di metodo, responsabilità e maturità della filiera.

 

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