AI - Intelligenza Artificiale | Filosofia e Sociologia
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L’AI può scrivere un articolo. Ma non il mio articolo

L’Intelligenza Artificiale può scrivere un testo, ma questo non basta a renderla autrice. Quando l’AI viene usata per cercare fonti, verificare dati, discutere ipotesi e riscrivere, resta decisivo ciò che l’uomo introduce nel processo: esperienza, domanda, giudizio e responsabilità.

Ogni tanto pubblico un articolo e qualcuno mi dice:

«Tanto lo hai fatto con l’Intelligenza Artificiale».

Di solito sorride. Ma non è proprio un sorriso.

Dentro quella frase ce n’è un’altra: allora non è veramente tuo.

E la seconda affermazione è: non mi interessano gli articoli scritti con l'AI.

Non sono d'accordo, e lo sottolineo a chi mi ha fatto l'osservazione. Anche dentro quel contenuto c'è molto del mio, anche se ho usato lo strumento dei Chatbot nella redazione del testo.


Abbiamo sempre avuto paura degli strumenti che rendono più facile fare qualcosa che prima costava fatica.

Prendiamo la scrittura.

Per molto tempo si è scritto intingendo un pennino nell’inchiostro.

Scrivevi qualche parola.

Ti fermavi.

Intingevi.

Riprendevi.

Poi arrivarono la penna stilografica e la penna a sfera.

Il gesto diventò continuo.

La mano poteva finalmente correre dietro al pensiero.

Qualcosa era stato eliminato.

Una pausa.

Un attrito.

Una piccola fatica.

Il pensiero, però, rimase.

Poi arrivò la macchina da scrivere.

E anche quella sembrò sospetta.

Friedrich Nietzsche cominciò a usarne una nel 1882, quando i problemi alla vista gli rendevano difficile continuare a scrivere normalmente.

Un suo amico si accorse che la sua prosa stava cambiando.

Frasi più brevi.

Più dure.

Più secche.

Nietzsche rispose con una frase formidabile: i nostri strumenti di scrittura partecipano alla formazione dei nostri pensieri.

Aveva capito qualcosa che continuiamo a dimenticare.

Gli strumenti non sono neutrali.

Ci cambiano.

Ma cambiarci non significa necessariamente sostituirci.


Poi venne il computer.

E infine Word.

A quel punto successe qualcosa di enorme e quasi nessuno se ne accorse.

Una frase smise di essere definitiva.

Potevi scriverla.

Cancellarla.

Spostarla.

Rimetterla tre pagine dopo.

Potevi prendere un intero paragrafo e trascinarlo altrove.

Poi arrivò il copia e incolla.

Ctrl+C.

Ctrl+V.

Due dita.

Fine.

Nessuno disse seriamente:

«Questo articolo non è tuo. Lo ha scritto Microsoft Word».

Sarebbe sembrato ridicolo.

E infatti lo è.


Lo stesso vale per un ingegnere.

Oggi un ingegnere utilizza software di calcolo capaci di svolgere in pochi secondi operazioni che un’intera squadra di tecnici avrebbe impiegato settimane a fare.

Quando incontro un collega che mi dice:

«Il tuo articolo lo ha fatto l’AI», mi viene voglia di rispondergli:

«E il tuo edificio lo ha progettato il software?».

Naturalmente no.

Il software calcola.

Ma qualcuno deve decidere cosa calcolare.

Qualcuno costruisce il modello.

Qualcuno definisce i vincoli.

Qualcuno guarda un risultato e dice: questo numero non mi convince.

Qualcuno torna indietro.

Cambia.

Controlla.

Interpreta.

E alla fine firma.

Il progetto resta suo.

Non perché abbia fatto personalmente ogni moltiplicazione.

Ma perché il progetto nasce da lui.

Ecco il punto.


Con l’Intelligenza Artificiale possiamo fare almeno due cose molto diverse.

Possiamo aprire un chatbot e scrivere:

«Fammi un articolo sull’Intelligenza Artificiale nelle costruzioni».

Aspettiamo.

Arriva il testo.

Titolo.

Introduzione.

Tre vantaggi.

Tre rischi.

Conclusione sulla necessità di trovare un equilibrio tra innovazione e responsabilità.

Perfetto.

Corretto.

Dimenticabile.

Poi c’è un altro modo.

Partire da qualcosa che ci tormenta.

Da una contraddizione.

Da vent’anni trascorsi dentro un settore.

Da una norma che conosciamo bene e che non ci convince.

Da una conversazione avuta a cena.

Da un cantiere visitato.

Da un professore ascoltato trent’anni prima.

Da una frase sottolineata in un libro.

Si parte da lì.

Poi si usa l’AI.

Si cerca una fonte.

Ne emerge un’altra.

Una certezza diventa meno certa.

Un dato viene corretto.

Una frase viene buttata via.

Una nuova informazione costringe a riscrivere mezza pagina.

Il chatbot propone una connessione.

La guardi.

A volte è banale.

A volte è sbagliata.

A volte ti apre una porta.

Entri.

Dietro quella porta trovi un altro problema.

E continui.

A quel punto l’AI sta partecipando alla costruzione dell’articolo.

Certo che sì.

Negarlo sarebbe ipocrita.

Ma da qui a dire che l’articolo è dell’AI c’è un abisso.


L’abisso è ontologico.

La parola può sembrare eccessiva.

Non lo è.

Perché la vera domanda non riguarda più soltanto come è stato prodotto il testo.

Riguarda da dove nasce.

Un chatbot possiede quantità immense di linguaggio.

Può confrontare documenti.

Può trovare analogie.

Può suggerire metafore migliori delle nostre.

Può correggere una frase che abbiamo scritto male.

Ma non ha trascorso la nostra vita.

Non era con noi quando abbiamo sbagliato.

Non ricorda quella discussione che ci ha fatto cambiare idea.

Non ha incontrato le persone che hanno formato il nostro giudizio.

Non possiede le nostre ossessioni.

Non prova quel piccolo fastidio che ci fa fermare davanti a un dato apparentemente innocuo e dire: qui c’è qualcosa che non torna.

Quella è la parte ontologica.

È il punto da cui nasce la domanda.

Prima ancora della risposta.

E un articolo, quando vale qualcosa, nasce quasi sempre da una domanda che appartiene a qualcuno.


Questo non significa che l’AI non possa impoverirci.

Può farlo benissimo.

Possiamo usarla per non leggere.

Per non controllare.

Per non studiare.

Per non pensare.

Ma possiamo fare la stessa cosa con Google.

Con Wikipedia.

Con un software di calcolo.

Persino con un libro.

Lo strumento può diventare un acceleratore dell’intelligenza oppure un anestetico.

La differenza non sta nello strumento.

Sta nell’uomo che lo impugna.


Forse allora stiamo facendo la domanda sbagliata.

Continuiamo a chiedere:

«Hai usato l’AI?»

Tra qualche anno farà sorridere.

Come chiedere oggi a uno scrittore:

«Hai usato Word?».

La domanda seria sarà un’altra: «Che cosa hai portato tu dentro quel lavoro?»

Quali conoscenze.

Quali dubbi.

Quali fonti.

Quale esperienza.

Quali errori.

Quale giudizio.

Quale responsabilità.

In altre parole: chi c’era dietro quelle parole?

Perché forse essere autore non ha mai significato battere personalmente tutti i tasti.

Essere autore significa riconoscersi in ciò che si è costruito e poterne rispondere.

È questo che faccio quando pubblico un articolo.

Posso avere utilizzato libri, motori di ricerca, database, Word e oggi anche un chatbot.

Sono strumenti.

Molto potenti.

Qualcuno partecipa ormai perfino alla formazione del pensiero, proprio come aveva intuito Nietzsche.

Ma l’origine resta altrove.

Resta nell’esperienza.

Nella curiosità.

Nel dubbio.

Nella responsabilità.

Resta nell’uomo.

Per questo, la prossima volta che qualcuno mi dirà: «Tanto questo articolo lo hai fatto con l’Intelligenza Artificiale»,

forse risponderò soltanto:

«Certo. Ma l’Intelligenza Artificiale avrebbe potuto scrivere un articolo. Per scrivere il mio, aveva bisogno di me.»

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