Calcestruzzo Armato | Materiali e Tecniche Costruttive | Restauro e Conservazione
Data Pubblicazione:

Mezzi costruttivi modernissimi alla prova del tempo. Ferdinando Forlati e l'impiego del calcestruzzo armato nei restauri veneziani

Dall'inizio del '900 l'entusiasmo per il cemento armato investe anche l'ambito disciplinare del restauro senza un'adeguata verifica preliminare sulla sua durabilità.
Tuttavia, si pone un problema significativo riguardo alla conservazione delle architetture contemporanee e quando il cemento viene utilizzato su materiali da costruzione antichi.
Il cemento armato ha una durata di vita più breve e quindi potenzialmente causa di un rapido deterioramento di questi retrofit, oltre a causare un rischio per la parte originale a cui è collegato.
L'analisi del caso di studio del restauro di Ferdinando Forlati mette in luce la complessità che caratterizza questa innovazione tecnica nel suo contesto storico: la neonata nazione italiana.

Il calcestruzzo armato fu il vero protagonista dell'architettura del '900

L’ampia diffusione dell'impiego del calcestruzzo armato nel restauro architettonico è tale da rendere questo materiale il protagonista dell'architettura del Novecento, non solo in termini di progettazione del nuovo, ma anche nel campo del restauro. Il largo impiego di questa tecnica nel costruito storico, raggiunge il vertice nel periodo di ricostruzione successivo al secondo conflitto mondiale, che determina una inversione di rotta rispetto alla fiducia incondizionata data al materiale. Si evidenzia infatti, a partire dal dopoguerra, un atteggiamento più critico, fino alla vera e propria diffida, nelle Carte degli anni Ottanta, delle moderne tecniche di intervento in favore di una riproposizione di quelle tradizionali.

Il calcestruzzo armato, introdotto nel cantiere di restauro come soluzione duratura, adatta a risolvere problematiche sia costruttive che formali, si è infatti rivelato alla prova del tempo estremamente vulnerabile, in riferimento alle ormai note questioni di durabilità correlate a questo materiale.
La tecnica, promossa dalle prime Carte del Restauro, combinata alle attuali problematiche di conservazione, fa emergere la necessità di una riflessione in merito alle tematiche della conservazione e della sicurezza di elementi spesso degradati, dimensionati con criteri e normative ormai superati o relativi ad applicazioni esito di sperimentazioni dirette del tutto estemporanee. Oltre alla comprovata incompatibilità fisico-chimica e meccanica con i materiali tradizionali e le strutture storiche, risulta evidente come le modalità di esecuzione, non sempre a regola d’arte, combinate con caratteri estrinseci legati all’aggressività ambientale, possano determinare gravi forme di degrado tali da mettere in crisi l’originario intervento di restauro realizzato con questa tecnica innovativa.

Gli interventi per lo più realizzati per porre rimedio a carenze strutturali della fabbrica, scarsamente documentati, dissimulati nella compagine storica, ci consegnano un’architettura ibrida, di difficile lettura e definiscono un problema attuale spesso risolto con la sostituzione di questi apparati con materiali maggiormente compatibili. La diffusa modalità di intervenire con procedure di “de-restauro” determina così la perdita di testimonianze legate al contesto culturale e alle tecniche costruttive di una fase trasformativa dell’architettura e della storia del nostro paese.

Per evidenziare le sfaccettature di questa tematica, legate alla complessità del contesto storico di riferimento, le conseguenti interferenze di differenti figure professionali nel cantiere di restauro e la necessità/legittimità di conservare queste integrazioni, l’opera di Ferdinando Forlati (1882-1975) ingegnere e soprintendente, è da intendersi come paradigmatica. A partire dalla formazione universitaria e successivamente considerando l’attività professionale di Forlati, è possibile tratteggiare, per lo specifico caso veneziano, la fortuna applicativa della nuova tecnica, fino ad addentrarsi nel più intenso dibattito teorico e nel contesto della prassi esecutiva. Un percorso che testimonia una fase innovativa e di grande vitalità nella storia del restauro nel nostro paese, assieme alle difficoltà operative nella strutturazione degli organi predisposti alla tutela del patrimonio storico, e che non dovrebbe andare perduta.

Il contesto di riferimento

Il periodo di attività di Ferdinando Forlati, tra il 1910 e il 1970, inquadra le date fondamentali per la storia della conservazione del patrimonio storico artistico e architettonico dello stato italiano, segnato da funzionari che, nonostante le problematiche e le crisi determinate da due conflitti bellici dimostrano di aver saputo affrontare i temi del restauro e della tutela con sicurezza e rapidità di intervento. Se le scelte stilistiche e gli orientamenti teorici sono a volte divergenti anche per l'ampio periodo in esame, caratterizzato da sostanziali revisioni e aggiornamenti in materia, si ritrova un fattore comune: il diffuso impiego del calcestruzzo armato.

Negli scritti di e su Forlati si evidenzia la grande attenzione all’innovazione tecnologica in funzione alla conservazione, con la sperimentazione e l’utilizzo di tecnologie moderne per il consolidamento e il restauro. L'immagine che ne deriva inquadra l'interesse e l'entusiasmo nella ricerca di soluzioni a problemi tecnici, accentuando il ruolo fondamentale assunto, nei restauri da lui condotti, dalle tecniche moderne, in particolare per il calcestruzzo armato. Questo quadro, assunto dalla storiografia, si dimostra in realtà più complesso.

La rilettura dell’opera di Forlati rientra infatti in un contesto articolato e in divenire in relazione alla ricezione del rinnovamento tecnico avviato tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento durante il processo di unificazione nazionale italiano.

Il dibattito coinvolge la formazione e aggiornamento delle figure professionali coinvolte negli interventi di restauro, e le istituzioni statali preesistenti o che nascono per disciplinare i differenti ambiti di azione in merito alla tutela del patrimonio storico architettonico, in un periodo di grande innovazione dei saperi, dei materiali, delle tecnologie. Eventi che determineranno, nel corso del tempo, i motivi salienti sui quali si strutturano alcune consuetudini nel modo di operare degli esponenti delle due professioni coinvolte nel cantiere di restauro, ingegnere e architetto, nel Genio Civile e nelle Soprintendenze, rispetto ai gradi di rilevanza storico artistica attribuita al monumento, e in ordine al livello progettuale dell'intervento, dalla manutenzione al consolidamento al restauro.

Ferdinando Forlati diventa così caso rappresentativo segnando con il suo percorso ciascuno di questi aspetti: la formazione universitaria, l’attività professionale in qualità di ingegnere/architetto e soprintendente.

Il caso emblematico di Ferdinando Forlati

In merito alla formazione, risulta significativo sottolineare che, seppur laureato in ingegneria, Forlati verrà assunto, a partire dall’anno successivo al diploma, nel dicembre 1910, presso la Soprintendenza ai Monumenti di Venezia per svolgere l’incarico di architetto, nonostante non avesse frequentato i corsi specifici previsti presso l'Accademia, rendendo in qualche modo palese, perlomeno localmente, la scarsa incidenza dei corsi di Architettura attivati e l’egemonia dell'ingegnere civile. Divenendo quindi ancora caso emblematico in merito al dibattito in corso relativo alle figure professionali di ingegnere e architetto.

Nonostante il mancato aggiornamento universitario, l’interesse di Forlati per il nuovo materiale è dimostrato da quella che può essere definita la successiva formazione professionale, legata ai primi anni in soprintendenza: qui Forlati ha l’occasione di conoscere direttamente l’impiego del calcestruzzo armato nelle fasi conclusive di ricostruzione del campanile di San Marco, che diverrà un paradigma dell’impiego delle nuove tecniche.

Le vicende relative a Piazza San Marco segnano anche l’attività di Massimiliano Ongaro, architetto, chiamato nel 1902 a collaborare con la futura Soprintendenza veneziana “in servizio straordinario” per avviare una campagna di verifica dello stato di conservazione di numerosi monumenti veneziani ritenuti a rischio. Ongaro risulterà essere una figura di riferimento per il giovane Forlati, sia per le per questioni teoriche, improntate principalmente al pensiero boitiano, sia tecniche, ossia per la spassionata fiducia riposta nei nuovi materiali quali il cemento armato.

Ongaro intende il restauro come azione regolata dalle leggi della statica ed inserisce lo stesso organismo statico, assieme all'aspetto decorativo e alla compagine interna, tra gli elementi che devono essere assolutamente conservati. Consapevole che non esista una panacea per gli interventi sostiene che ha torto chi prescrive a priori soluzioni costruttive, al pari di coloro che vietano in assoluto l’impiego di uno specifico materiale.

Promuove non solo la validità, ma anche la necessità degli espedienti offerti dalla moderna ingegneria così che i materiali moderni come calcestruzzo e cemento armato sembrano costituire i mezzi di intervento ideali, anche come testimonianza (materica) dell’intervento contemporaneo. Il problema derivante dalla limitata esperienza del loro comportamento nel tempo è avvertito da Ongaro che ne subordina l'impiego al rispetto di determinate caratteristiche di durabilità, offerte al tempo proprio dal cemento armato, un materiale che, in teoria, univa alla durabilità della pietra le capacità dell’acciaio.
La promozione del nuovo materiale per il restauro negli scritti di Ongaro del 1906 testimonia il già avvenuto riconoscimento delle possibilità offerte dalla pratica nel contesto veneziano come illustrato da alcune rare immagini storiche relative a interventi in corso nel primo decennio del ‘900. (Fig. 1-2).

Figura 1-2: Venezia, Chiesa di S. Maria Gloriosa dei Frari, 1908. Prova di resistenza di una trave in cemento armato, (kg 10 mila). ASVL (Archivio Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Venezia e Laguna), AF (Archivio Fotografico)

L’architetto Domenico Rupolo, dal 1897 assistente dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti del Veneto sotto la supervisione di Federico Berchet e dal 1902 promosso ispettore, durante i lavori di restauro presso la chiesa di Santa Fosca nell’isola di Torcello (1908-1912), che denunciava un forte stato di degrado e dissesto, riscostruisce le volte del portico andate distrutte – questa l’ipotesi dell’architetto - in conglomerato cementizio armato(2). Santa Fosca sarà successivamente oggetto di intervento anche da parte di Forlati (1929-1938) che interviene, tra l’altro, legando le murature con tiranti di ferro sopra le travi lignee tra le navate, bloccati alle estremità da elementi in calcestruzzo armato rivestiti da laterizio e realizzando una cerchiatura armata alla sommità del corpo centrale cilindrico.

Non abbiamo informazioni da Forlati sullo stato di conservazione degli interventi di ricostruzione delle volte operati precedentemente da Rupolo, che denunciano però gravi problemi di degrado per ossidazione delle barre di armature già nel 1958 (Fig. 3) e oggetto di intervento nella recente campagna di restauri (2012- 2017).

Venezia, Torcello, Chiesa di s. Fosca, 1958. Fenomeni di degrado dovuti all’ossidazione dei ferri di armatura nelle volte ricostruite in conglomerato cementizio armato. ASVL, AF.

L'ARTICOLO CONTINUA...

Nei prossimi paragrafi verranno descritti alcuni interventi, le problematiche relative a durabilità, vulnerabilità e rischio sismico e verranno fatte le conclusioni della trattazione.


Questo articolo è tratto dalle MEMORIE di CONCRETE 2022, sesta edizione della manifestazione

Leggi il resoconto dell'intero evento.


Per scaricare l’articolo devi essere iscritto.

Iscriviti Accedi

Leggi anche