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Moduli Fotovoltaici per il residenziale: quando conviene la cella N-type rispetto a quella P-type

Le celle P-type e N-type non sono tutte uguali: cambiano architettura (PERC, TOPCon, HJT, IBC), sensibilità ai degradi (LID/LeTID), coefficiente di temperatura, bifaccialità e potenza specifica. L’articolo mette in fila differenze reali in campo, criteri di scelta per il residenziale, impatti su layout e stringhe, con una checklist utile al progettista.

Quando parliamo di “celle” parliamo del cuore del pannello, il centimetro quadrato in cui i fotoni del sole diventano elettroni che fanno lavoro utile a casa tua.

In questi anni, due famiglie tecnologiche si contendono la scena: celle P‑type e celle N‑type.

Cambia il “tipo” di silicio, cambiano alcune prestazioni, e cambiano, talvolta, i motivi per cui conviene scegliere l’una o l’altra. In questo articolo racconto questa storia in poche parole, analizzo il funzionamento in modo (spero!) chiaro e, soprattutto, metto a confronto con criteri pratici cosa rende diverse P e N, che sigle troverai sulle schede tecniche (PERC, TOPCon, HJT, IBC…), e quale conviene nel residenziale oggi.

 

Brevi cenni storici 

Il fotovoltaico nasce nell’Ottocento, quando ci si accorge che la luce può generare una tensione elettrica in certe condizioni. Poi arrivano i primi dispositivi reali, fino al 1954, quando nei Laboratori Bell vengono costruite le prime celle al silicio realmente “utili” e in grado di alimentare piccoli carichi. Da lì in avanti è un crescendo: si affina la qualità del silicio, si controllano meglio le impurità, si inventano nuove strutture di cella.

Oggi il risultato è che un modulo domestico moderno è fino a venti volte più efficace di quelli pionieristici, e l’industria ha portato in massa tecnologie, che prima erano confinate in laboratorio, ossia TOPCon, HJT, IBC, nelle nostre case.

     

Come è fatta una cella e perché produce corrente

Una cella fotovoltaica è un semiconduttore (quasi sempre silicio) lavorato in modo da creare una giunzione p‑n (per altri dettagli riferirsi al mio libro ‘Il sole in casa: risparmia soldi con il fotovoltaico domestico’, acquistabile anche su Amazon).

La luce porta energia; se questa energia supera il “gap” del materiale, mette in moto una coppia elettrone‑lacuna.

La giunzione p‑n agisce come un binario preferenziale: separa le cariche e le spinge verso contatti metallici sottilissimi (fingers e busbar). Collegate ad un circuito, quelle cariche danno corrente. Semplificando molto: il vetro lascia passare la luce, gli strati plastici proteggono e inglobano, le parti metalliche raccolgono gli elettroni e i diodi di bypass mettono in sicurezza in caso di ombre.

    

Strati costitutivi di un modulo fotovoltaico con vetro, encapsulant, celle solari, backsheet e junction box, schema tecnico del pannello solare per impianti fotovoltaici.
Figura 1 - Come è fatto un modulo fotovoltaico. (Istock/alejomiranda)

     

Schema 3D cella fotovoltaica N-type con contatti metallici, strati conduttivi e vetro protettivo, illustrazione del funzionamento elettrico di una cella solare bifacciale ad alta efficienza.
Figura 2 – Composizione della cella fotovoltaica. (Istock/iaremenko)

   

Il “trucco” del drogaggio

Il silicio “puro” non basta: lo droghiamo con tracce di altri elementi per aumentare la conducibilità e, soprattutto, costruire la giunzione.

Se aggiungo boro (meno elettroni), ottengo materiale P‑type; se aggiungo fosforo (più elettroni), ottengo N‑type.

Sul wafer si alternano strati e trattamenti: una faccia “vede” elettroni, l’altra “lacune”, e il campo interno della giunzione fa il resto. Questa è la base, su cui si innestano architetture diverse.

  

La tecnologia che troverai in ETICHETTA

  • P‑type PERC (Passivated Emitter and Rear Cell): è stata la regina dell’ultimo decennio. Aggiunge strati passivanti sul retro e microfori che migliorano la raccolta delle cariche.
    Vantaggi: costo più basso, filiere mature.
    Limiti: sensibilità a certi fenomeni di degradazione iniziale (ne parleremo dopo).
  • N‑type TOPCon (Tunnel Oxide Passivating Contact): evoluzione della PERC con ossido tunnel e contatti passivanti; oggi è la tecnologia di massa più diffusa.
    Vantaggi: tensioni a vuoto più alte, migliore comportamento termico, bi-faccialità più elevata.
  • N‑type HJT/SHJ (HeteroJunction): accoppia silicio cristallino e strati sottili amorfi.
    Efficienze eccellenti e coefficiente di temperatura molto favorevole; costi e processi ancora in evoluzione.
  • IBC/HPBC (back‑contact): contatti tutti dietro, niente “ombre” davanti; prodotti di fascia alta, spesso N‑type.

Nota importante: bifacciale, mezza cella, vetro‑vetro non definiscono il “tipo” P o N; sono soluzioni di modulo che si combinano con qualsiasi famiglia di cella.

Schema giunzione P–N cella fotovoltaica con elettroni e lacune, rappresentazione del campo elettrico e della zona di svuotamento nei semiconduttori P-type e N-type in silicio.
Figura 3 – Giunzione P-N. (Istock/petrroudny)

  

Vista 3D giunzione P–N cella solare in silicio con strati P-type e N-type, zona di carica spaziale e flusso di elettroni generati dalla luce solare nel materiale semiconduttore.
Figura 4 – Layer giunzione P-N. (Istock/ttsz)

  

P‑TYPE vs N‑TYPE: cosa cambia davvero

Efficienza e potenza specifica

A parità di formato (M10/G12, 54/60/72 mezze celle), le N‑type hanno di norma Voc e FF leggermente superiori e quindi qualche punto percentuale di potenza in più a parità di area. Risultato pratico: su tetti “corti” o con vincoli, con N‑type metti più kWp sullo stesso spazio.

Entrando più nel dettaglio, cosa significa M10 o G12?

M10 e G12 si riferiscono alle dimensioni dei wafer di silicio utilizzati nella produzione delle celle solari, dove M10 indica un wafer da circa 182 x 182 mm e G12 si riferisce a un wafer più grande, circa 210 x 210 mm. Queste dimensioni maggiori danno l’opportunità di produrre celle solari con una potenza maggiore, che, a loro volta, portano a pannelli solari più potenti e a un costo inferiore per watt.

   

Degradazioni iniziali (LID & LeTID)

  • LID (Light‑Induced Degradation): riguarda soprattutto il silicio P‑type al boro di crescita Czochralski, per la formazione di complessi boro‑ossigeno sotto luce e calore; infatti, le celle P-type furono scelte inizialmente perché i primi impianti fotovoltaici erano destinati allo spazio, dove l’ossigeno manca, quindi erano immuni a questo problema. Le N‑type sono intrinsecamente immuni a questo meccanismo perché non dopate al boro. Soluzioni sul P‑type per risolvere questo problema? Sì, ci sono: drogaggio al gallio al posto del boro e processi di “deattivazione” in fabbrica.
  • LeTID (Light and elevated Temperature‑Induced Degradation): emerso con PERC; è mitigabile con processi industriali, ma storicamente ha colpito di più il mondo P‑type. Le N‑type risultano meno sensibili.

Impatto pratico: oggi i produttori hanno imparato molto a contenere queste perdite su PERC, ma se vuoi ridurre al minimo il rischio di degradazione iniziale, N‑type è la strada più lineare.

  

Coefficiente di temperatura

Tutti i moduli calano di potenza quando si scaldano; nelle N‑type (TOPCon/HJT) il coefficiente è in media più favorevole (valori tipici nell’intorno di -0.33 , -0.30 %/°C per TOPCon, ancora migliori per HJT). Tradotto: d’estate, a parità di sole, l’N‑type “perde” meno.

  

Bifaccialità e resa reale

Se hai superfici chiare, tetti piani con ghiaia chiara, oppure strutture su pergole/pensiline, la bifacciale (vetro‑vetro) raccoglie energia anche dal retro.

Le N‑type TOPCon mostrano tipicamente bifaccialità più alta (≈80% contro ≈70% di PERC), cioè sfruttano meglio la luce riflessa. Su installazioni con “albedo” alto, questo fa rendere di più a parità di kWp installati.

  

PID, resistenza ai fenomeni di campo e affidabilità

La PID (Potential-Induced Degradation), o degrado indotto dal potenziale, è un fenomeno che provoca perdita di potenza e rendimento nei moduli fotovoltaici, dovuto a correnti di dispersione generate da differenze di potenziale elettrico elevate tra le celle e il telaio o la messa a terra.

La PID (Potential‑Induced Degradation) si controlla con vetri, incapsulanti e cornici; in generale le N‑type mostrano una maggiore robustezza in molti test di campo. In ogni caso, contano molto qualità del vetro‑vetro, cornici, sigillanti e cablaggio.

  

Costo e disponibilità

Il differenziale di prezzo tra N‑type e P‑type si è assottigliato: oggi, nel residenziale, il delta sul modulo spesso è nell’ordine di poche decine di euro a kW. Poiché il costo “totale impianto” è dominato da strutture, inverter, manodopera, questo extra, se c’è, si ripaga con una maggiore potenza specifica disponibile e resa energetica estiva.

  

Mercato e “futuro”

La filiera sta migrando massicciamente su N‑type TOPCon (e, in parte, HJT). Effetto collaterale positivo: maggiore standardizzazione e disponibilità di ricambi nel tempo.

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Domande che ricevo spesso

Le Ntype sono tutte uguali?
No. Conta la qualità del produttore, lo schema di cella (TOPCon, HJT, IBC), il laminato (vetro‑vetro meglio per durata e bifacciale), e dettagli come sigillanti, cornice, tolleranze positive sulla potenza.

La bifacciale serve anche sul tetto a falda? 
Dipende: se sotto hai tegole scure e poco riflesso, il vantaggio è minimo. Ha senso su tetti piani o superfici chiare, o in quota con neve (albedo altissimo in inverno).

È vero che le PERC ‘si rovinano’ presto? 
I moduli moderni escono già con trattamenti per stabilizzare LID/LeTID. Ma, a parità di cura, la Ntype resta statisticamente più stabile all’avvio.

Allora perché esistono ancora le Ptype?
Perché hanno filiere mature e costi bassi; in molti contesti utility-scale con spazio abbondante restano sensate.


GLOSSARIO MINIMO
LID: perdita di prestazioni iniziale indotta dalla luce (classica nei P‑type al boro).
LeTID: degrado con luce e alte temperature; storicamente associato alle PERC.
TOPCon: contatti passivanti con ossido “tunnel”; oggi standard N‑type.
HJT/SHJ: giunzione etero tra silicio cristallino e amorfo.
IBC/HPBC: contatti sul retro (nessuna ombra davanti), spesso N‑type.
Bifaccialità: quanta potenza produce il retro, rispetto al fronte (%).
Coefficiente di temperatura: quanto cala Pmax per ogni grado in più (‑%/°C).

«Contenuto predisposto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale»

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