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Sant’Agostino, l’Intelligenza Artificiale e la fame che non si sazia

Possiamo chiedere qualsiasi cosa a un chatbot, in qualsiasi momento. Ma quando la risposta è sempre disponibile, la curiosità rischia di trasformarsi in una nuova forma di fame. Un passo delle Confessioni di Sant’Agostino offre una chiave sorprendentemente attuale per leggere il nostro rapporto con IA, attenzione e infosfera.

La fame di risposte nell’epoca dell’IA

Quanto è alta la Torre di Pisa? Facile: apro ChatGPT e lo chiedo.

Quanti luoghi cita Manzoni nei Promessi sposi? Facile anche questo: interrogo Perplexity.

Quanti tornei ha vinto Federer? Un attimo, chiedo a Copilot.

Potremmo continuare a lungo. Qual è la distanza tra la Terra e Marte oggi? Quante volte compare una certa parola nella Divina Commedia? Quale città europea ha più ponti? Qual era la temperatura media a Parigi il 7 novembre negli ultimi trent’anni?

Domande utili, qualche volta. Curiosità innocenti, quasi sempre. Ma il punto non è la qualità delle domande. È che ormai, appena ce ne viene in mente una, sentiamo quasi il bisogno di formularla a una macchina.

E quando non sappiamo cosa fare, finiamo persino per inventarcela.

L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento di lavoro, di ricerca, di progettazione o di studio. È diventata anche un passatempo. La apriamo nei tempi morti, mentre aspettiamo, mentre viaggiamo, talvolta semplicemente perché abbiamo qualche minuto da riempire. E le chiediamo classifiche, confronti, curiosità, spiegazioni, ipotesi, attività spesso irrilevanti, qualche volta persino assurde.

Non necessariamente per imparare. Molto spesso soltanto per un sapere momentaneo.

E sapere, in questo caso, non coincide affatto con conoscere.

Le informazioni che otteniamo sono frequentemente puntiformi, istantanee, destinate a essere dimenticate poco dopo. Soddisfano una curiosità, ma non entrano necessariamente in un sistema di conoscenze; non sedimentano, non vengono confrontate, non producono giudizio. La risposta successiva sostituisce rapidamente quella precedente.

È un sapere consumato più che acquisito.

E proprio qui comincia a intravedersi qualcosa che assomiglia a una fame.

Quando la domanda non nasce più dal bisogno

La curiosità è una delle qualità più importanti dell’essere umano. Senza curiosità non esisterebbero scienza, filosofia, innovazione. Sarebbe quindi sbagliato leggere questa riflessione come un invito a interrogarsi meno.

La questione è diversa.

Per secoli, fino a un paio di anni fa, la ricerca di una risposta comportava un costo: tempo, fatica, accesso alle fonti, capacità di ricerca. Quel costo esercitava indirettamente una funzione selettiva. Prima di cercare un’informazione occorreva implicitamente chiedersi se valesse la pena farlo.

Con l’intelligenza artificiale questa barriera si sta avvicinando allo zero.

Formulare una domanda costa pochi secondi e la risposta arriva quasi immediatamente. Ne deriva un cambiamento apparentemente marginale ma, a mio avviso, profondo: non chiediamo più soltanto quando abbiamo bisogno di sapere, ma anche semplicemente perché possiamo chiedere.

Quando il costo percepito di un’azione tende a zero, il consumo tende inevitabilmente a crescere. Vale per l’energia, per la mobilità, per i beni digitali. E potrebbe valere anche per le domande.

È qui che Internet e l’intelligenza artificiale si distinguono.

Internet ci aveva messo davanti a un archivio sterminato, ma non sempre facile da esplorare. L’IA ci mette davanti a un interlocutore potenzialmente inesauribile.

Dopo una risposta possiamo chiederne un’altra, poi un approfondimento, un confronto, una versione semplificata, dieci esempi, un’ipotesi alternativa. Non esiste una conclusione naturale della conversazione. Come nello scroll infinito dei social network, il limite non è più contenuto nello strumento: dobbiamo introdurlo noi.

Ma con il chatbot avviene qualcosa di ancora più interessante, perché non subiamo semplicemente il flusso. Siamo noi stessi ad alimentarlo attraverso le nostre domande.

Sant’Agostino aveva già descritto il problema

Ed è a questo punto, non prima, che mi sembra utile tornare a un testo scritto più di sedici secoli fa.

Nel libro X delle Confessioni, capitolo 31, paragrafo 43, Sant’Agostino riflette sul rapporto fra fame, nutrimento e piacere. Scrive:

«Per ora mi è dolce questa necessità e lotto contro la sua dolcezza per non caderne prigioniero».

E poco dopo conclude con una formula sorprendente:

«questa sventura si chiama delizia».  

Agostino sta parlando del cibo. La fame è una necessità del corpo e il cibo ne è il rimedio. Ma proprio quel rimedio procura piacere e quindi rende ambiguo il confine fra ciò che è necessario e ciò che desideriamo semplicemente perché ci gratifica. Nel paragrafo successivo arriva infatti a riconoscere quanto sia difficile capire se sia ancora il corpo a chiedere nutrimento oppure se il desiderio utilizzi il bisogno come pretesto.  

Non è difficile trasportare questa intuizione nell’infosfera contemporanea.

La domanda diventa allora: stiamo cercando informazione perché ci serve oppure abbiamo sviluppato il bisogno di essere continuamente alimentati dall’informazione?

La differenza è tutt’altro che marginale.

La fame fisica conosce la sazietà. La fame informativa, invece, può non conoscerla affatto.

43. Un’alta malizia l’ha il giorno, e volesse il cielo che questa gli bastasse! Noi restauriamo i danni che ogni giornata infligge al corpo, con cibo e bevanda, finché tu distruggerai e cibo e ventre, estinguendo il mio bisogno con una meravigliosa sazietà e rivestendo questo corpo corruttibile di un’incorruttibilità sempiterna. Per ora mi è dolce questa necessità e lotto contro la sua dolcezza per non caderne prigioniero, combatto una guerra quotidiana attraverso digiuni, riducendo di solito il mio corpo in schiavitù, e scaccio i miei dolori col piacere. Infatti la fame e la sete sono anch’esse una sorta di dolore, bruciano e uccidono come la febbre, se non intervenga il rimedio del cibo; e poiché il rimedio è a portata di mano grazie al conforto dei tuoi doni, in cui terra, acqua e cielo lavorano per la nostra debolezza, questa sventura si chiama delizia.

La nuova abbondanza e la nuova scarsità

Qui emerge uno dei paradossi della nostra epoca.

Non abbiamo mai avuto a disposizione tanta informazione e, nello stesso tempo, non abbiamo mai avuto così poco tempo per elaborarla.

La risorsa scarsa non è più l’informazione.

È l’attenzione.

Ed è proprio l’attenzione che l’infosfera contemporanea tende continuamente a contendere, attraverso notifiche, feed, piattaforme, messaggi e ora anche attraverso sistemi generativi capaci di rispondere senza quasi mai esaurire il dialogo.

Con l’intelligenza artificiale il fenomeno compie un ulteriore salto. Possiamo generare risposte senza dover cercare fonti una per una, possiamo moltiplicare scenari e interpretazioni, possiamo persino chiedere alla macchina di formulare nuove domande al posto nostro.

È una possibilità straordinaria.

Ma contiene un rischio sottile: confondere la crescita delle risposte con la crescita della conoscenza.

Sapere di più non significa necessariamente comprendere meglio. E comprendere meglio non significa automaticamente giudicare meglio.

Anzi, se la risposta arriva sempre prima che abbiamo avuto il tempo di formulare un’ipotesi, recuperare ciò che già sappiamo, costruire collegamenti, sopportare il dubbio, potrebbe accadere qualcosa di paradossale: l’informazione aumenta mentre diminuisce il lavoro interiore necessario a trasformarla in conoscenza.

L’IA appare immateriale, ma non lo è

C’è poi un’altra questione che tendiamo a dimenticare proprio perché il gesto è così semplice.

Fare una domanda a un chatbot sembra quasi gratuito.

Ma non lo è.

Dietro ogni risposta ci sono data center, processori, reti, sistemi di raffreddamento, trasformatori, produzione elettrica e investimenti infrastrutturali. L’efficienza dei sistemi sta crescendo rapidamente e sarebbe scorretto trasformare ogni singola domanda in un problema ambientale; tuttavia la crescita globale dell’uso dell’IA sta spingendo rapidamente verso l’alto la domanda di capacità di calcolo e di elettricità dei data center. L’IEA stima che il loro consumo elettrico mondiale possa avvicinarsi a 950 TWh entro il 2030.  

La questione, quindi, non è la singola domanda sulla Torre di Pisa.

È la scala.

Miliardi di richieste apparentemente irrilevanti, integrate in sistemi sempre più complessi, richiedono una gigantesca infrastruttura materiale.

E anche il prezzo economico percepito dall’utente racconta soltanto una parte della storia. Oggi molti servizi vengono offerti gratuitamente o attraverso abbonamenti relativamente economici rispetto alla quantità di calcolo disponibile. Ma il settore è sostenuto da investimenti enormi, anticipati dalle imprese, dagli investitori e sempre più anche attraverso il mercato dei capitali.

In altre parole, una parte significativa del costo reale della nostra abbondanza cognitiva non viene ancora percepita direttamente da chi formula la domanda.

Il digitale sembra immateriale proprio nel momento in cui sta diventando sempre più infrastrutturale.

La fame dell’infosfera

È forse questo l’aspetto più interessante per chi si occupa di città, territorio e abitare.

L’infosfera non vive in un altrove astratto. Ha bisogno di edifici, reti elettriche, connessioni, disponibilità di suolo, sistemi di raffreddamento. Entra nella pianificazione territoriale e modifica il metabolismo energetico delle città.

Ciò che sperimentiamo come una risposta istantanea sullo schermo ha dunque una geografia, un costo e una materialità.

E allora la riflessione di Agostino torna ad assumere una forza particolare.

Non ci invita a rinunciare al cibo, così come non avrebbe senso rinunciare all’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: siamo ancora capaci di distinguere il bisogno dal desiderio che cresce intorno al bisogno?

Probabilmente la vera alfabetizzazione all’IA non consisterà soltanto nell’imparare a formulare prompt migliori. Dovrà comprendere anche una forma di temperanza cognitiva: sapere quando chiedere, quando approfondire, quando verificare e, qualche volta, quando lasciare una domanda senza risposta immediata.

Perché forse la domanda più importante nell’epoca dei chatbot non è più:

«Che cosa posso chiedere all’intelligenza artificiale?»

ma:

«Perché sento il bisogno di chiederglielo?»

Ed è proprio in quello spazio, fra il nascere della domanda e la decisione di formularla, che potrebbe sopravvivere una parte importante della nostra libertà.

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