Trent’anni dopo “Fondazioni” di Gregotti: la tettonica nell'architettura moderna
Trent’anni dopo l’editoriale «Fondazioni» di Vittorio Gregotti, la profondità dell’architettura torna ad affiorare con forza. Nel pieno di una crisi climatica che ridisegna materiali e responsabilità, la cultura tettonica diventa manifesto etico: ogni plinto, fibra o bullone racconta il proprio ciclo vitale, trasformando lo scavo in dialogo vivo tra geologia, tecnica e futuro, per un costruire consapevole e poeticamente responsabile.
Gregotti e il nuovo patto con la terra
Sono trascorsi trent’anni dall’editoriale “Fondazioni” che Vittorio Gregotti apriva sulle pagine di Casabella n. 628 del novembre 1995: poche cartelle che rovesciavano la retorica dell’immagine, riportando l’architettura al confronto “dialettico” con il suolo, la storia e il destino di chi abita.
Oggi, mentre la crisi climatica impone di abbattere le emissioni del costruito e di restituire materia alla biosfera, quello scritto conserva un’urgenza quasi profetica: ricordarci che l’atto di fondare è, anzitutto, atto di responsabilità pubblica, linguaggio attraverso cui il progetto si rende leggibile e, dunque, discutibile.
C'è una parola che segna l'editoriale: tettonica.
Gregotti definiva “tettonica” la capacità di mostrare come e perché la struttura regga; non un vezzo formale, ma un’etica della trasparenza materiale che oggi torna decisiva. Il termine téktōn – colui che costruisce – si rinnova nell’«età del carbonio attento»: ogni nodo è chiamato a far percepire il proprio ciclo energetico, ad accogliere sensori, dati, gemelli digitali che raccontino in tempo reale le conseguenze del nostro scavare, del nostro gettare, del nostro innalzare.
Kenneth Frampton ha parlato di “cultura tettonica” per descrivere quell’insieme di scelte – strutturali, materiche, geometriche – che trasformano il semplice assemblaggio in significante: un codice capace di raccontare la relazione fra l’opera, il suo sito e la sua epoca. Allo stesso modo, che lo richiama nell'editoriale, Vittorio Gregotti vedeva nella “fondazione tettonica” il luogo dove suolo, storia e destino si riconoscono e si misurano.
Lo si vede nella massa lignea di Stockholm Wood City, cantiere che dal 2025 trasforma l’area industriale di Sickla in un quartiere di 250 000 m² interamente in legno strutturale: l’uso di CLT e glulam consente un taglio delle emissioni da cantiere intorno al 40 %, velocizza il montaggio e restituisce all’interno un microclima più salubre, mentre la venatura a vista rende evidente la provenienza forestale e la logica statica dell’insieme.
In scala globale, studi recenti stimano che la sostituzione sistematica di cemento e acciaio con mass-timber potrebbe ridurre di oltre un terzo le emissioni del settore costruzioni entro metà secolo, a patto di praticare silvicoltura rigenerativa e filiere certificate.
Accanto al legno, la ricerca sul calcestruzzo geopolimerico – legante alcalino a base di ceneri volanti e scarti siderurgici – mostra resistenze superiori ai 90 MPa con impronte di CO₂ ridotte del 70 %. Nuovi mix, additivati con biochar, promettono addirittura bilanci negativi, trasformando il plinto in un serbatoio di carbonio di lunga durata.
Parallelamente la sperimentazione su materiali ferrosi avanza: l’avvio dell’altoforno elettrico a Port Talbot segna un taglio del 90 % delle emissioni rispetto al ciclo integrale, mentre studi di filiera mostrano che EAF alimentati da rinnovabili e rottame certificato consentono abbattimenti prossimi all’80–90 %.
In questo intreccio, la tettonica diviene indice climatico dell’opera: il colorito cenerino di un geopolimero o la patina di un acciaio riciclato non sono più dettagli tecnici, ma parti di un racconto condiviso sulla provenienza e sul destino dei materiali.
La profondità fondativa si carica inoltre di potenzialità cibernetiche. Fibre ottiche distribuite, annegate nei getti, registrano deformazioni, temperature e saturazioni d’acqua, alimentando gemelli digitali capaci di diagnosi predittiva e manutenzione adattiva: l’opera non è più oggetto muto, ma organismo che dialoga con i suoi stessi dati, trasformando la sezione di scavo in un archivio vivo di informazioni strutturali e ambientali.
Verso fondamenta rigenerative
Carbonio negativo
Calcestruzzi geopolimerici, acciaio da forni elettrici alimentati a rinnovabili e legno ingegnerizzato consentono di concepire platee con emissioni inferiori a zero lungo l’intero ciclo di vita.
Cicli idrici chiusi
Strati drenanti e bacini di fitodepurazione integrati nel plinto, in grado di restituire alla falda un’acqua di qualità superiore a quella captata.
Banca dei materiali
Fondazioni bullonate o post‐tesate, progettate per il successivo smontaggio, trasformano il terreno in hub logistico da cui estrarre risorse future piuttosto che discarica di rifiuti.
Sensoristica e IA
Reti di fibra ottica e sensori MEMS monitorano spostamenti, saturazioni e calore di idratazione in tempo reale, alimentando gemelli digitali che apprendono e correggono. La fondazione diventa così organismo cibernetico, capace di autodiagnosi e risposta adattiva.
Di fronte a questo orizzonte, l’invito gregottiano a “scendere a fondo” assume una valenza rinnovata: non si tratta di celebrare la pesantezza, bensì di riconoscere nella densità morale dei materiali la condizione per abitare il pianeta senza depauperarlo. Il plinto post-tesato in geopolimero, l’intelaiatura in EAF-steel, il diaframma in mass-timber, il letto drenante di ghiaie riciclate, la rete sensoriale che tutto connette: ogni parte testimonia un impegno filologico che lega geologia, tecnica e futuro, facendo della tettonica un linguaggio civile prima ancora che estetico.
Così, trent’anni dopo, l’editoriale “Fondazioni” non si ripropone come nostalgia di un personaggio straordinario, ma come cerniera fra due urgenze: quella di ieri, che chiedeva di restituire verità al costruire, e quella di oggi, che esige di farlo entro il margine stretto di un clima che cambia.
Tornare alle fondamenta significa riaffermare la responsabilità dell’architetto verso ciò che non si vede, ma che tutto regge: la terra, i materiali, le memorie, i futuri possibili. In un tempo che celebra la leggerezza dell’immagine, scegliere la profondità è atto radicale di etica e di poesia.
Gregotti ci aveva avvertito che la fondazione è “forma dell’interrogazione intorno alle possibilità di un esistente di accogliere e sostenere modificandosi”.
A noi il compito di proseguire il dialogo, fondando opere in cui la terra non sia sfondo inerte, ma interlocutrice – visibile, sonora, critica – dell’architettura che verrà: perché costruire continui a significare, prima di tutto, curare.
PS. Adoro leggere gli editoriali di Casabella, quelli di oggi come quelli di ieri. Restituiscono. Danno senso. Sono il baluardo per la professione umana rispetto a un simulacro algoritmico che oggi abbiamo messo su un altare.
Andrea Dari
Architettura
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