Filosofia e Sociologia | Architettura | Progettazione
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Uguale e diverso

Nei testi di Marcello Balzani, ispirati al mare come forza primordiale e simbolo di trasformazione, si intrecciano riferimenti letterari, emozionali e mitologici. Un invito per architetti, ingegneri e progettisti a riflettere sull’energia creativa, imprevedibile e infinita della natura come fonte di ispirazione progettuale e poetica.

6

Disegnare una zattera

Laggiù sull’isola di marmo ricomposto dove le lastre affiorano malposate, circondata da un’acqua trasparente di sogni con morbidi colori e tra il canto di carnivori immensamente morbidi, Calypso rinasce ogni sorgere del sole come dea o ninfa. È un miracolo, si dice lungo i corridoi e le scale della memoria che portano al grande nido di case (apparentemente disabitate).

Non sarà Itaca quel porto. Non vuole esserlo.

Respirando la “carne dell’acqua nutriente” delle labbra, lo sguardo in cui ossidiana e ambra si mescolano metamorficamente, la curva di ogni linea che il corpo sdraia con tenerezza nel paesaggio delle stanze vuole apparire come le pagine di un libro, di più libri, di ancora tanti libri. Sfogliale, leggile, sottolineale, impregnale!

Ulisse, naufragato dal Titanic di ieri, smette di avere un po’ (paura) e forse pensare alla sua barba, ai suoi occhi e alle sue parole aiutano a radunare pensieri.

Calypso torna bambina, sorride come non ha mai sorriso. Non so dire come appaia il tempo quando il presente accoglie il mito. A volte accade senza apparente motivo. Probabilmente non è mai stato vero nulla o ogni cosa che intravvediamo vibrare tra i capelli (mentre li sfioriamo) è solo un lembo di questo universo parallelo, che abbiamo deciso di chiamare “nessuno” troppo presto.

Adesso sento lo scorrere degli anni, ma posso ancora avere la forza di “disegnare” e “sellare” una zattera, qualcosa che faccia nuovamente vela, ascoltando il suono attraversare l’aria, strato dopo strato, come un bacio.

Le mie parole si sono proprio tanto mescolate con quelle di Jacqueline Risset di “Il tempo dell’istante”, poesie scelte e da lei stessa tradotte per Einaudi.

 

L’immagine è un mio scatto rielaborato di uno scatto di Eve Arnold, la cui “Opera 1950-1980” è stata esposta in una mostra al Museo civico San Domenico di Forlì.
L’immagine è un mio scatto rielaborato di uno scatto di Eve Arnold, la cui “Opera 1950-1980” è stata esposta in una mostra al Museo civico San Domenico di Forlì. (Marcello Balzani)

 

I riflessi (delle mie mani e di tutto) fanno a gara per disperdere uno sguardo che non si può nascondere.

Forse la potente “Nasconditrice” è ancora fra noi…

 


5

Hai curvato ogni cosa in geometria

Amore, amore, gli alisei soffiano a poppa e te, da te, regolari allontanano. Scendo dove infuria l’anno inverso del globo. O amore, amore, questi oceani immensi… Come si dissolve alla deriva ogni sentimento che non è stato infilzato dalla baionetta del sole! Perché non riesco (ancora) ad adattarmi al ritmo delle stagioni? Forse bisognerebbe guardate il mondo con altri occhi. Nell’estasi nuotare verso il meno, aspirare al nulla… ho tentato. Tu hai curvato (ogni cosa) in geometrica bellezza come nel ciuffo d’alga tutta sgocciolante in grovigli verdi rigettata da un mare (solitario). Sei un filo d’erba? C’è una luce e un’ombra in ciascuno. Pensi che le pugnalate (della vita) non guariranno più? La tempesta scoppia dal deserto del tempo. Palme lente ondeggianti salutano il cipresso d’amore. La quercia nella chiglia (che è il mio corpo) solca la distesa eterea come una fluente orifiamma. Ecco lo sgomento del sortilegio e su di loro volano radenti le rondini delle incomprensioni. Ero all’ancora della bonaccia, ma ora la svolta della marea è iniziata, lambisce l’orlo di sospiri. Nuoterò. So che nuoterò. Sempre, finché avrò forze, su onde che s’arricciano e s’infrangono. Mi sembra di nuotare nei cavi delle liquide alture della conchiglia dove le lunghe creste azzurre corrono la lusinga senza eco risuona, perché i mari eco non hanno.

Sono parole (immerse con le mie) di Herman Melville in “Poesie”, una recente scelta curata da Franco Venturi per La Vita Felice editore. La “Balena Bianca” qui ancora non appare all’orizzonte ma l’attitudine al mare accende significati in cui il nuotare della mia vita si identifica come in un paesaggio, con le sue sensazioni segrete ad ogni respiro (incandescente).

“Dov’è il mondo che girammo? In una nebbia di rugiada prismatica? Siamo dormienti inconsapevoli mentre le onde si gonfiano senza fine e muoiono sulle spiagge.”

 

grande dipinto di Fernando Botero intitolato “La playa” del 1998, conservato nel Museo a lui dedicato a Bogotà.
L’immagine è un mio dettaglio del grande dipinto di Fernando Botero intitolato “La playa” del 1998, conservato nel Museo a lui dedicato a Bogotà. (Marcello Balzani)

 

Il sopra con il sotto sono ribaltati per accentuare la potente curvatura geometrica del corporeo in un universo in cui gli orizzonti si scambiano nel quotidiano come nel fantastico.

  


4

Nuotare fino a te

Chi ha mai amato, che non abbia amato al primo sguardo?

Molti lodavano il dolce profumo che emanava il suo passaggio. Cupido come l’ebbe guardata negli occhi fu colto da cecità, tanto era bella Ero, sacerdotessa di Venere.

Splendeva e rapiva il cuore di chi la contemplasse. Ma abbassò le palpebre… Con una fronte su cui l’amore si sarebbe potuto nutrire Leandro pose la forza e l’efficacia di uno sguardo e le parole immacolate come la giovinezza, piene di semplicità e di verità nuda. Non cercare d’evitarmi, ascoltami… E, simile a un pianeta che si muove per vie diverse nello stesso istante, l’anima sua indifesa prova, pur amando, di non amare affatto e di sostener d’ogni parte l’assalto dei moti del cuore… ed ogni bacio era per lei un incantesimo. Così desiderò che le braccia di lui fossero la sua orbita.

Christopher Marlowe scrive “Ero e Leandro” sulla fine del Cinquecento, oggi tradotto con rigorosa cura da Gabriele Baldini per Einaudi, come un amore sincero che non si muterà mai in odio.

E pure io nel mio mare ogni giorno d’estate cerco la fiamma interna, mi spoglio e mi getto impetuoso nell’onda, per attraversare ancora lo stretto dell’Ellesponto. Nettuno mi insegue e ogni bracciata sembra rubare un bacio quando il torace si gonfia, sempre messo alla prova nelle onde, come l’indice per un libro.

Perché nuotando il fuoco arde e ogni volta vorrei annientare anch’io tutte le gonfie maree per arrivare a te.

 

L’immagine è un mio scatto della stampa fotografica dal titolo “Beijo do boto II” realizzata nel 2019 dal fotografo brasiliano Luiz Braga, ed esposta nella mostra a lui dedicata dal titolo “Arquipélago imaginário” allestita al IMS di San Paolo nell’aprile del 2025.
L’immagine è un mio scatto della stampa fotografica dal titolo “Beijo do boto II” realizzata nel 2019 dal fotografo brasiliano Luiz Braga, ed esposta nella mostra a lui dedicata dal titolo “Arquipélago imaginário” allestita al IMS di San Paolo nell’aprile del 2025. (Marcello Balzani)

 

Ero e Leandro appartengono all’acqua (ciò che divide definisce) e ai miti che in essa si generano. Ovidio nelle “Eroidi” li fa dialogare eternamente in alcuni suoi versi: “Se credi alla verità, venendo mi sembra di essere nuotatore, tornando mi sembra di essere un naufrago. E se mi credi, verso di te la via mi sembra in discesa, quando parto da te, è un monte di acqua insensibile… Ahimè, perché, uniti nell’animo, siamo divisi dal mare? E ci possiede un solo pensiero, ma non una sola terra?”

Questo abbraccio impossibile nell’acqua è forse la loro più straordinaria metafora.


3

Affiora la conchiglia

“Verrai a giacerle accanto sulla sabbia

e a ricoprirla della tua pianeta;

a renderla, verrai, inseparabile

dall’enorme campana degli abissi irrequieti...”

Aspetto. Trasparente nell’acqua anch’io mi getterò fra poco. Ancora. Pensa alle mie labbra. Al respirante miracolo. Ai seni delle onde. Ad ogni desiderio proibito. Alla notte. Raccolgo le tue labbra sulle mie. Noi siamo padroni del nostro cuore? nel nostro petto? Lo siamo oltre il passato impastato con le mani della divinità che è in noi?

Rileggo le parole di François Hartog su come “ogni giorno sia un primo giorno” e come “gli uomini di un tempo” sappiano trasformare “l’assenza” in “passato”. Hartog cita la frase di Osip Mandel’štam riguardo ad Ulisse che ritorna ad Itaca –pieno di spazio e di tempo – colmo di ciò che oggi incessantemente sembra mancare.

Guarderò il mio mare e mi tufferò, conscio dell’energia di un momento.

Osip Mandel’štam (1891-1938) è stato uno dei grandi infiniti poeti del Novecento. Un mito, per la cultura russa, per tutti, sempre. Una leggenda che cantava le sue traduzioni del Petrarca nell’arcipelago Gulag perché il degrado dell’umanità non mortificasse troppo l’anima.

“Conchiglia” la trovate nelle “Ottanta poesie” tradotte e curate da Remo Faccani per Einaudi, mentre se volete conoscere François Hartog potete ancora ordinare il suo “Regimi di storicità” edito da Sellerio.

Affiora la conchiglia tra la sabbia. Affiora la storia, forse. Ancora.

“.. Vello d’oro, dove stai, vello d’oro? Non ci fu che uno strepitare

di grevi onde marine lungo tutto, tutto quel viaggio,

e lasciando la nave che aveva fiaccato la tela sui mari

fece ritorno Odisseo, colmo di tempo e di spazio.”

 

Un vaso di ceramica a forma di nautilus, con la sua doppia curvatura è luogo dello spazio/tempo.
Un vaso di ceramica a forma di nautilus, con la sua doppia curvatura è luogo dello spazio/tempo. (Marcello Balzani)

 

Ossi disseminati nella sabbia come anelli di una catena senza apparente struttura reale, particelle reticolari di “spazio granulare”, direbbe Yona Friedman, che emergono da un antico racconto…

 


2

Il mare e la notte

Mare, maris (mare)

Mas, maris (maschio)

Lo stesso genitivo, lo stesso dativo e anche al plurale tante sovrapposizioni.

Nuoto. Nuoto solo nel mare. In ogni mare che incontro. Ascolto e mi tuffo. Con qualunque vento che lo muove (se posso e se riesco) e mi piace quando, a pelle nuda, la temperatura fredda di primavera e di autunno mi stringe le meningi e mi blocca il respiro. Ho fame. È un bisogno impudente e primordiale. Come Ulisse non fuggo mai dal tempo, nuoto nella sua acqua nativa senza lasciarmi inghiottire dal presente, perché (quando nuoto) ho sempre nella mente una meta, un futuro concreto. Se onde e corrente insieme divengono una tenaglia che stacca le braccia, allora percepisco l’intuizione del kairós, perché senza misura la situazione giusta si perde. Il mio istinto si alimenta in quell’energia vitale.

Sono grato all’eco dell’acqua di mare. Lo sarò sempre.

“Per i mari azzurri degli atlanti e per i grandi mari del mondo.” So che è anche una metafora, e forse una trama e una mappa raccolte in un sogno che incessantemente (ogni notte) racconto a me stesso. “Lungo il corso delle generazioni gli uomini eressero la notte. In principio era sonno e cecità e spine che trafiggono il piede nudo e paura dei lupi.” Ora la sento “inesauribile come un antico vino. Nessuno può guardarla senza una vertigine.” E nudo nuoto in essa come nel mio mare.

Adelphi ha ripubblicato, a cura di Francesco Fava, “Storia della notte” di Jorge Luis Borges.

In quest’estate ancora caldissima ho goduto immensamente a divorare la nuova splendida edizione ad ogni bracciata.

 

É un rotocalco a quattro colori dal titolo “Porti” dell’artista californiana Valerie Hammond realizzato nel 2011.
É un rotocalco a quattro colori dal titolo “Porti” dell’artista californiana Valerie Hammond realizzato nel 2011. (Marcello Balzani)

 

Il corpo diviene fluido, trasparente. Il corpo diviene un sogno e una mappa con le cromie della notte stellata (con le sue costellazioni) come delle profondità marine (con le sue forme viventi). È così per me: il mare (maschio) e la notte (femmina).

 


1

Uguale e diverso

Dammi la tu mano,

come te, che sei urgano

e carezza.”

Solcandoti, amando, continuando ad amare, eternamente uguale e diverso e fedele e infedele a te stesso, torbido e dolce come è sempre il sesso tra noi umani. Tu sei in noi, perpetuamente nel cranio, sei il movimento, sei tu che attiri gli sguardi… Senza pesantezza, abissale, più docile e più feroce. La tua misura è l’infinito: sei libero e per i liberi! Scortese e inaffidabile, ma antico e seduttore. È la spuma che riga l’aria di salino, sentendosi all’inizio di ogni lacerazione, sempre al di là di quello che possiamo conoscere.

Giuseppe Conte e il suo poema sul mare, pubblicato da Mondadori. Una raccolta di poesie dal titolo “Non finirò di scrivere sul mare”, che prendono vita lungo dieci anni fra le sue esperienze a contatto con la bellezza dell’esistenza: “e io qui con le mie parole da niente e d’amore, senza neppur saper naufragare davvero.”

Tutti coloro che si immergono e si perdono senza il confine sentono quell’energia della vita che non possiede confronto.

Anche per me “sei tu il mare di latte che mi ha nutrito” e “vederti gemmare meduse su meduse nei fondali” rende sempre più ostinato il mio quotidiano desiderio di te.

Ogni volta accolgo i pezzi della zattera di Calypso distrutta dal cavallo dalle criniere spumeggianti mentre approdo con le braccia strappate dallo sforzo sulla linea della perdizione e della salvezza, aspettando Nausicaa, perché “non conosci la quiete e la rinuncia. Chi ti ama lo sa.”

 

Una famosa immagine dell’artista digitale francese Julien Tabet, che utilizza gli animali carismatici (gatti, tigri, orche, ecc.) in ambientazioni surreali.
Una famosa immagine dell’artista digitale francese Julien Tabet, che utilizza gli animali carismatici (gatti, tigri, orche, ecc.) in ambientazioni surreali. (Marcello Balzani)

 


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.

Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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