Il Gemello Digitale dello Spazio dell’Apprendimento e la Sfida Etica dell’Ambiente Costruito

Il caso dello spazio dell’apprendimento nell’era pandemica, con una chiusura che ha avuto una valenza pressoché universale, seguita da riaperture assai differenziate, oggetto di contese politiche in grado di minacciare la sopravvivenza di governi, è esemplare della centralità assunta dalla nozione dello spazio.

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La destrutturazione dello spazio dell'apprendimento nell'era pandemica

Sulla scorta delle più avanzate metodologie pedagogiche lo spazio, di per se stesso, giocava da tempo un fondamentale ruolo attivo, tanto che le diverse unità funzionali acquisiscono significati inediti e polivalenti: basti pensare agli spazi connettivi per definizione, come i corridoi.

Tale destrutturazione delle articolazioni e delle gerarchie funzionali-spaziali si riflettono, come in uno specchio, nella ibridazione tra sezioni e tra età anagrafiche, specie per la scuola primaria, innescando processi formativi sperimentali e collaborativi, ove l’indebolimento della caratterizzazione del vano e del locale corrisponde a quella del programma e del curricolo.

Il che, intrinsecamente, richiederebbe cespiti immobili concepiti secondo questa impostazione, poiché quelli pre-esistenti, in larga parte, rispondono a tutt’altra configurazione.

La natura della diffusione virale, tuttavia, involontariamente, basandosi, in prevalenza, sulla trasmissione per via aerea, per aerosol o per droplet, assai più che attraverso il contatto colle superfici, organiche o meno, come si può desumere facilmente, impone di mantenere una distanza fisica tra gli individui e di utilizzare dispositivi facciali che occultino le espressioni del viso.

Al contempo, l’ambiente confinato, di per sé icona del luogo della protezione (si pensi alle condizioni climatiche autunnali e invernali) diviene luogo elettivo della trasmissione del virus ed è, al contempo, la condivisione spazio temporale tra più gruppi, comunità o bolle, in presenza o meno del distanziamento fisico (chissà perché spesso definito sociale), che rende critica la compresenza di studenti eterogenei nel pranzo così come nella ricreazione (o nell’intervallo) o nelle attività laboratoriali e sportive.

Tutto ciò, inconsciamente, rende cogente, sul piano pratico, il ritorno a una attitudine otto-novecentesca delle attività scolastiche, improntate alla distinzione, alla separazione, alla segregazione e alla staticità.

Questa condizione, certamente non voluta né consapevole, deriva da protocolli sanitari, più o meno rigidi, sempre contesi tra metri, statici o dinamici, vale a dire dal trade off tra differenti ragioni di stato.

Essa, tuttavia, permette a chi si occupa di valorizzare la centralità dello spazio comportamentale di proporre modelli formalizzati della vita scolastica degli ordinamenti primari e secondari, altrimenti ridotti, riduzionisticamente, ad applicare segnaletiche e cartellonistiche adesive in ogni dove.

Se si fosse trattato di effettuare lo stesso sforzo in accordo alle metodologie più recenti il livello di complessità sarebbe stato, in effetti, assai maggiore.


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Valorizzare la centralità dello spazio comportamentale

La pandemìa consente, perciò, paradossalmente di valorizzare le Operations costringendo ad adottare un modello formativo riduzionista e regressivo, risalente a un passato che, in almeno una occasione era stato riprodotto in format televisivi fictional.

Certo è che dirigenti scolastici e docenti, metro alla mano, sono stati costretti a ragionare sui cespiti immobiliari, sulle loro caratterizzazioni spaziali, sulla trasformazione, più o meno reversibile, di luoghi residuali oppure adibiti ad altri usi, per non dire di quelli esterni addizionali.

Di là del dibattito sui banchi, colle rotelle o meno, e della apertura delle finestre (o dei sistemi di estrazione dell’aria), tutto il corpo docente si è trovato, pertanto, a correlare le caratteristiche (non solo le dimensioni) dello spazio colle attività educative e colla logistica connessa, a partire dall’orario scolastico, dagli scaglionamenti e dai sistemi di mobilità.

È come se, improvvisamente, l’ingegneria dei sistemi si fosse presa una rivalsa clamorosa.

Certo, tale impegnativo compito è stato più ascrivibile alla sfera di una idea burocratica della mitigazione del rischio, rispondente più alla conformità a una sicurezza formale e istituzionale rispetto al rischio generico che non a una azione ispirata a criteri dinamici, probabilistici e selettivi, condizionati da andamenti epidemici specifici e corroborata da analisi computazionali serie sulle distanze necessarie e sui ricambi di aria opportuni.

La assoluta e piena sicurezza di cui si parla non è altro, infatti, che quella propria ai sistemi giuridici inerenti alle assunzioni di responsabilità di dirigenze scolastiche, di enti locali, di uffici regionali ministeriali e di quant’altri, genitori inclusi.

Se si ponesse attenzione a ciò che è accaduto, occorrerebbe, però, evitare di credere che la questione possa risolversi nel calcolare quanti individui possano accedere nell’insediamento scolastico o uscirvi, quanti metri debbano percorrere per raggiungere l’aula, la mensa, la palestra, il laboratorio, l’aula magna, l’ufficio o il cortile.

Si tratta, di conseguenza, ora di comprendere come capitalizzare l’opportunità che, malauguratamente, è stata offerta dalla pandemìa: sinora, infatti, l’edificio scolastico è stato inteso, e spesso deprecato, per i modesti livelli prestazionali che era in grado di offrire sotto il profilo, ad esempio, strutturale o energetico.

Insorgenza dei gemelli digitali degli spazi dell’apprendimento

Prima dell’avvento della pandemīa si disponeva, in effetti, di una impostazione riformista degli interventi di nuova costruzione o sul costruito che enfatizzava la stretta relazione intercorrente tra programma formativo e documento di indirizzo alla progettazione, che, in alcuni sporadici casi, aveva già tentato una interpretazione computazionale introducendo nel processo di briefing la formulazione, parzialmente numerica, dei requisiti informativi, relativi, a titolo esemplificativo, alla relazione intercorrente tra unità funzionali o ai tassi di occupazione dei vani.

Le esperienze condotte su un caso di studio indicano, in coerenza con questa attitudine pre-pandemica, che essa possa essere perseguita con maggiore intensità nella fase post-pandemica.

Tutto ciò, però, non può essere adempiuto se non attraverso la Gamification, poiché la centralità dei comportamenti degli utenti richiede che la modellazione degli spazi dell’apprendimento siano interattivi.

Già ora, peraltro, le simulazioni sui flussi, individuali e collettivi, degli occupanti dei plessi scolastici in regime pandemico non possono essere svolte solo attraverso automi o proiettili, simulazioni letteralmente eterodirette.

L’ambizione di modellare computazionalmente gli spazi dell’esperienza cela, ovviamente, notevoli ambiguità che nella dimensione digitale della sorveglianza non possono che essere esaltate.

È molto probabile, del resto, che il successo o meno della riapertura della scuola sia influenzato assai più dalla evoluzione dell’essenza del virus e dai comportamenti sociali estrascolastici che non dai protocolli ministeriali.

Basti solo pensare alle caratteristiche sintomatologie influenzali stagionali e alla apertura dei serramenti in clima invernale per rendersi conto di quanto precaria sarebbe la apertura della scuola pur in assenza di casi reali di positività: numerosi docenti e discenti costretti temporaneamente alla didattica a distanza preventiva in attesa di accertamenti, disagi degli occupanti in spazi ventilati sì, ma, pur sempre raffreddati, o addirittura presenti in spazi aperti.

E che dire, poi, del tracciamento capillare dei contatti nel caso del soggetto positivo e confinato in quarantena?

Se, dunque, si vuole ritornare, nella prospettiva post-pandemica, alla proposizione dei gemelli digitali, incentrati sia sui livelli prestazionali tipici del cespite fisico nelle sue componenti edilizi e e impiantistiche, sia sui livelli comportamentali, propri alla produttività dell’insegnamento e dell’apprendimento, non può valere solo l’aspetto legato all’ingegneria dell’informazione, teso a supportare le co-simulazioni offerte dai flussi di dati originati dall’ingegneria della comunicazione, in termini di recettori e di attuatori.

Se, per un verso, è chiaro che sarebbe ingenuo proporre nell’ambito di Next Generation EU semplicemente un elenco infinito di risorse umane da reclutare e di interventi su edifici in condizioni materiche e funzionali precarie, per un altro canto, l’insorgenza dei gemelli digitali degli spazi dell’apprendimento implicherebbe una dialettica serrata tra le culture e le prassi dell’architettura e dell’ingegneria entro un ambito olistico.

L’emergenza pandemica ha causato provvedimenti estremi, costituzionalmente discutibili, o almeno discussi, che, peraltro, indicano con chiarezza come la digitalizzazione della società, emersa nel testing & tracing, abbia ripercussioni etiche molto profonde sulla possibilità di esercitare un controllo, in remoto e in tempo reale, sulla formazione delle nuove generazioni, ma anche delle comunità territoriali coinvolte, più o meno estese, a seconda dell’ordine degli studi.

Ogni insediamento scolastico, gemello fisico, polifunzionale e ibridato nella versione post-pandemica, diviene per forza, grazie al suo gemello digitale, un dispositivo comportamentale geo-spazializzato, vale a dire un ecosistema in cui far convergere culture, discipline e saperi assai eterogenei, ma anche oggetto di una contesa politica nella quale le istituzioni pubbliche a esse deputate non potranno che confrontarsi con una dimensione economica in cui Spazio come Servizio significa che l’individuo sia diventato oggetto dei business model.

Esso, inoltre, diviene il medium tra il tangibile e l’intangibile, già ora iconico nella relazione tra virtual classroom del lockdown e physical classroom del reopening.

Trovare una interpretazione eticamente e socialmente sostenibile, ben al di là di una GDPR, è la sfida che si prospetta.


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