Io speriamo che me la cavo. Un territorio “sgarrupato”

Qualche anno fa Marcello D’Orta proprio nel suo libro “Io speriamo che me la cavo” raccontava i disagi e le speranze del futuro dei sui piccoli studenti: oggi ormai adulti. Così come quel maestro elementare che amava i suoi piccoli allievi, anche per me si riaccende la speranza per un futuro del nostro territorio, non direi roseo in assoluto ma, perlomeno, un tantino meno drammatico.
Infatti, che l’Italia, in tutta la sua estensione, sia un paese fragile è risaputo così come, in linea di principio, sono conosciute le cause di eventi calamitosi che si presentano sempre con maggiore frequenza e forza.
L’inverno è alle porte e con esso anche gli eventi climatici che abitualmente vengono annoverati, più o meno giustamente, nell’aggettivo eccezionale. Forse per stabilire se un evento sia veramente eccezionale oppure la normale manifestazione di fenomeni che ciclicamente si ripetono, bisognerebbe mettersi d’accordo sui parametri da utilizzare per definirlo tale. Molto spesso infatti, la definizione di evento eccezionale non viene fatta dagli esperti ma, da qualche “narratore” che in nome del diritto di cronaca, attribuisce a questo, piuttosto che a quell’altro temporale e/o acquazzone, il tanto blasonato “evento eccezionale”; analogamente dicasi per gli effetti sul territorio provocati da questi eventi.
Ma come stanno veramente le cose? È solo colpa dell’evento eccezionale?
Come da più parti gli esperti del settore gridano da anni, l’evento eccezionale contribuisce ad accelerare quel processo di dissesto e/o di erosione preesistente che inesorabilmente evolve in modo naturale fino al raggiungimento del suo stato di pseudo equilibrio o di quiescenza; fino a quando non interviene un’altra causa scatenante. Non dimentichiamoci che in tutto ciò, l’uomo ci mette del suo con un’azione antropica troppe volte sconsiderata nei riguardi del territorio e delle naturali regole che lo governano.
Il termine potrebbe sembrare forte, ma che il territorio italiano sia sempre più “sgarrupato” è sotto gli occhi di tutti e, volendo usare un’espressione del mio Maestro Prof. Geol. Alessandro Guerricchio, se una cosa: <<SE VEDE>> è <<PERCHÉ SE VEDE>>.
Non passa anno infatti, in cui non facciamo la conta dei danni e purtroppo anche di vittime, che si vanno a sommare ai numeri dell’anno prima, di quello prima ancora e dell’altro prima, prima ancora.
Senza aver paura di usare mezzi termini, quella del dissesto idrogeologico è la vera emergenza del paese.
Per avere un’idea della dimensione del problema basta consultare il sito dell’ISPRA il quale fornisce una chiara situazione del territorio italiano ovvero, dell’entità economica che dobbiamo sostenere per arginare il problema.
Senza un piano e senza una programmazione non si può andare avanti: la sola gestione delle emergenze non può più essere accettata! Occorre fare prevenzione e occorre saper valutare e gestire il rischio idrogeologico, ma anche quello sismico visto che i costi sono ormai insostenibili; non esistono più alibi.
Non esagero nell’affermare che noi italiani siamo al primo posto nel mondo per efficienza negli interventi in emergenza di protezione civile e con gli altri corpi dello stato ma, siamo ultimi nella prevenzione. In altre parole, nel corso di tutti i decenni passati abbiamo fallito per tutto ciò che riguarda la prevenzione: specie per i terremoti. È un peccato visto che abbiamo le conoscenze e le potremmo sfruttare per essere preparati agli eventi e limitare i danni.
Per non dimenticare diciamo solo che all’evento sismico del 24 Agosto scorso si è aggiunto quello del 26 Ottobre che ha colpito ancora il centro Italia.
Il Governo Renzi ha istituito una specifica “Struttura di missione contro il dissesto Idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche” la quale ha recentemente prodotto le linee guida per le attività di programmazione e progettazione degli interventi per il contrasto del rischio idrogeologico. Purtroppo, ma per fortuna sotto altri aspetti, esse nascono soltanto a valle dall’aver constatato che la gran parte dei progetti preliminari sulla base dei quali veniva in passato accordato il finanziamento, non avevano alcuna efficacia e utilità.
Sebbene ritengo che queste linee guida vadano integrate e che non sono comunque la panacea di tutti i mali, mi auguro che al più presto trovino un’ampia applicazione e che non siano soltanto l’ennesima pubblicazione appesa al palo. Qui subentra la coscienza, la deontologia e la pratica professionale di noi tecnici.
Senza voler far un torto ad alcuno, ops una propaganda negativa, è cronaca di questi giorni nel nostro paese il rimobilitarsi di corpi in frana e il verificarsi di eventi di dissesto diversi causati dalle prime abbondanti piogge. Qualcuno prontamente si è affrettato a definirle alluvioni trattandosi di copiose piogge cadute in poco tempo su aree già ricadenti tra quelle ad alto rischio idrogeologico e, come se non bastasse, già in passato “martoriate” da altri eventi simili. Se si fosse intervenuti prima nel realizzare le opere necessarie per mitigare il rischio si sarebbero potuti contenere i danni e soprattutto i costi dovuti all’emergenza.
In ben l’83% dei comuni italiani sono presenti aree a rischio idrogeologico che comportano ogni anno un bilancio economico pesantissimo, intollerabile quando è pagato con la vita.
Non c’è alternativa. Tutto ciò va affrontato seriamente al più presto mettendo in campo le giuste competenze. Parlare di dissesto idrogeologico infatti, implica la conoscenza di moltissime e complicate materie che si acquisiscono non solo attraverso specifici percorsi accademici, ma anche con l’esperienza sul campo e, vi posso assicurare, non è cosa trascurabile; ve lo dice chi c’è nato in un’area a rischio idrogeologico e sismico muovendo i sui primi passi proprio studiando il territorio dell’amata Calabria.

Senza la giusta preparazione ed esperienza, quindi, si viene travolti inevitabilmente dall’arroganza intellettuale, quella stessa che ha già prodotto tante catastrofi specie quando ci si arroga il diritto di conoscere le risposte della natura e non si ha l’umiltà di interpretare correttamente i segnali che proprio il territorio manda; fino alla catastrofe. Ma fino a quel momento, il nostro territorio starà a guardare sperando in un semplice: <<Io speriamo che me la cavo>>.