Costruire è come narrare
Costruire, narrare, ascoltare: tre gesti che attraversano la materia come le parole attraversano le storie. La dissolvenza, il femminile, il racconto aprono spazi inclusivi e porosi, dove il progetto diventa esperienza sensibile. Per l’architetto, è un invito a dare forma a luoghi che proteggono, sospendono e trasformano lo sguardo.
6
In forma di rosa
“Alle volte è dentro di noi qualcosa
(che tu sai bene, perché è la poesia)
qualcosa di buio in cui si fa luminosa
la vita …”
L’estate con i corpi superbi dei castagni, nel bosco deterso, sotto i forti profili del fogliame, disorienta nel cielo infiammato. Eppure senti che quel buio va attraversato. Come quando ti immergi e nuoti sott’acqua e il sole sparisce in un attimo, schermato da una coltre di nubi veloci. E senti il nero acuto che ti trafigge con le sue spine di rosa. In mezzo al mare, stupendamente sconvolto, cerchi una nuova ondata di razionalità ma trovi un sogno fatto nel fondo del sogno. Nelle palpebre, negli angoli degli occhi, nei grumi azzurri di mare, adesso in quel biancore di sole vero che si tramuta in un’aria di caldo temporale, con tutti i sensi ad ascoltare la voce di un altro amore.
Pier Paolo Pasolini scrive “Poesie in forma di rosa” tra il 1961 e il 1964, perché la realtà (come diario o profezia) era solo una vecchia speranza in cui fiatava il mondo, ardente di un’immortale stagione.
Erano gli anni di “Accattone” e Pasolini scriveva “Io sono una forza del Passato, solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi… Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, come i primi atti della Dopostoria, cui io assisto per privilegio d’anagrafe, dall’orlo estremo di quella età sepolta.”
Negli anni del boom economico Pasolini si sentiva come un “gatto bruciato vivo”: l’Italia era già pronta ad arrendersi ad un consumismo suicida, capace di annullare le radici delle memorie e delle tradizioni, quanto di deformare ogni ideale. Una realtà che stava proponendo un modello di Società in cui Pasolini, criticamente, aveva la caparbietà propositiva (con le sue opere e i dibattiti) di porre la problematica dell’adattarsi a quale costo.
“Un’ansia romantica che pareva esamine
sopravvivenza, mostruosamente s’ingrandisce,
occupa continenti, isole immani …”

La mano che esce dalla corolla di petali sembra illuminarsi come una lampada e mi vengono in mente le ultime parole di “Le belle bandiere” e di come il biancore fosse immagine di quella “tenerezza eroica d’un’immortale stagione!”
5
L’Impresa (di parole)
“Umide labbra che di me affilate
Anima e senso – refe che si affila
Dita che mi stringete
Di qua di là tentando
Una cruna dolcezza-della-mente
Cui non serve destrezza o salda mira –“
Sì è vero! È una “trappola crudele” e segue implacabilmente quella “scia di miele” che come un “raggio che da fessura spira nella stanza scura”. A volte, o forse spesso, l’amore s’inerpica con “spine e veleni” ed “ogni barlume di bugia” rende la vita inevitabile e induce a “veder che è bianco dove riluce il nero”. È una progressiva scoperta. Credi di aver capito. Immagini che tutto abbia un senso. “Castamente supino” attendi il dolcissimo fiele che permette ogni volta di “risalire secoli di rami”, di far forza (e significato) su tutto, di rendere le “nostre senzacorpo voci alterne” forti anche di profonda sedulità.
Giovanni Giudici (1924-2011), poeta e scrittore ligure, perfetto per avere interpretato liricamente tutte le contraddizioni del Novecento, nella raccolta “Salutz” del 1984-86, recupera antichi riferimenti dei Minnesänger germanici e stilnovistici, per offrirci poesie (sempre di 14 versi) d’Amore sublimi. L’Amore possiede una “linguazebra” oltrepassante ogni “minimo minuto” con stralunanti straparlate, ma al contempo, come un “fil di seta coltello” permette “nel cuore della pietra onde sgorgate” di incenerire per fuoco (come per Amore). Attirato dal “rosso meandro di conchiglia”, come da “lisce membra, fuscìo di pelo” ormai ho compreso che “non creder l’incredibile fu il solo sbaglio o peccato”, perché nel “velo del tempo che noi stessi siamo” il tempo siamo noi, quando ci amiamo.
Nel Meridiano di Mondadori “I versi della vita” a cura di Rodolfo Zucco, trovate l’opera poetica di Giovanni Giudici e anche questa straordinaria “impresa di parole”. Il progetto architettonico necessita di regole formali della rappresentazione, di abachi di materiali, di tecniche costruttive, di validazioni di stati conservativi e processi di alterazione e degrado, di valutazioni strutturali e quadri di riferimento impiantistici. Anch’esso è un’impresa di parole, che cerca di trovare ogni volta corrispondenze, parallelismi, perpendicolarità, assunzioni di responsabilità sulla traducibilità dei contenuti come dei significati. Ricche e continue analogie.
“A nude belle membra
Seno costato e fianchi
E rider d’acque entro segreta tenda”

Il rapporto diverso con la cornice/involucro, con lo schema la forza espressiva dei significati, con la sintesi descrittiva: estetica o comunicativa? L’impresa di parole entra sempre nel progetto.
4
La (carta) geografica del corpo
“Sotto il vestito
è nuda
sopra il vestito
completamente nuda
davanti alla finestra
tiene un bicchiere alto –
te lo offrirà
non te lo offrirà?
lo beve sola
non ti guarda
così è più nuda
con una rosa
tra i seni.”
Cosa hai da nascondere? Mi ha rubato qualcosa?
“Le cose che non abbiamo detto forse conservano ancora i nostri gesti, le nostre azioni”… Sono dei segreti? Sai cosa succede? Tra le cinque dita della mano ci sono quattro vulve e il corpo cresce e i piedi escono dal letto e poi gli alluci si toccano appena e sento ancora i tuoi gesti, i tuoi capelli, le tue mani. È così: spogliarsi in fretta tanto da vedere le ascelle fumare e poi, dopo, guardarti mangiare e raccogliere il tuo calore. Perché abbiamo sempre fame e il corpo ostinato fruga: hanno fame gli occhi, le orecchie, le narici…
Ghiannis Ritsos (1909-1990) poeta ateniese, poeta assoluto di vita, di fede libera e di impegno sociale, a settant’anni scrivere tre poemetti (“Piccola suite in rosso maggiore”, “Corpo nudo” e “Parola carnale”) per un amore che scavalca il tempo verso una donna che riattiva il suo desiderio e permette di fondere ancora respiro e parole, forme delle cose e gesti del corpo. Nicola Crocetti traduce e ripubblica questa triplice raccolta in “Erotica”.
Perché la “geografia del corpo se pur studiata e imparata a memoria mille volte” è sempre IGNOTA. Prova a “capire il desiderio che il tuo corpo esprime dalle tre dita della mano che reggono la tazza”! Ascolta il fragore liquido di quando si intinge un dito nell’acqua! Per Ghiannis Ritsos “le parole perforano il foglio escono dall’altra parte” ma “un corpo perfora l’altro non esce dall’altra parte”. Adesso, nella quiete di “lenzuola di sudore che pendono dal letto sul pavimento”, prima di aprire le finestre, “posa il tuo piede nudo sul foglio della poesia.”
“Unirono le labbra
le lingue
la saliva
la saliva si rapprese
così spalmarono
un dio
piccole margherite
sul suo petto villoso
e il compasso confitto
al centro della carta geografica
e il mondo è un cerchio.”

A volte quando leggo Ritsos sento la musica e vedo la danza, un altro modo geografico di definire la corporeità. Le sue poesie sono state di ispirazione per molti musicisti, soprattutto Mikis Theodorakis, con il quale ha condiviso la lotta per la libertà durante la dittatura dei colonnelli di cinquant’anni fa.
3
Ascoltare il femminile
“Una fine peluria vibra sulla superficie delle ali dai disegni delicati.
Le antenne sfiorano le mani della donna.
… Le viti del mio corpo erano allentate, non potevo muovermi.”
Angelo o fata?... “è come se potessi vivere nutrendomi solo dell’amore che provo per lui.” La donna, supersensibile, extrapercepente, che sente il cuore che “mi sanguina come una melagrana scoppiata” e protegge, a costo di impazzire, ogni sensazione che fa ingresso in lei.
Yoko Ogawa è una scrittrice giapponese nata a Okayama nel 1962; l’ho scoperta con “L’anulare”, un suo bruciante e distopico breve romanzo del 1994, tradotto per Adelphi da Cristiana Ceci. Poi l’ho continuata a seguire con “Quando la farfalla si sbriciolò” e “Una perfetta stanza di ospedale”, e ancora altro. Lei, la bravissima ragazza terribile della letteratura giapponese, che si faceva grande! Il femminile che straripa oltre le ossessioni feticiste ed estranianti, dilata le trasparenze, affila il linguaggio come un bisturi.
“I contorni abituali delle cose saltavano, la loro sostanza materiale acquisiva una connotazione personale. Fra le cose stesse si originavano gerarchie e ancor più nascevano fra loro e me”. Ecco invece Herta Müller, nata a Nitzkydorf in Romania nel 1953, scrittrice e poetessa tedesca Premio Nobel nel 2009, che sente ugualmente il potere delle cose, i tentativi di scoprire la verità, perché “in ogni lingua, in ogni modalità di parlare dimorano altri occhi.”
Due donne di diversa biografia, di diverso rigore e fede politica, che cercano le “ragioni interiori che spesso non coincidono con il linguaggio”. Lo so, per molti uomini non è concepibile vero? Possedere la sensibilità di un pensiero e di una scrittura che tagliano come un coltello.
Di Herta Müller cito il bellissimo “il re s’inchina e uccide”, tradotto da Fabrizio Cambi per Keller editore. Ma anche il suo “In viaggio su una gamba sola”, tradotto per Marsilio, è un distacco dal tempo verso lo schema del percorso, confinato nel proprio dipanarsi tra cose e luoghi che sembrano non appartenere alle ragioni della vita, come per molte percezioni della Yoko Ogawa.
Basterebbe ascoltare. Ascoltare…
… il femminile.
“La realtà che dovrei vedere si è trasferita dietro le mie palpebre,
forse, allora, tutte quelle cose sono davvero un’illusione ottica.”

Sono opere che esplorano la dimensione femminile realizzate (in scala umana e anche più) in telaio metallico e cemento rivestito di mosaici di ceramica. In questo caso è invece la materia plastica ad essere utilizzata ad effetto piscina. Femminismo e stereotipi di genere, razzismo e intercultura, diseguaglianze e inclusività, si mescolano in queste potenti (ma giocose) figure curvy: angeli o fate?
2
Agire sulla dissolvenza
Il profilo di una persona è così diverso rispetto a ciò che puoi intuire da una manciata di parole. Guarda i suoi muscoli ai polpacci! Ci pensava mentre gli camminava alle spalle. Cosa succede se rovesciamo un altro po’ di solvente sulla giuntura tra il primo piano e lo sfondo. Lui sapeva instaurare una sapiente e carnosa relazione tra il mondo e la retina.
Nessuno restava a lungo innocente accanto a lui. Come scriveva John Keats, c’è una specie di astrazione delfica – una cosa bella resa ancora più bella perché riflessa e avvolta nella nebbia. Anne Carson, che trasferisce questa frase tratta dalle annotazioni sul “Paradise Lost” di Milton, scrive che c’è un segno sbiadito dopo “bella”, interpretato da un curatore come un trattino. Rifletti sulla riflessione. Agisci col solvente sulla dissolvenza.
Nella vita mi piace conservare l’esitazione. Sotto la sedimentazione del dipinto rimane una scia di qualche schizzo e poi scompare. Perché mettere a fuoco tutto? Ripassare, resuscitare, contrastare? Mi piace conservare l’esitazione di uno sguardo, di un curvarsi lievemente, di un toccare la tempia, di un respiro. Galleggiando in mezzo a densi silenzi. Forse dovremmo affilare meglio i nostri occhi per farci più vicini alla bellezza di chi ci sta vicino. Con cautela, perché io sono in fiamme… Non è un trattino!

Anne Carson di “The Beauty of the Husband” (tradotto da Chiara Spaziani per La Tartaruga) forse avrebbe gradito lo sbaffo di luce che guerreggia con la dimensione brillante e sciacquata che rema carnosamente verso la nostra retina.
Sussurra una nuova parola… avvolta nella nebbia.
1
Costruire è come narrare
Shahrâzâd, la cui arte consiste nell’iniziare e rimandare e concludere all’infinito, è una donna di risorse e sagacia illimitate, che tuttavia usa l’astuzia e la manipolazione da posizione di totale impotenza, con la spada del destino praticamente in camera da letto, appesa come la spada di Damocle a un filo metaforico, il filo della sua narrazione con il sudario che le viene preparato ogni giorno per la mattina successiva… Pasolini ha detto molto bene che i racconti delle “Mille e una notte” finiscono tutti con la scomparsa del destino che «riaffonda nella sonnolenza della vita quotidiana».
Ma la vita di Shahrâzâd non può riaffondare nella sonnolenza finché tutte le storie non sono raccontate.
Ma gli uomini avevano conosciuto qualcosa di simile? Non saprei, sono sempre disposti a creare illusioni. Come? Quanti di loro si illudono di essere intelligenti, di essere poeti oppure di essere coraggiosi! Di che hai paura amore mio? Temo che il bene si insinui dove meno ce lo aspettiamo! Non essere pessimista! Orgoglio e amore non possono abitare nello stesso cuore.
La prima parte è un brano tratto da “Il genio nell’occhio d’usignolo” della grandissima Antonia S. Byatt, tradotta da Anna Nadotti e Fausto Galuzzi per Einaudi nella raccolta “Tre storie fantastiche”. Mentre il testo che segue è del premio Nobel Nagib Mahfuz in “Notti delle Mille e una notte” tradotto da Valentina Colombo per Feltrinelli. Mahfuz immagina la storia esattamente dal momento in cui finisce l’altra, quando Shahrâzâd si salva e viene presa in moglie dal sultano perché “i suoi racconti sono magia bianca, dischiudono universi...”.
I due testi si intrecciano nel mio ricordo e nell’attualità contemporanea. Mahfuz racconta pasolinianamente le altre storie, quelle che si incarnano nella realtà, tra fanatismo religioso e conflitti politici. È forse il suo libro più bello. Antonia S. Byatt si immagina una scrittrice, Gillian Perholt, che viene invitata ad Ankara per un convegno dal titolo «Storie di vita di donne»… molte cose allo stesso tempo: carattere, destino e sesso, dove destino “non è il carattere, come sosteneva Novalis, ma qualcos’altro”.
In certe occasioni, in cui ridondati fluttuiamo, si incrociano le nostre vite nelle storie, nei sogni e forse la sincronizzazione permette un graditissimo inaspettato. Non voglio smettere di baciarti ancora.

Il trascorre del tempo delle mille e mille notti non hanno reso vano il percepire ancora di un inizio (di leggenda): “salvarsi quotidianamente la vita da una vendetta generalizzata e indiretta contro il genere femminile”.
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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