Direttiva Case Green, il CDM rinvia il recepimento. La protesta delle associazioni ambientaliste
Il Governo Meloni esclude la direttiva europea "Case Green" dal disegno di legge, frenando la transizione energetica. Le associazioni ambientaliste denunciano il rischio di infrazione UE e maggiori costi per i cittadini.
In Italia il 75% del patrimonio edilizio è nelle classi energetiche E, F o G
Il Governo Meloni ha deciso di non recepire la direttiva europea sull'efficienza energetica degli edifici – nota come "Case Green" – nel disegno di legge di delegazione europea approvato dal Consiglio dei Ministri. Una scelta che ha subito suscitato forti critiche da parte delle principali associazioni ambientaliste e dei promotori della transizione energetica in Italia: ARSE, Coordinamento FREE, Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente e WWF.
Secondo le organizzazioni, l’esclusione della direttiva EPBD (Energy Performance of Buildings Directive) rappresenta un grave passo indietro per l’ambiente, la lotta alla crisi climatica e l’innovazione nel settore edilizio. Il rischio è duplice: da un lato si allontanano gli obiettivi climatici e di decarbonizzazione fissati dall’UE, dall’altro si rinuncia alle opportunità economiche legate all'efficientamento energetico, come la creazione di nuovi posti di lavoro e il sostegno alle imprese del settore edilizio.
"La direttiva 'Case Green' è uno strumento essenziale per ridurre le emissioni del comparto edilizio, migliorare la qualità della vita dei cittadini e abbattere i costi energetici – sottolineano le associazioni –. Il mancato recepimento, oltre a rallentare il processo di transizione ecologica, espone l’Italia al rischio di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea, soprattutto considerando che la prima scadenza attuativa è prevista per dicembre 2025".
Preoccupa anche l’orientamento espresso da esponenti del governo, che hanno annunciato l’intenzione di chiedere una revisione della direttiva a Bruxelles. Secondo le associazioni, questa posizione è in netto contrasto con gli impegni climatici internazionali e lascia le famiglie italiane esposte alla dipendenza dal gas fossile, responsabile di costi elevati in bolletta.
Le stime parlano chiaro: in Italia oltre il 75% del patrimonio edilizio residenziale – circa 9,7 milioni di edifici – è ancora classificato nelle classi energetiche E, F o G. Riqualificare questi edifici significherebbe tagliare più di 14 milioni di tonnellate di CO₂. La direttiva fissa obiettivi chiari: ridurre i consumi degli edifici residenziali di almeno il 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, agendo in particolare sul 44% degli edifici meno efficienti.
Le organizzazioni firmatarie lanciano un appello al governo affinché cambi rotta e adotti con urgenza un piano nazionale di riqualificazione edilizia. “Non ci sono più alibi – concludono –. La direttiva europea non è un’imposizione ideologica, ma una risposta concreta all’emergenza climatica, alla povertà energetica e all’urgenza di rendere il nostro patrimonio edilizio più sicuro, sostenibile ed efficiente”.
Nel frattempo, anche sul fronte giuridico si aprono nuovi scenari: la recente ordinanza della Cassazione sul caso Greenpeace e ReCommon conferma che in Italia è ora possibile perseguire le responsabilità delle aziende inquinanti in tribunale, aprendo così la strada alla giustizia climatica.
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