AI - Intelligenza Artificiale | Filosofia e Sociologia
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Che cosa vogliamo intendere noi per ‘intelligenza’, ora che l’IA esiste?

L’intelligenza artificiale sta trasformando la nostra società con la velocità di un jerk: un’accelerazione improvvisa che obbliga a ripensare categorie, linguaggi e concetti. Ispirandoci a Pensare l’infosfera di Luciano Floridi, esploriamo tre strumenti filosofici utili per orientarsi nell’era digitale: il minimalismo erotetico, i livelli di astrazione e il costruzionismo concettuale, per arrivare a una domanda fondamentale: che cosa è l'intelligenza, oggi?

L’intelligenza artificiale sta accelerando la trasformazione dell’infosfera, obbligandoci a ripensare le categorie con cui comprendiamo il digitale. Seguendo il percorso tracciato da Luciano Floridi in Pensare l’infosfera, tre strumenti filosofici diventano essenziali per interpretare l’IA in modo rigoroso.

Il minimalismo erotetico chiarisce il modo in cui formuliamo le domande, eliminando presupposti superflui e prevenendo l’antropomorfismo concettuale.

Il livello di astrazione ci insegna a distinguere tra analisi tecnica, funzionale e concettuale dell’IA, evitando la confusione tra ciò che un sistema fa e ciò che significa.

Il costruzionismo concettuale mostra come i concetti di intelligenza, decisione e creatività non siano entità fisse, ma strumenti che evolvono con la tecnologia e vanno continuamente aggiornati.

Questi tre approcci, integrati, offrono una cornice lucida per comprendere l’IA come fenomeno epistemico, tecnologico e sociale, e indicano il ruolo della filosofia nell’orientare il cambiamento: mantenere chiari i concetti, preservare il senso delle parole, creare strumenti cognitivi stabili in un mondo che cambia a velocità di jerk.


PREMESSA — Partire dall'infosfera per capire l'intelligenza artificiale

Vorrei partire da un debito intellettuale molto preciso: il libro di Luciano Floridi, Pensare l’infosfera.

Perché è lì, in quelle pagine, scritte 2 AC (2 avanti ChatGPT) che ho trovato supporto per molte delle riflessioni che ho poi trascritto su INGENIO con l'obiettivo di individuare le chiavi per comprendere la trasformazione profonda che stiamo vivendo.

Floridi ci ricorda in questo libro che oggi abitiamo un ambiente nuovo – l’infosfera – un luogo in cui il digitale non è più uno strumento esterno, ma il tessuto stesso della nostra esperienza. E se cambia l’ambiente in cui viviamo, cambiano inevitabilmente anche i concetti che usiamo per pensarlo.

Da qui siamo partiti. E lo abbiamo fatto con un approccio erotetico, come nel suo lbro, ovvero partendo dalle domande.

Prima fra tutte: “Quali strumenti concettuali ci servono per capire davvero l’intelligenza artificiale? Non in senso tecnico, ma in senso umano, filosofico. Quali lenti dobbiamo usare per non cadere nelle vecchie categorie dell’analogico?”

Perché l’errore più grande, quando parliamo di IA, è rimanere prigionieri dei concetti di ieri, applicandoli senza filtri a tecnologie che non sono più semplici estensioni della mente umana, ma nuove forme di agentività artificiale nell’infosfera.

Nel suo libro, Floridi ci indica una via, tre strumenti, tre movimenti del pensiero che possono essere tradotti in un linguaggio operativo anche per chi lavora nell’ingegneria, nell’architettura, nella tecnologia:

  1. Il minimalismo, inteso come principio erotetico: l’arte di formulare domande essenziali, senza presupposti superflui.
  2. Il livello di astrazione, che ci insegna da quale “quota” osservare i concetti per non confondere ciò che è tecnico con ciò che è filosofico.
  3. Il costruzionismo, che ci ricorda che i concetti – tutti, nessuno escluso – non si trovano: si costruiscono, si adattano, cambiano con la società e con la tecnologia che la attraversa.

Con queste tre lenti è possibile cercare di leggere l’intelligenza artificiale non come un oggetto misterioso, né come un soggetto mitico, ma come un fenomeno che sta ridefinendo la nostra stessa capacità di pensare. Perchè questo è ciò che sta accadendo: l'IA non sta semplicemente cambiando il modo di produrre, non sta semplicemente efficientando i processi di questo pianeta, sta modificando la "specificità dell'essere umano, un tratto che segnala la sua unicità: il fatto di dare significato e senza le cose, alla realtà che ci circonda e ci riguarda, così come a noi stessi".

E' quindi necessario chi affrontiamo filosoficamente il cambiamento che è in atto: "l'informazione è diventata, un concetto tanto significativo e fondamentale quanto quello di essere, conoscenza, vita e intelligenza, significato, bene o male e quindi altrettanto meritevole di autonoma indagine." superando il limite dell'indagine sul fatto che l'IA sia buona o cattiva, come ho ripreso nell'articolo "L’intelligenza artificiale e la nuova antinomia della ragion pura" di qualche mese fa.

   

Partire dal togliere, per comprendere l'essenziale

Quando affrontiamo concetti enormi – e l’intelligenza artificiale è uno dei più ingombranti del nostro tempo – la prima reazione è quasi sempre la stessa: aggiungiamo. Aggiungiamo definizioni, esempi, metafore, ipotesi. È come se avessimo paura che il concetto ci sfugga, e provassimo a trattenerlo riempiendolo di parole.

Il minimalismo, invece, ci invita a un gesto controintuitivo: togliere.

Non togliere per impoverire, ma togliere per far emergere ciò che davvero conta. E soprattutto: togliere per fare la domanda giusta. Perché il minimalismo, prima ancora di essere un’estetica del pensiero, è un principio erotetico.

Cioè un principio che riguarda l’arte di formulare bene le domande.

È un cambio di postura mentale. Quando diciamo “minimalismo concettuale”, non stiamo parlando di frasi brevi o teorie leggere. Stiamo parlando della capacità – quasi artigianale – di ascoltare la domanda prima di correre verso la risposta.

E allora diventano domande nuove, più essenziali:

  • Che cosa sto davvero chiedendo quando chiedo ‘che cos’è l’IA’?
  • Quali presupposti inutili sto portando dentro la domanda senza accorgermene?
  • Quanta metafora umana sto usando per descrivere qualcosa che umano non è?

La filosofia, in fondo, non nasce per dare risposte, ma per chiarire meglio le domande. Il minimalismo ci educa a questo: ripulire la domanda dalle impurità concettuali.

Molti confondono minimalismo e riduzionismo. Ma sono esattamente agli antipodi.

  • Il riduzionismo dice: “Questo fenomeno è solo questo.”
  • Il minimalismo dice: “Per iniziare, non serve di più. Il resto lo aggiungeremo quando serve.”

Il primo schiaccia la complessità. Il secondo la prepara, la rende attraversabile. Il minimalismo non ti dice che la realtà è semplice; ti dice che la domanda può esserlo.

E qui entra in scena un esempio tipico: la retorica intorno all’IA. Quando diciamo: “L’IA vede, capisce, pensa, decide…” abbiamo già fatto un errore minimalista enorme.

Abbiamo introdotto nella domanda parole che appartengono all’essere umano.

Abbiamo confuso il problema prima ancora di affrontarlo.

Un minimalismo erotetico ci obbliga a riformulare:

“Che tipo di processo sto descrivendo quando parlo di un modello che genera testi?”

“Che cosa significa davvero ‘vedere’ in un sistema che non ha occhi, né corpo, né mondo?”

E, ancora:

“Quali elementi sono necessari per definire un sistema intelligente… e quali sono soltanto abbellimenti concettuali?”

Una volta chiarita la domanda, molto spesso la risposta appare limpida.

Guglielmo di Ockham lo avrebbe detto in latino: «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem.» ovvero  non moltiplicare gli enti oltre il necessario.

Noi possiamo dirlo così: non introdurre concetti che non servono a spiegare il fenomeno.

La domanda su “cosa sia l’IA” non ha bisogno di psicologia, né di biologia, né di metafisica della coscienza. I concetti importanti – “verità”, “mente”, “intelligenza”, “responsabilità” – sono nudi. E il nostro compito non è vestirli con ornamenti, ma ascoltare ciò che dicono quando rimangono così.

Che cos’è il minimalismo nell’analisi dell’IA?

Il minimalismo è un principio erotetico che guida la formulazione di domande semplici e prive di presupposti superflui. Applicato all’IA, aiuta a evitare antropomorfismi e a definire sistemi intelligenti in modo chiaro ed essenziale.

   

Con quale livello di astrazione porci le domande sull'intelligenza artificiale

Quando parliamo di concetti complessi – come intelligenza, conoscenza, decisione, responsabilità – c’è un pericolo sottile che ci accompagna sempre: la confusione dei livelli. Non è un problema tecnico; è un problema umano.

Tendiamo a saltare dall’alto al basso senza accorgercene. Parliamo per un momento con la precisione dell’ingegnere e, un istante dopo, ci ritroviamo a ragionare come antropologi. Oppure il contrario: discutiamo di principi etici e poi, all’improvviso, pretendiamo una risposta dal codice.

In filosofia questo si chiama semplicemente: livello di astrazione.

E non è un dettaglio: è la bussola che ci impedisce di perderci.

Il livello di astrazione è la quota alla quale osserviamo il concetto

Immaginate una città. A livello strada vediamo persone, vetrine, autobus, semafori. A livello drone vediamo quartieri, connessioni, flussi di traffico. A livello satellite vediamo geometrie, territorio, relazioni tra città. La città è sempre la stessa. Ma cambia completamente il tipo di domanda che possiamo fare. Ecco: il livello di astrazione è questo. È la scelta della distanza giusta per analizzare un concetto senza deformarlo.

  La filosofia dell’analisi concettuale – e quindi tutta la riflessione sull’IA – riconosce almeno tre piani fondamentali.

1. Bassa astrazione: il livello del “come funziona”

È l’altitudine dell’ingegnere, del tecnico, del programmatore. Qui i concetti diventano circuiti, dataset, funzioni obiettivo, parametri, limiti computazionali. Sono domande come:

“Come ottimizza questo modello?”

“Come apprende?”

“Qual è il costo energetico?”

È un livello necessario, ma non basta per capire che cosa significhi socialmente o filosoficamente ciò che stiamo costruendo.


2. Media astrazione: il livello del “che cosa fa”

È l’altitudine dell’architetto, del manager, del progettista Qui guardiamo ai sistemi non per ciò che sono, ma per ciò che producono. Sono domande come:

“Che problema risolve?”

“Come cambia il mio lavoro?”

“Quali decisioni sposta o rende più rapide?”

È il livello delle applicazioni, delle trasformazioni operative, dell’impatto.

3. Alta astrazione: il livello del “che cosa significa”

Qui entriamo nella filosofia. Non nella filosofia per sentimentalisti, ma in quella seria, che chiede:

“Che cosa chiamiamo intelligenza?”

“Che cosa chiamiamo decisione?”

“Che cosa comporta delegare un giudizio a un algoritmo?”

Questo livello non ci dice come funziona l’IA, ma che cosa vuol dire, per noi, che funzioni così.

   

Il problema nasce quando i livelli si mescolano

Ed è quello che succede continuamente:

  • quando un concetto tecnico viene trattato come un concetto antropologico;
  • quando una domanda etica viene risposta con un dettaglio di ingegneria;
  • quando un limite computazionale viene interpretato come un limite della mente umana;
  • quando una metafora suggerisce che il modello “pensi”, “veda”, “voglia”.

Questa confusione non è innocente: produce errori, paure infondate, entusiasmi irrealistici e normative sbagliate.

E allora perché è così importante capire a che quota stiamo? Perché solo così possiamo costruire concetti che non collassano. Perché solo così possiamo normare, progettare, innovare con lucidità.

E perché se vogliamo capire che cosa cambia davvero con l’IA – in architettura, in ingegneria, nella società – dobbiamo imparare a salire e scendere di quota con consapevolezza.

Il livello di astrazione non è un vincolo: è un movimento. È passare dal dettaglio all’idea, e dall’idea al dettaglio, senza confondere i due punti di vista.

E questo ci riporta al principio erotetico del capitolo precedente: non c’è buon pensiero senza buona domanda. E non c’è buona domanda senza il livello di astrazione corretto. Il minimalismo ci aiuta a togliere. Il livello di astrazione ci aiuta a guardare da dove.

Sono due posture che preparano il terreno per il terzo capitolo, il più delicato:

il costruzionismo, cioè l’idea che i concetti non li scopriamo: li costruiamo.

Il Costruzionismo: i concetti non si trovano, si costruiscono

Arrivati a questo punto del percorso – dopo il minimalismo e il livello di astrazione – possiamo affrontare il concetto più delicato di tutti: il costruzionismo. È un passaggio importante, perché qui cambia la postura mentale.

Finora abbiamo ragionato su come togliere ciò che non serve e da quale quota guardare il concetto.

Ora dobbiamo fare un passo ulteriore: riconoscere che i concetti non sono oggetti naturali, non hanno un’essenza fissa da scoprire. I concetti, in filosofia, si costruiscono. E non è una provocazione: è una constatazione.

Perchè i concetti non esistono prima di noi: esistono grazie a noi. Quando parliamo di “intelligenza”, “mente”, “creatività”, “responsabilità”, non stiamo indicando delle cose nel mondo, come si indica un albero o un muro. Stiamo usando strumenti che abbiamo costruito noi per ordinarci l’esperienza.

Il costruzionismo ci ricorda che:

  • non ereditiamo i concetti,
  • li modelliamo;
  • li aggiorniamo;
  • li ricostruiamo quando il mondo cambia;
  • li reinventiamo quando la tecnologia ci obbliga a farlo.

Un concetto è un utensile cognitivo. È una lente, non una fotografia.

Perché questo è cruciale per capire l’IA?

Perché l’intelligenza artificiale non sta solo cambiando la nostra tecnologia: sta cambiando il nostro linguaggio.

Ogni volta che emerge una nuova capacità dei sistemi – generare testi, analizzare immagini, simulare decisioni, interagire con noi – noi siamo costretti a rivedere interi pezzi del nostro vocabolario concettuale.

Un esempio chiaro:

  • Per secoli “intelligenza” significava una capacità tipicamente umana.
  • In pochi anni, l’IA ha reso questa definizione insufficiente.
  • E oggi siamo costretti a distinguere tra intelligenza biologica, computazionale, distribuita, emergente.

Questa non è evoluzione naturale del linguaggio: è costruzione attiva. Stiamo ridefinendo la mappa mentale con cui leggiamo il mondo.


Attenzione, costruzionismo non vuol dire che possiamo inventarci qualsiasi cosa. Non è relativismo culturale.

Significa, molto più seriamente, che:

  • i concetti si evolvono perché rispondono a un’esigenza;
  • si adattano al contesto, come utensili in un laboratorio;
  • si fanno e si disfano per funzionare meglio.

Non sono arbitrari: sono funzionali. Se un concetto non funziona più, lo modifichiamo. E l’IA, nel bene e nel male, sta accelerando in modo impressionante questo processo.


Esempio: la parola “creatività”

Fino a pochi anni fa, “creatività” significava produrre qualcosa di nuovo attraverso un atto intenzionale, spesso legato a un’esperienza estetica, emotiva, biografica.

Oggi:

  • una macchina può generare immagini mai viste,
  • comporre musica,
  • scrivere racconti,
  • progettare strutture ingegneristiche.

E allora la domanda è inevitabile: quella che chiamavamo “creatività” era una proprietà dell’umano o un modo per descrivere un certo tipo di processo generativo? Se la seconda, allora stiamo già costruendo un nuovo concetto: più ampio, più sfaccettato, meno antropocentrico.


Esempio: la parola “decisione”

Nella tradizione umanistica, “decidere” implicava:

  • libero arbitrio,
  • intenzionalità,
  • deliberazione,
  • visione del mondo.

Oggi un modello può “decidere” quale risposta produrre, quale percorso ottimizzare, quale anomalia segnalare. La parola è la stessa, ma il concetto non lo è più. Ed è qui che entra in gioco il costruzionismo: la società deve decidere quale significato vuole assegnare alla parola “decisione” in un contesto dove decidono anche sistemi non umani.

Non è un dibattito semantico: è un dibattito politico e etico.


Costruzionismo significa assumersi la responsabilità del significato

In un certo senso, il costruzionismo è l’idea più adulta che la filosofia possa offrirci: che siamo noi a dare forma ai concetti con cui comprendiamo il mondo.

E che quindi siamo responsabili di:

  • come li definiamo,
  • come li usiamo,
  • come li trasmettiamo,
  • come li normiamo,
  • come li integriamo nella vita collettiva.

Non possiamo più permetterci concetti lasciati all’inerzia della tradizione, quando davanti abbiamo una tecnologia che genera ogni giorno nuovi comportamenti, nuovi rischi, nuove possibilità.

Il costruzionismo ci ricorda che il linguaggio non è neutro: è un’infrastruttura cognitiva.

Cambiare un concetto significa cambiare il mondo che quel concetto organizza.


Il punto non è: l’IA è davvero intelligente?

Queste considerazioni su tre strumenti di analisi ci permettono ora di arrivare al punto fondamentale:  “Che cosa vogliamo intendere noi per ‘intelligenza’, ora che l’IA esiste?”

Questa è la domanda costruzionista. Non chiede che cosa sia, ma che cosa ha senso che sia, alla luce del contesto nuovo.

È una domanda più difficile, più scomoda, ma anche più libera. Perché apre la strada alla possibilità di costruire concetti più precisi, più utili, più aderenti al presente.

E' la domanda che lascio aperta al lettore che mi ha voluto pazientemente seguire in questo articolo, che cosa è l'intelligenza nel 3 PC (3 post Chat GPT) ?

Una risposta che difficile, che richiede il 4 livello di astrazione, quello della filosofia.

Floridi ci fa capire, con il suo libro sull'infosfera scritto ancora prima che arrivasse il momento zero, il 30 novembre 2022, di lancio di Chat GPT come strumento pubblico, che oggi occorra proprio questo, che la Filosofia si occupi di questo, dell'infosfera, dell'IA.

Che cosa significa “infosfera”?

L’infosfera, secondo Floridi, è lo spazio informazionale in cui viviamo: un ambiente digitale che combina dimensione online e offline in un unico ecosistema cognitivo.

Il ruolo della filosofia nel Jerk del nostro tempo 

Siamo dentro una trasformazione che non assomiglia a un’evoluzione lenta, graduale, negoziata.

Assomiglia piuttosto a un jerk, un’accelerazione improvvisa: un salto, un cambio di ritmo, uno strappo nel tessuto della continuità, un vero e proprio cazzotto tirato da un Tyson digitale.

L’intelligenza artificiale non sta entrando nelle nostre vite con la gentilezza della novità tecnologica, ma con l’irruenza di ciò che cambia la forma stessa del pensare.

E allora la domanda è inevitabile: che cosa può fare la filosofia davanti a una velocità che supera le nostre abitudini cognitive?

Io credo che la filosofia, oggi, sia più necessaria che mai. Non come museo della mente, non come repertorio di massime antiche. Ma come disciplina della lucidità. Quando il mondo accelera, la filosofia serve per non perdere il passo della comprensione. Per tenere ferme le domande quando tutto intorno si muove. Per distinguere ciò che cambia da ciò che resta. Per capire quali concetti dobbiamo aggiornare e quali invece dobbiamo difendere. Per evitare che la tecnologia decida per noi quali vocaboli useremo per descriverci come esseri umani.

Perché il vero rischio, in questo jerk dell’infosfera, non è la macchina che decide. È l’uomo che smette di decidere il senso delle parole che usa.

La filosofia, allora, non ha il compito di rallentare il progresso. Ha il compito di dare direzione al movimento. Di trasformare la velocità in orientamento, l’accelerazione in scelta, lo shock in comprensione.

La filosofia non è più un sapere contemplativo: è una forma di manutenzione concettuale dell’epoca in cui viviamo. È il cantiere dove ricostruiamo le categorie fondamentali – intelligenza, responsabilità, creatività, decisione – perché non crollino sotto il peso delle tecnologie che le stanno trasformando.

E allora sì, questo jerk è violento. È rapido, inquietante, a tratti persino entusiasmante. Ma la filosofia ci dà il metodo per non esserne travolti: ci dà il minimalismo per togliere il rumore, l’astrazione per scegliere la quota da cui guardare, il costruzionismo per ricostruire i concetti che ci servono.

Non ci offre risposte definitive, ma ci offre il modo giusto di porre le domande.

E, in un’epoca che cambia più in fretta della nostra capacità di metabolizzarla, questa è la forma più elevata di responsabilità.

La tecnologia può correre. La filosofia serve a ricordarci da dove corriamo e verso cosa.

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