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NVIDIA spiega come trasformare l'Intelligenza Artificiale in una capacità dell’organizzazione

NVIDIA individua tre pilastri per portare l’AI dalla sperimentazione alla produzione: persone, processi e infrastruttura. Una trasformazione organizzativa che ricorda da vicino il percorso già vissuto con il BIM.

NVIDIA propone un modello basato su People, Process e Infrastructure per aiutare le organizzazioni a superare la fase dei progetti pilota e integrare realmente l’Intelligenza Artificiale nei propri processi. I casi Sony, BMW e MITRE mostrano come competenze, governance e capacità tecnologica debbano evolvere insieme. Per il settore delle costruzioni il parallelo con il BIM è particolarmente efficace: anche con l’AI lo strumento, da solo, non basta.


Intelligenza Artificiale in azienda: il “Blueprint for AI Success” di NVIDIA e il passaggio dalla sperimentazione alla struttura

L’Intelligenza Artificiale è ormai entrata stabilmente nel linguaggio delle imprese. Se ne parla nei consigli di amministrazione, nei reparti IT, nelle società di ingegneria, negli studi professionali e, sempre più spesso, anche nelle amministrazioni pubbliche. Gli strumenti si moltiplicano, le sperimentazioni aumentano, i casi d’uso diventano ogni giorno più numerosi.

Eppure proprio qui emerge una contraddizione interessante: sperimentare è relativamente facile, trasformare l’AI in una capacità stabile dell’organizzazione lo è molto meno.

È da questa distanza che prende le mosse il documento NVIDIA The Blueprint for AI Success – Three pillars for an AI center of excellence. Un testo breve, costruito naturalmente anche per valorizzare l’ecosistema tecnologico dell’azienda, ma che contiene una riflessione più ampia e utile: l’Intelligenza Artificiale non diventa davvero strategica quando viene semplicemente acquistata o resa disponibile, ma quando entra dentro l’organizzazione, nei suoi processi, nelle sue competenze e nelle sue modalità di lavoro.

NVIDIA sintetizza questa trasformazione attraverso tre parole: People, Process, Infrastructure. Persone, processi e infrastruttura.

La formula è semplice, forse persino ovvia, ma il punto interessante è proprio questo: dopo una prima fase dominata dall’entusiasmo per i modelli generativi e dalla corsa ai proof of concept, il problema non è più soltanto capire cosa l’AI sappia fare. Il problema è capire come farla funzionare davvero dentro un’organizzazione.

Il documento richiama, a questo proposito, alcuni dati di S&P Global Market Intelligence relativi al 2025. Secondo la ricerca citata, una quota molto elevata dei proof of concept AI non arriva mai alla produzione. Le cause non riguardano soltanto la qualità dei modelli, ma temi molto più concreti: privacy dei dati, cybersecurity, costi, competenze insufficienti, difficoltà di governance.

In altre parole, il collo di bottiglia non è necessariamente tecnologico. Spesso è organizzativo.

Ed è proprio qui che NVIDIA introduce il concetto di AI Center of Excellence, una struttura trasversale capace di raccogliere competenze, metodologie e risorse tecnologiche e di metterle a disposizione dell’intera organizzazione.

L’obiettivo è evitare che l’AI rimanga confinata in una somma di iniziative isolate, magari brillanti ma scollegate tra loro, nate in singoli reparti o affidate all’iniziativa di poche persone particolarmente interessate alle nuove tecnologie.

La prima parola del modello NVIDIA è infatti People.

L’idea di fondo è che l’AI non possa essere governata da una sola competenza. Servono data scientist, naturalmente, ma servono anche specialisti IT, esperti dei processi aziendali, ingegneri, responsabili della sicurezza, figure manageriali e soprattutto persone che conoscano profondamente il dominio nel quale l’AI deve essere applicata.

È un passaggio meno banale di quanto sembri.

Un modello può essere tecnicamente molto sofisticato, ma se non è inserito dentro una conoscenza reale del problema rischia di produrre risultati poco utili. Allo stesso tempo, chi conosce perfettamente il processo operativo potrebbe non avere gli strumenti per comprendere fino in fondo possibilità e limiti dell’AI.

La qualità nasce quindi dall’incontro tra queste competenze.

Per chi opera nel mondo della progettazione e delle costruzioni, questo aspetto è particolarmente rilevante. L’AI non può essere lasciata soltanto all’IT, così come non può dipendere dal singolo progettista che, per interesse personale, ha iniziato a utilizzare ChatGPT o altri strumenti generativi.

A un certo punto la domanda cambia.

Non è più: chi sta usando l’AI?

Diventa: chi la governa?

Il secondo pilastro del modello NVIDIA è Process.

È forse la parte meno spettacolare del documento, ma anche una delle più importanti. Perché l’AI produce valore soltanto quando smette di essere un esperimento occasionale e diventa un processo ripetibile.

Questo significa definire procedure, criteri, responsabilità, modalità di verifica, standard interni, regole per la gestione dei dati e strumenti comuni. Significa soprattutto evitare che ogni nuovo progetto riparta da zero, ricostruendo ogni volta metodi, controlli e competenze.

In questo senso, per il settore delle costruzioni, il parallelo con il BIM è quasi inevitabile.

Anche il BIM, nella sua prima fase di diffusione, è stato spesso interpretato come una questione prevalentemente software. Per molte organizzazioni il problema sembrava essere semplicemente quale piattaforma acquistare, quale modellatore utilizzare, quale licenza adottare.

Con il tempo si è capito che il software era soltanto la parte visibile di una trasformazione molto più profonda.

Sono diventati necessari nuovi ruoli, procedure condivise, standard informativi, ambienti comuni di dati, responsabilità precise, modalità di coordinamento e criteri di gestione dell’informazione.

Il BIM ha quindi smesso progressivamente di essere un “programma” ed è diventato un processo.

Con l’Intelligenza Artificiale stiamo probabilmente vivendo una fase analoga.

Oggi il rischio è pensare che basti acquistare un chatbot, attivare un copilota o mettere a disposizione dei dipendenti un modello generativo. Ma, esattamente come è accaduto con il BIM, la vera trasformazione comincia quando l’organizzazione definisce come utilizzare questi strumenti, con quali dati, secondo quali responsabilità e con quali procedure di controllo.

Il terzo pilastro individuato da NVIDIA è infine Infrastructure.

Qui il documento entra maggiormente nel terreno tecnologico dell’azienda. L’idea è che, quando l’AI smette di essere una sperimentazione limitata e diventa una funzione strutturale, anche la capacità computazionale deve essere progettata e organizzata in modo coerente.

Training, retraining, inference, storage, networking, orchestrazione e deployment richiedono infatti risorse che non possono essere considerate indefinite né occasionali.

È in questo contesto che NVIDIA introduce il concetto di AI Factory, una sorta di infrastruttura centralizzata nella quale dati, capacità di calcolo e modelli vengono messi al servizio di più attività e più gruppi di lavoro.

Naturalmente il documento valorizza direttamente le proprie piattaforme DGX e DGX SuperPOD, e questa parte va letta tenendo conto della natura commerciale della fonte. Ma al di là del prodotto specifico, resta interessante il principio: quando l’AI cresce, anche la sua infrastruttura deve diventare una risorsa condivisa e pianificata.

I casi riportati da NVIDIA aiutano a comprendere meglio questo passaggio.

Sony, ad esempio, ha centralizzato parte delle proprie attività di ricerca AI attraverso GAIA, una piattaforma che mette capacità computazionale a disposizione di più divisioni del gruppo. Il risultato, secondo NVIDIA, è stato un utilizzo molto più efficiente delle risorse e un’accelerazione significativa dei tempi di training.

Il punto non è soltanto la maggiore velocità. È il fatto che la capacità di calcolo smette di essere legata al singolo progetto o al singolo sviluppatore e diventa una risorsa comune dell’organizzazione.

Ancora più interessante, per chi si occupa di progettazione digitale, è il caso BMW.

La casa automobilistica utilizza sistemi AI e ambienti di simulazione per supportare attività industriali, controllo qualità e gestione dei processi. Attraverso NVIDIA Omniverse vengono sviluppate fabbriche virtuali nelle quali è possibile simulare scenari, testare comportamenti e generare dati sintetici utilizzabili per l’addestramento dei modelli.

Qui si intravede un passaggio che riguarda da vicino anche il mondo del BIM e del Digital Twin.

Il modello digitale non serve più soltanto a rappresentare un oggetto o un processo. Può diventare un ambiente nel quale generare scenari, produrre dati e costruire conoscenza utile per i sistemi di Intelligenza Artificiale.

È un’evoluzione importante, perché porta il modello digitale da strumento di rappresentazione a strumento di simulazione e, progressivamente, di apprendimento.

Il terzo caso riportato nel documento riguarda MITRE e il Federal AI Sandbox statunitense, una piattaforma condivisa che mette a disposizione capacità computazionale e strumenti comuni per migliaia di ricercatori impegnati su applicazioni che spaziano dalla meteorologia alla cybersecurity, dalla logistica alla supply chain.

Anche qui ritorna lo stesso principio: l’AI funziona meglio quando non è affidata a iniziative isolate, ma quando viene sostenuta da una struttura comune, da risorse condivise e da regole di utilizzo coerenti.

Alla fine, la parte più interessante del documento NVIDIA non è quindi la descrizione di una piattaforma hardware o di un particolare prodotto.

È il cambio di prospettiva che propone.

L’Intelligenza Artificiale non viene più presentata come qualcosa da semplicemente introdurre, ma come una capacità da costruire.

E costruirla significa mettere insieme persone, processi e infrastruttura.

Per chi opera nelle costruzioni, il parallelo con il BIM aiuta a comprendere immediatamente il senso di questa evoluzione. Anche allora il passaggio decisivo è avvenuto quando si è smesso di parlare soltanto di software e si è iniziato a parlare di gestione informativa, ruoli, standard e processi.

Con l’AI il rischio è ripetere lo stesso errore iniziale: confondere lo strumento con la trasformazione.

La vera domanda, quindi, non è più soltanto quale Intelligenza Artificiale utilizzare.

È capire come un’organizzazione debba cambiare per poterla utilizzare davvero.

Questa versione è molto meno “manualistica” e accompagna di più il lettore dentro il ragionamento. Se vuoi, posso fare un ulteriore passaggio rendendola ancora più giornalistica, con un attacco più forte e meno corporate.

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