Piano Casa 2026 | Costruzioni | Edilizia | Ristrutturazione
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Piano Casa, gli ingegneri chiedono una svolta tecnica: “Rigenerazione urbana sì, ma con regole chiare”

Il CNI chiede di rafforzare il Piano Casa introducendo criteri tecnici più rigorosi, obbligo di BIM e standard prestazionali per gli interventi di recupero e rigenerazione urbana.

Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri chiede di rafforzare l’impianto tecnico del nuovo Piano Casa, puntando su rigenerazione urbana, digitalizzazione e qualità progettuale. Nel corso dell’audizione presso la Commissione Ambiente della Camera, nell’ambito dell’esame del disegno di legge di conversione del decreto n. 66/2026, il CNI ha illustrato una serie di proposte correttive volte a trasformare il provvedimento in uno strumento strutturale di governo del patrimonio edilizio pubblico e dell’emergenza abitativa.


Rigenerazione urbana e recupero del patrimonio pubblico

Secondo il Consiglio degli Ingegneri, il decreto coglie correttamente un nodo ormai centrale delle politiche urbane italiane: il disagio abitativo non può essere affrontato esclusivamente attraverso nuove edificazioni, ma richiede un approccio integrato basato sul recupero dell’esistente, sulla manutenzione straordinaria e sulla riconversione funzionale del patrimonio inutilizzato. In questo quadro, viene giudicata positiva la scelta di valorizzare il patrimonio pubblico come infrastruttura sociale e urbana, sottraendolo alla semplice logica della dismissione.

Il CNI, tuttavia, ritiene che il testo debba essere rafforzato sotto il profilo tecnico e metodologico. Uno dei punti centrali riguarda l’articolo 3, relativo alla ricognizione degli immobili pubblici non utilizzati. Per gli ingegneri, il censimento previsto dal decreto non dovrebbe limitarsi a una catalogazione amministrativa, ma trasformarsi in una vera classificazione tecnico-prestazionale degli edifici, basata su criteri uniformi e comparabili a livello nazionale. Da qui la proposta di istituire un Comitato tecnico-scientifico multidisciplinare a supporto del Commissario straordinario, con funzioni metodologiche e valutative, oltre all’introduzione di un indice nazionale di recuperabilità degli immobili pubblici.

BIM, semplificazione e qualità progettuale

Tra le criticità evidenziate emerge anche il tema della digitalizzazione. Pur richiamando il Codice dei contratti pubblici, il decreto non introduce alcun obbligo esplicito di utilizzo del BIM e dei sistemi di gestione informativa digitale interoperabile. Una lacuna che, secondo il CNI, rischia di compromettere l’efficienza nella gestione degli interventi complessi e dei partenariati pubblico-privati. La proposta è quindi quella di rendere obbligatorio l’utilizzo di metodi e strumenti digitali conformi al D.Lgs. 36/2023 e agli standard open BIM, senza soglie minime di applicazione, con particolare attenzione alla gestione del ciclo di vita degli edifici e alla manutenzione programmata.

Un altro passaggio ritenuto strategico riguarda la conferenza di servizi semplificata prevista dall’articolo 8. Il CNI propone di introdurre un principio già presente nel Codice dei contratti pubblici: il dissenso espresso dagli enti coinvolti dovrebbe contenere indicazioni conformative e non limitarsi a un’opposizione generica. L’obiettivo è evitare blocchi procedurali dovuti a dinieghi privi di contenuti tecnici realmente risolutivi.

Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri interviene anche sul tema della qualità funzionale degli interventi di recupero. Il decreto, infatti, disciplina demolizioni, ricostruzioni e riconversioni, ma non affronta in modo organico la possibilità di piccoli incrementi volumetrici finalizzati all’adeguamento prestazionale degli edifici esistenti. Il CNI propone quindi di consentire ampliamenti fino al 10%, purché motivati da esigenze di accessibilità, sicurezza, efficientamento energetico, adeguamento impiantistico e miglioramento della qualità abitativa, escludendo finalità speculative.

Edilizia integrata e sostenibilità: le richieste del CNI

Particolare attenzione viene riservata anche all’edilizia integrata prevista dall’articolo 9, che combina edilizia convenzionata ed edilizia libera per attrarre investimenti privati. Pur condividendo l’impostazione generale, gli ingegneri chiedono criteri più chiari per definire il limite minimo del 70% degli investimenti destinati all’edilizia convenzionata, specificando se il parametro debba riferirsi a superficie, valore economico, costo di costruzione o numero di alloggi. Inoltre, il CNI sottolinea la necessità di garantire standard qualitativi elevati, soprattutto per gli spazi comuni e i servizi collettivi, considerati elementi essenziali di socialità urbana.

Sul fronte della sostenibilità, il Consiglio giudica condivisibile il richiamo del decreto ai principi di accessibilità universale, efficienza energetica e contenimento del consumo di suolo, ma ritiene insufficiente il livello di dettaglio tecnico previsto. Per il CNI servono standard prestazionali più rigorosi in materia di sicurezza sismica, resilienza climatica, qualità acustica, gestione delle acque meteoriche, materiali sostenibili, CAM e costi del ciclo di vita degli edifici.

La posizione del Consiglio Nazionale degli Ingegneri è chiara: il nuovo Piano Casa non può limitarsi ad aumentare il numero degli alloggi disponibili. Deve invece diventare un’occasione per costruire un modello di rigenerazione urbana durevole, tecnicamente solido e sostenibile nel lungo periodo, evitando di generare nuovo patrimonio edilizio fragile, energivoro e costoso da gestire.

LA NOTA STAMPA INTEGRALE DEL CNI È SCARICABILE IN ALLEGATO.


Il testo è stato elaborato mediante strumenti di IA (ChatGpT)

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* Recupero degli alloggi ERP: interventi sugli immobili di edilizia residenziale pubblica oggi inutilizzabili, con opere di manutenzione straordinaria, adeguamento impiantistico, ripristino delle condizioni di abitabilità, sicurezza e agibilità.
* Housing sociale e canoni calmierati: sviluppo di nuovi modelli abitativi rivolti a famiglie, giovani, lavoratori, studenti e fasce intermedie della popolazione che non accedono facilmente né al mercato libero né all’edilizia popolare tradizionale.
* Rigenerazione urbana e patrimonio esistente: valorizzazione di immobili pubblici e privati sottoutilizzati, recupero di aree degradate, riuso edilizio e contenimento del consumo di suolo.
* Procedure urbanistiche ed edilizie: raccordo tra Piano Casa, strumenti urbanistici comunali, DPR 380/2001, regolamenti edilizi, titoli abilitativi, convenzioni urbanistiche, standard territoriali e norme regionali.
* Qualità tecnica degli interventi: attenzione a sicurezza strutturale, prevenzione sismica, efficientamento energetico, salubrità indoor, accessibilità, durabilità delle soluzioni costruttive e sostenibilità dei materiali.
* Sostenibilità e protocolli ambientali: possibile integrazione con criteri ESG, CAM Edilizia, DNSH, protocolli LEED, BREEAM, WELL, ITACA e altri sistemi internazionali di valutazione della qualità ambientale e prestazionale degli edifici.
* Partenariato pubblico-privato: coinvolgimento di operatori immobiliari, fondi, imprese, cooperative, enti locali e soggetti gestori per ampliare la capacità di investimento e accelerare la realizzazione degli interventi.
* Cantierizzazione e tempi di attuazione: uno dei nodi decisivi sarà la capacità di trasformare le risorse disponibili in cantieri effettivi, con progettazioni mature, procedure snelle, controlli adeguati e una chiara regia tra Stato, Regioni, Comuni e soggetti attuatori.
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