Rischio costiero: cosa ci insegna il caso Thwaites, il ghiacciaio dell'apocalisse
Il ghiacciaio Thwaites è un indicatore critico per valutare l’innalzamento del mare e il rischio costiero. La sua instabilità non riguarda solo la glaciologia: incide su porti, waterfront, reti urbane, opere di difesa e piani di adattamento delle città nei prossimi decenni.
Il ghiacciaio Thwaites, nell’Antartide occidentale, è uno dei sistemi glaciali più osservati al mondo perché il suo ritiro può influenzare gli scenari di innalzamento del livello del mare. Il reportage del New York Times sulla perforazione del ghiaccio mostra quanto sia complesso misurare temperatura, salinità e correnti sotto la piattaforma glaciale. Per progettisti, pianificatori e gestori di infrastrutture, il caso Thwaites evidenzia un punto decisivo: l’incertezza climatica non va subita, ma tradotta in scenari, margini di sicurezza, piani di adattamento e criteri di resilienza. INGENIO legge il tema come questione tecnica per città costiere, porti, reti urbane e opere strategiche.
Thwaites, il ghiacciaio che ci obbliga a misurare l’incertezza
Ci sono luoghi del pianeta che sembrano lontanissimi dalla vita quotidiana delle città, dai piani urbanistici, dalle banchine portuali, dalle reti fognarie, dalle metropolitane costiere, dai waterfront turistici e dai cantieri infrastrutturali. Il ghiacciaio Thwaites, nell’Antartide occidentale, è uno di questi. Eppure ciò che accade sotto quella massa di ghiaccio grande più o meno come la Gran Bretagna riguarda direttamente il futuro delle coste abitate, delle opere di difesa, delle assicurazioni, dei piani di adattamento climatico e della progettazione delle infrastrutture nei prossimi decenni.
Thwaites è considerato uno dei ghiacciai più instabili dell’Antartide.
Secondo l’International Thwaites Glacier Collaboration, la sua perdita completa potrebbe contribuire per circa 65 centimetri all’innalzamento globale del livello del mare; inoltre il ghiacciaio contribuisce già oggi a circa il 4% dell’innalzamento annuo globale e perde oltre 50 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno.
Il punto, però, non è solo “quanto ghiaccio c’è”. Il problema scientifico e tecnico è capire come e quanto rapidamente quel sistema possa destabilizzarsi. Le ultime sintesi della collaborazione internazionale su Thwaites indicano che un collasso completo non è ritenuto probabile nei prossimi pochi decenni, ma che il ritiro del ghiacciaio è destinato a proseguire e ad accelerare nel XXI e XXII secolo.
Per questo un foro nel ghiaccio, largo appena un piede e profondo quasi mille metri, non è una curiosità da spedizione polare. È un punto di accesso a uno dei grandi interrogativi tecnici del nostro tempo: quanto tempo abbiamo per adattare le città costiere a un mare che sale?
Secondo l’articolo “The Hole in the Ice at the End of the Earth” di Raymond Zhong, con immagini di Chang W. Lee, pubblicato sul New York Times l’11 maggio 2026, una squadra di dieci persone ha trascorso otto settimane a bordo della nave da ricerca sudcoreana Araon per tentare una delle operazioni più difficili della glaciologia contemporanea: perforare il ghiacciaio Thwaites e calare una serie di strumenti nell’oceano nascosto sotto il ghiaccio.
Il reportage racconta la missione guidata da Won Sang Lee, del Korea Polar Research Institute, insieme a scienziati, ingegneri e guide impegnati a installare sensori sotto il ghiacciaio.
L’obiettivo era misurare temperatura, salinità, correnti e condizioni oceanografiche nella cavità subglaciale: dati essenziali per comprendere il processo di fusione dal basso, dove le acque relativamente calde entrano in contatto con la base del ghiaccio.
La frase che sintetizza l’intera tensione scientifica e narrativa del pezzo è affidata allo stesso Lee: “Thwaites, you can feel it”. Il ghiacciaio non è descritto come una superficie immobile, ma come un corpo vivo, che scricchiola, si frattura, si muove e ricorda ai ricercatori, a ogni boato, la precarietà del terreno su cui stanno lavorando.

Cosa è accaduto sul ghiacciaio: una missione tra successo e fallimento
La spedizione aveva un obiettivo preciso: aprire un foro nella piattaforma glaciale galleggiante di Thwaites usando getti di acqua calda e poi calare nel foro una linea strumentata, lunga oltre 3.800 piedi, con 29 strumenti destinati a rimanere sotto il ghiacciaio per raccogliere dati nel tempo.
L’operazione si svolge in condizioni estreme. La squadra deve trasferire sul ghiaccio oltre 17 tonnellate di attrezzature, carburante e viveri con circa 40 voli in elicottero. Il campo viene installato in un’area apparentemente sicura, ma la superficie si muove, si apre, produce boati. Il ghiacciaio scorre verso il mare a oltre 30 piedi al giorno, generando fratture e crepacci.
Dopo 42 ore di perforazione, arriva il momento atteso: il foro raggiunge l’oceano sottostante. Nel reportage, Lee esclama: “Finally!”. È il punto di svolta della missione. Il gruppo riesce a raccogliere profili preliminari di temperatura, salinità e corrente. Quei dati mostrano un ambiente subglaciale “freakishly turbulent and warm”, cioè insolitamente turbolento e caldo.
Ma la missione principale si complica. Quando il team cala la linea di strumenti destinata a rimanere sotto il ghiaccio, qualcosa si blocca. Quasi tutti i sensori restano fermi a circa tre quarti della profondità del ghiacciaio. Non arrivano nell’oceano. La catena di ancoraggio, pesante quasi 190 libbre, potrebbe essersi incastrata in un foro che nel frattempo si stava richiudendo per congelamento.
La frase di Peter Davis, oceanografo del British Antarctic Survey, è il colpo narrativo del reportage: “I think it might be stuck”. Dopo anni di preparazione, settimane di viaggio e giorni di lavoro continuo, l’installazione a lungo termine fallisce. La decisione finale spetta a Lee: “Just stop”. Lasciare lì gli strumenti. Accettare la perdita. Tornare alla nave.
Eppure il fallimento non è totale. La squadra ha comunque perforato quasi 1.000 metri di ghiaccio, raccogliendo dati diretti mai ottenuti prima da quella parte del ghiacciaio. Secondo il racconto del NYT, si tratta del foro più profondo mai realizzato attraverso l’estremità galleggiante di un ghiacciaio.
Perché questa storia è rilevante
Il reportage del New York Times colpisce perché racconta la scienza non come una sequenza lineare di risultati, ma come un processo materiale, fragile, costoso, soggetto a errore. È un aspetto che chi si occupa di tecnica conosce bene: il dato non esiste in astratto. Va misurato, validato, protetto, interpretato. E quando il dato riguarda un sistema complesso come un ghiacciaio antartico, ogni misura è una conquista.
Per il settore delle costruzioni e della pianificazione territoriale, Thwaites è importante per almeno tre ragioni.
La prima riguarda la modellazione del rischio costiero. Le previsioni sull’innalzamento del livello del mare dipendono anche dalla capacità di comprendere i processi di instabilità delle calotte glaciali. Se mancano dati diretti sulle condizioni oceanografiche sotto il ghiaccio, i modelli restano inevitabilmente più incerti.
La seconda riguarda la progettazione adattiva. Porti, depuratori, reti di drenaggio urbano, infrastrutture ferroviarie costiere, waterfront, opere di difesa marittima e piani urbanistici dovranno confrontarsi con scenari di lungo periodo. Non basta sapere che il mare salirà: occorre capire con quali curve temporali, con quali margini di incertezza e con quali scenari di accelerazione.
La terza riguarda la cultura tecnica dell’incertezza. La missione su Thwaites mostra che la scienza climatica non produce certezze semplicistiche, ma intervalli, probabilità, soglie critiche, retroazioni. Per un decisore pubblico o un progettista, questo non è un limite: è il linguaggio stesso della prevenzione.
👉 Il dato climatico non è solo informazione scientifica: diventa parametro di progetto, vincolo urbanistico, criterio assicurativo e base per la resilienza delle infrastrutture.
C’è poi un tema ancora più profondo: la distanza tra tempo politico e tempo geologico. Le opere urbane e infrastrutturali si progettano spesso con orizzonti di 30, 50, 100 anni. I ghiacciai rispondono a dinamiche che possono svilupparsi su decenni o secoli, ma con punti di non ritorno difficili da anticipare. È proprio in questa zona intermedia — troppo lunga per la cronaca, troppo breve per essere ignorata dalla tecnica — che si colloca la questione Thwaites.
Dal “Doomsday Glacier” alla responsabilità della misura
Thwaites viene spesso chiamato “Doomsday Glacier”, il ghiacciaio dell’apocalisse. È una definizione giornalisticamente potente, ma rischia di essere fuorviante. Il problema non è immaginare una catastrofe improvvisa e cinematografica. Il problema è più concreto e più tecnico: un grande sistema glaciale sta cambiando, il suo comportamento influenza il livello dei mari e la nostra capacità di adattamento dipende dalla qualità dei dati disponibili.
Il racconto di Zhong e Lee ha il merito di riportare l’attenzione sul lavoro fisico e umano che sta dietro la conoscenza scientifica. Non ci sono solo satelliti, modelli numerici e grafici. Ci sono persone che attraversano l’Oceano Australe, montano tende sul ghiaccio, lavorano con sensori guasti, tubi che congelano, carichi appesi, venti improvvisi, stanchezza e decisioni operative irreversibili.
Per chi lavora nel mondo delle costruzioni, questa è una lezione importante: la resilienza non nasce da slogan, ma da misure affidabili, manutenzione dei dati, riduzione dell’incertezza e capacità di trasformare la conoscenza scientifica in scelte progettuali.
Conclusione: il rischio climatico come parametro di progetto
La missione su Thwaites finisce con un risultato incompleto, ma non inutile. I dati preliminari raccolti sotto il ghiacciaio confermano un punto decisivo: la fusione non avviene solo in superficie, per effetto dell’aumento delle temperature atmosferiche, ma anche dal basso, dove correnti oceaniche relativamente calde erodono la base del ghiaccio. È questo meccanismo, meno visibile ma potentissimo, a rendere più complessa la previsione dell’evoluzione del ghiacciaio e, di conseguenza, dell’innalzamento futuro del livello del mare.
Per il mondo tecnico questa è una lezione essenziale. I cambiamenti climatici non producono soltanto “eventi estremi” più frequenti: modificano lentamente, e talvolta in modo non lineare, le condizioni di contorno su cui sono stati progettati territori, infrastrutture e città. Quote altimetriche, franchi idraulici, tempi di ritorno, curve di pioggia, livelli marini, stabilità dei versanti, disponibilità idrica e prestazioni dei materiali non possono più essere considerati parametri statici.
Il caso Thwaites mostra con chiarezza che il pericolo maggiore non è solo l’aumento del livello del mare in sé, ma la combinazione tra incertezza scientifica, inerzia decisionale e lunga vita utile delle opere. Una strada costiera, una linea ferroviaria, un porto, un depuratore, una rete fognaria o un quartiere di waterfront progettati oggi dovranno funzionare in condizioni climatiche diverse da quelle del passato. Ignorare questa trasformazione significa trasferire il rischio alle generazioni future, sotto forma di costi di adattamento, interruzioni di servizio, danni patrimoniali e perdita di sicurezza.
Per questo il cambiamento climatico deve entrare stabilmente nel linguaggio della progettazione come azione ambientale evolutiva, non come scenario accessorio. Servono dati migliori, modelli aggiornabili, margini di sicurezza espliciti, monitoraggi continui e piani adattivi capaci di essere rivisti nel tempo. La resilienza non può essere affidata a un’opera risolutiva, ma a un processo tecnico: misurare, modellare, progettare, verificare, correggere.
Thwaites, in fondo, ci ricorda proprio questo. Se il suo comportamento contribuisce a ridefinire il livello degli oceani, allora diventa parte del quadro progettuale globale. Il rischio climatico non è più uno sfondo ambientale: è una condizione di progetto. E chi costruisce, pianifica e governa il territorio dovrà trattarlo con la stessa serietà con cui tratta un carico, una piena, un sisma o una verifica di stabilità.
FAQ TECNICHE: Thwaites e rischio costiero | Ingenio
Che cos’è il ghiacciaio Thwaites e perché è considerato critico?
Thwaites è un grande ghiacciaio dell’Antartide occidentale, spesso citato per la sua instabilità e per il possibile contributo all’innalzamento del livello del mare. La sua importanza deriva dal fatto che la fusione non avviene solo in superficie, ma anche alla base, dove acque oceaniche relativamente calde possono accelerare il distacco e il ritiro del ghiaccio.
Perché Thwaites riguarda anche ingegneri, urbanisti e progettisti?
Il comportamento di Thwaites incide sugli scenari globali di innalzamento del mare. Questi scenari entrano nei piani di adattamento delle città costiere, nella progettazione di porti, reti fognarie, opere marittime, infrastrutture ferroviarie costiere, waterfront e sistemi di drenaggio urbano. Il dato glaciologico diventa quindi una variabile indiretta ma rilevante per il progetto.
Quali dati servono per ridurre l’incertezza sul futuro del ghiacciaio?
Sono decisivi i dati su temperatura, salinità, correnti oceaniche, geometria della cavità subglaciale, velocità di scorrimento, fratturazione e fusione basale. Le misure dirette sotto il ghiaccio sono rare e difficili da ottenere. Per questo una perforazione profonda, anche se parzialmente fallita, può produrre informazioni utili per migliorare i modelli climatici e oceanografici.
Esistono norme tecniche collegate all’adattamento climatico?
Sì. La UNI EN ISO 14090:2019 definisce principi, requisiti e linee guida per l’adattamento al cambiamento climatico. La EN ISO 14091:2021 riguarda la valutazione di vulnerabilità, impatti e rischi climatici. La UNI ISO/TS 14092:2021 fornisce requisiti e guida per la pianificazione dell’adattamento da parte di governi locali e comunità. Per applicazioni progettuali specifiche: [Verificare specifica tecnica/norma].
Qual è il vantaggio operativo di collegare Thwaites alla pianificazione costiera?
Il vantaggio è spostare il tema dal semplice allarme climatico alla gestione tecnica del rischio. Porti, depuratori, metropolitane costiere, reti di drenaggio e insediamenti urbani devono essere valutati rispetto a scenari temporali lunghi, soglie di esposizione, livelli di servizio attesi, costi di adattamento e conseguenze di eventi estremi.
Come si traduce l’incertezza climatica nella progettazione?
L’incertezza non va trattata come assenza di conoscenza, ma come intervallo di progetto. Nei piani e nelle opere si può lavorare con scenari multipli, livelli di sicurezza progressivi, soluzioni adattive, monitoraggi aggiornabili e margini di reversibilità. In questo senso, il dato scientifico diventa supporto alla decisione, non previsione deterministica.
Quali errori vanno evitati quando si comunica Thwaites?
Il primo errore è usare solo la formula “Doomsday Glacier”, perché può trasformare un problema tecnico in immagine apocalittica. Il secondo è presentare il collasso come evento certo e imminente senza distinguere tra decenni, secoli e scenari probabilistici. Il terzo è non collegare i dati alla pianificazione concreta di città, infrastrutture e sistemi assicurativi.
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