Cambiamenti climatici | Architettura | Territorio | Città | Ambiente | Sostenibilità | CO2 | Involucro | Professione | Progettazione | Rigenerazione Urbana | Dissesto Idrogeologico | Gestione e trattamento Acqua
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Cambiamenti climatici e progettazione: come architetti e ingegneri devono ripensare edifici e città

Il cambiamento climatico sta modificando rapidamente le condizioni ambientali su cui si basa la progettazione edilizia. Secondo l’architetto Felice Squitieri (IDEA Services & Consulting), non è più sufficiente progettare sulla base dei soli dati climatici storici: edifici e città devono essere pensati per funzionare anche in scenari futuri incerti. Comfort estivo, microclima urbano, gestione dell’acqua e durabilità dei materiali diventano così variabili centrali del progetto contemporaneo.

Il cambiamento climatico sta modificando rapidamente le condizioni ambientali in cui operano architetti e progettisti. Temperature più alte, ondate di calore e pressioni sui sistemi urbani rendono sempre meno affidabile il riferimento ai soli dati climatici storici.

L’intervista dell'editore di Ingenio, Ing. Andrea Dari all'Architetto Felice Squitieri (Head of IDEA Services & Consulting srl) analizza come la progettazione debba evolvere verso edifici e città capaci di adattarsi a contesti dinamici, integrando comfort estivo, microclima urbano, gestione dell’acqua e durabilità dei materiali. Il progetto torna così a essere un’infrastruttura sociale che organizza non solo energia e materia, ma anche qualità della vita e tempo degli abitanti.


Clima e progetto: perché l’architettura deve imparare a progettare l’incertezza

Prima di tutto va evitato un equivoco che oggi, spesso, rende più debole il dibattito invece di rafforzarlo: ambientalismo e ambiente non coincidono. L’ambientalismo può diventare postura ideologica, linguaggio di appartenenza, talvolta perfino semplificazione morale. L’ambiente, invece, è la realtà concreta nella quale si svolge la vita umana: aria, acqua, suolo, luce, energia, clima, tempo, relazioni. Per questo il tema climatico, dal mio punto di vista, non va affrontato come una bandiera, ma come una responsabilità di progetto.

Il clima, del resto, non entra oggi per la prima volta nel pensiero architettonico e urbano. È da sempre uno degli elementi che hanno orientato la costruzione delle città, degli insediamenti antropici, dei singoli edifici e delle infrastrutture. L’Italia, in particolare, ha costruito nei secoli il proprio tessuto connettivo storico proprio attraverso una raffinata intelligenza dei luoghi: spessori murari, corti, logge, porticati, ombreggiamenti, orientamenti, sistemi insediativi capaci di dialogare con la morfologia, con la ventilazione, con l’acqua, con l’esposizione, con i materiali disponibili. In altre parole, il costruire è sempre stato anche una forma di negoziazione con il clima.

La differenza, oggi, è che questa negoziazione non avviene più dentro tempi lenti, quasi invisibili alle generazioni. Il cambiamento climatico è entrato nella vita ordinaria delle persone. Modifica il comfort, altera i consumi, mette sotto pressione le reti, ridisegna le vulnerabilità, cambia il modo in cui i luoghi vengono abitati. E dunque impone di ripensare non solo l’efficienza dell’edificio, ma l’equilibrio complessivo tra organismo architettonico, ambiente, esseri umani e territorio.

Per questo non credo che la transizione possa essere letta come una nuova frontiera finanziaria da aggredire dopo digitalizzazione e globalizzazione. Sarebbe una lettura troppo corta, e in fondo troppo povera. La transizione, se vuole essere vera, deve essere energetica, ambientale e sociale. Deve riguardare il modo in cui viviamo, il modo in cui costruiamo, il modo in cui restituiamo qualità e respiro ai luoghi, il modo in cui organizziamo il tempo della vita.

Ed è qui che l’architettura, a mio avviso, torna a mostrare la sua natura più alta: non come tecnologia fine a sé stessa, ma come infrastruttura sociale. Perché il progetto, quando è serio, non organizza soltanto spazi: organizza possibilità di vita. Regola energia e materia, ma anche prossimità, salute, relazioni, dignità e tempo. E il tempo, in questo senso, è una vera infrastruttura dell’esistenza: non soltanto una misura quantitativa, ma la condizione positiva che rende possibile lavorare, curarsi, studiare, incontrarsi, muoversi, abitare bene. Una città che spreca il tempo dei suoi abitanti consuma vita; una città che lo restituisce torna a essere civile.

Se davvero dobbiamo adeguarci a standard ambientali, climatici e socio-economici nuovi, allora non basta correggere il singolo edificio. Occorre avviare una rigenerazione reale dei tessuti urbani, ripensando lembi di città dentro una organicità fisiologica del cambiamento. Il mondo respira, si muove, si trasforma. Anche le città, che sono contenitori di vita, devono tornare a farlo. E sintonizzare i cuori dei cittadini non è un’operazione di cardiochirurgia: è un’operazione architettonica, urbanistica, scientifica e culturale. Perché quando una città smette di respirare bene, produce affaticamento, isolamento, congestione, malessere diffuso. E allora il progetto non serve solo a costruire spazi, ma a ricostruire condizioni di vita.

Il clima accelera davvero: ora anche il progetto deve cambiare passo

Il clima non sta solo cambiando: sta cambiando più in fretta. Il nuovo studio rilanciato da Nature indica che il riscaldamento globale ha accelerato dal 2015, arrivando a circa 0,35 °C per decennio. Per il settore delle costruzioni non è un dato astratto: significa ripensare comfort estivo, infrastrutture, durabilità, gestione del rischio e adattamento climatico in modo molto più concreto. LEGGI QUI

  

Architetto Felice Squitieri.
Architetto Felice Squitieri. (Squitieri)

 

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Clima che accelera: perché la progettazione architettonica non può più basarsi su condizioni stabili

Andrea Dari
1. Nel nostro articolo su INGENIO abbiamo scritto che il punto non è solo quanto si scalda il pianeta, ma la velocità con cui questo avviene. Dal punto di vista di un progettista, che cosa cambia davvero quando il clima non evolve lentamente ma accelera?

Felice Squitieri

Cambia il rapporto stesso tra progetto e realtà. Per secoli il clima ha orientato il costruire in modo profondo, ma dentro archi temporali così ampi da non mettere in crisi, nella vita di una singola generazione, il senso complessivo delle forme dell’abitare. Oggi questo non accade più. Oggi il mutamento è percepibile, entra nella quotidianità, altera in tempi relativamente brevi condizioni che un tempo apparivano stabili.

Per un progettista questo significa che non si può più lavorare come se il contesto fosse dato una volta per tutte. Il progetto non può più presupporre un equilibrio climatico garantito, ma deve dare forma a organismi architettonici capaci di mantenere qualità dell’abitare dentro un contesto che muta. E questo cambia molto, perché sposta il baricentro del mestiere: non basta più rispondere correttamente a un quadro di riferimento; bisogna costruire luoghi capaci di reggere il cambiamento senza perdere coerenza, abitabilità e senso.

È qui che, per noi di IDEA Services & Consulting, torna centrale la filosofia che ci guida da sempre: progettare l’equilibrio dell’interazione tra organismo architettonico, ambiente, esseri umani e territorio. Non imporre una forma astratta ai luoghi, ma interpretarne le matrici profonde e trasformarle in condizioni di vita più giuste, più stabili, più umane.

 

Come cambiano i criteri di progettazione edilizia con l’accelerazione del cambiamento climatico

Andrea Dari
2. L’articolo richiama un dato molto forte: un tasso di riscaldamento vicino a 0,35 °C per decennio. Per chi progetta edifici e spazi urbani, questo significa che i parametri climatici su cui ci siamo appoggiati finora rischiano di diventare rapidamente inadeguati?

Felice Squitieri

Sì, nel senso che i dati storici restano indispensabili, ma non sono più sufficienti da soli. Per molto tempo il progetto ha potuto confidare in una certa continuità tra il clima osservato e quello atteso. Oggi questa continuità si è indebolita. Non si tratta di archiviare ciò che sappiamo, ma di riconoscere che la memoria climatica, da sola, non basta più a garantire la qualità futura dell’opera.

Per chi progetta, questo introduce una responsabilità nuova. Il riferimento non può più essere soltanto il clima che è stato, ma anche il clima che ragionevolmente accompagnerà la vita utile dell’edificio, dello spazio urbano, dell’infrastruttura. In altre parole, il progetto deve passare da una cultura della sola conformità a una cultura della tenuta nel tempo.

Non è una differenza teorica. Vuol dire che il progettista deve smettere di cercare soltanto la risposta corretta a una fotografia del presente e iniziare a costruire condizioni di affidabilità dentro un quadro dinamico. È una forma di prudenza, ma anche di intelligenza. E, in fondo, di rispetto verso chi quegli spazi li abiterà davvero.

 

Comfort estivo negli edifici: perché è il primo indicatore dell’impatto del cambiamento climatico sul progetto 

Andrea Dari
3. Nel pezzo abbiamo sottolineato che, se il clima cambia più in fretta, si riduce la distanza tra condizioni di progetto e condizioni reali di esercizio. Quali sono oggi, a suo avviso, gli aspetti più esposti a questo scarto: comfort estivo, involucro, materiali, gestione dell’acqua, impianti?

Felice Squitieri

Il primo aspetto oggi più esposto è il comfort estivo, perché è il punto in cui il mutamento climatico entra con maggiore evidenza nella vita quotidiana degli edifici. Il caldo non è più una semplice variabile stagionale da amministrare, ma una condizione che incide direttamente sul benessere, sulla salute, sulla qualità del vivere e perfino sulla produttività e sulla serenità delle persone.

Subito dopo vengono involucro e materiali, perché il cambiamento climatico non interroga solo l’energia, ma la materia stessa del costruire. Pareti, coperture, serramenti, superfici, dettagli costruttivi sono sottoposti a nuove condizioni di stress. E ciò che ieri appariva adeguato può diventare, in tempi relativamente brevi, meno stabile, meno durevole, più oneroso da mantenere.

Poi c’è la gestione dell’acqua, che non può più essere trattata come un capitolo separato. Il rapporto tra suolo, drenaggio, permeabilità, verde e spazio costruito è oggi parte integrante della qualità ambientale e della sicurezza urbana. Gli impianti, infine, sono sempre più caricati del compito di compensare ciò che il progetto architettonico non è riuscito a risolvere. Ma quando un edificio vive solo di correzioni impiantistiche, vuol dire quasi sempre che ha perso il suo dialogo originario con il clima.

 

Perché il clima non può essere una verifica finale: errori comuni nella progettazione sostenibile degli edifici

Andrea Dari
4. Un punto centrale dell’articolo è che il tema climatico non può più essere trattato soltanto come questione ambientale generale, ma come tema tecnico e operativo. Secondo lei, il settore delle costruzioni ha già compreso fino in fondo questo passaggio?

Felice Squitieri

Non ancora fino in fondo. Lo ha compreso nel lessico, meno nella cultura profonda del progetto. Oggi tutti parlano di sostenibilità, adattamento, resilienza. Ma una cosa è adottare parole aggiornate, un’altra è assumere davvero il clima come condizione tecnica di validità dell’opera.

L’equivoco più diffuso è considerare il tema climatico come un capitolo da aggiungere a valle, quasi una verifica finale, quando in realtà è una premessa da assumere a monte. Non siamo di fronte a una postilla verde. Siamo di fronte a una trasformazione del mestiere. E questa trasformazione riguarda tanto il progetto quanto il modo in cui leggiamo i territori, valutiamo i rischi, costruiamo le priorità pubbliche.

Per questo continuo a pensare che il settore debba compiere ancora un salto culturale: uscire dall’idea di una sostenibilità cosmetica o prestazionale e riconoscere che il clima è una delle condizioni originarie del costruire. Non una variabile accessoria, ma una struttura di senso del progetto.

 

Caldo urbano e progettazione sostenibile: come edifici, verde e suolo influenzano il microclima della città

Andrea Dari
5. In INGENIO abbiamo evidenziato come il caldo urbano stia diventando una variabile progettuale decisiva. Quanto conta oggi, in una progettazione sostenibile, affrontare seriamente il tema dell’isola di calore urbana e del rapporto tra edificio e contesto?

Felice Squitieri

Conta in modo decisivo, perché il caldo urbano non è un accidente del cielo: è anche il prodotto del modo in cui abbiamo costruito. Lo amplificano la densità mal governata, l’impermeabilizzazione del suolo, la rarefazione del verde, la carenza di ombra, la scarsa attenzione ai flussi d’aria, l’indifferenza al microclima.

Per questo oggi non è più serio parlare di sostenibilità guardando solo al singolo edificio. L’edificio vive dentro un contesto climatico urbano che è il risultato di scelte collettive, insediative, morfologiche. Progettare bene significa contribuire a raffreddare, ombreggiare, drenare, ventilare, riequilibrare. Significa capire che l’architettura non è soltanto forma costruita, ma relazione tra corpi, suolo, aria, acqua, vegetazione e uso del tempo.

Qui si vede con grande chiarezza il valore pubblico del progetto. L’isola di calore urbana non è solo un problema tecnico: è una questione di salute, di vivibilità, di equità. Perché sono sempre i cittadini più fragili a pagare di più gli errori di una città che ha smesso di respirare bene.

 

Surriscaldamento estivo degli edifici: strategie progettuali su involucro, schermature e ventilazione secondo Climate-ADAPT

Andrea Dari
6. L’articolo richiama anche le indicazioni di Climate-ADAPT, che insiste su involucro, schermature, vetri selettivi, ventilazione e strategie contro il surriscaldamento. Quali di queste soluzioni considera ormai imprescindibili, e quali invece sono ancora troppo poco presenti nella pratica corrente?

Felice Squitieri

Oggi considero imprescindibili tutte le soluzioni che permettono al progetto di governare il calore prima ancora di inseguirlo con gli impianti: corretto orientamento, schermature esterne, ombreggiamento, controllo solare delle aperture, ventilazione ben studiata, massa termica, attenzione alle coperture, uso intelligente del verde e rapporto consapevole con il microclima.

Il punto, però, non è che queste soluzioni manchino. Molte appartengono, prima ancora che all’innovazione, a una sapienza antica del costruire. Ciò che ancora manca spesso è la loro integrazione vera dentro una idea coerente di architettura. Si procede troppo spesso per somma di accorgimenti, come se bastasse assemblare dispositivi virtuosi. Ma l’architettura non è una collezione di buone pratiche: è sintesi, è misura, è ordine tra parti.

Il vero salto sta qui: non nell’aggiungere tecnologie, ma nel ricondurre tutto a una visione unitaria in cui edificio, contesto, materia, energia, vegetazione e uso degli spazi tornino a parlare la stessa lingua.

 

Dalla mitigazione all’adattamento: come cambia la progettazione degli edifici nell’era della crisi climatica 

Andrea Dari
7. Nel nostro testo abbiamo scritto che la sostenibilità non può più essere letta solo come mitigazione, ma sempre più anche come adattamento. È d’accordo? E come cambia la cultura del progetto quando si passa da una logica di prestazione standard a una logica di resilienza climatica?

Felice Squitieri

Sì, sono d’accordo. La mitigazione resta essenziale, ma non basta più. Ridurre consumi ed emissioni è necessario; tuttavia il progetto oggi deve anche confrontarsi con impatti già in atto e non soltanto futuri. Il tema non è più soltanto quanto un edificio consumi, ma come reagisca quando il contesto cambia, quando le condizioni si fanno più severe, quando la normalità stessa diventa instabile.

Qui cambia profondamente la cultura del progetto. In una logica di prestazione standard si misura il comportamento dell’edificio in condizioni date. In una logica di resilienza climatica si misura la sua capacità di reggere variazioni, intensificazioni, stress, anomalie. È un passaggio decisivo, perché sposta l’architettura dalla sola efficienza alla tenuta nel tempo.

E qui torna un concetto per me fondamentale: il tempo come infrastruttura dell’esistenza. Un progetto che non protegge il tempo della vita umana, che non lo rende più libero, più ordinato, più pieno, è un progetto magari corretto sul piano tecnico, ma incompleto sul piano civile. L’adattamento, in questo senso, non è solo un fatto ambientale: è un modo di restituire durata e qualità alla vita quotidiana.

 

Ondate di calore e stress termico sugli edifici: come cambia la valutazione della durabilità dei materiali

Andrea Dari
8. C’è poi il tema della durabilità. Se aumentano ondate di calore, escursioni termiche, stress estivi e fenomeni estremi, dobbiamo ripensare anche il modo in cui valutiamo la vita utile di materiali, componenti e sistemi costruttivi?

Felice Squitieri

Sì, perché la durabilità non è una proprietà assoluta del materiale. È una relazione tra materia, uso, manutenzione e ambiente. Se cambia il clima, cambia anche quella relazione. Per molto tempo abbiamo valutato la vita utile di materiali e componenti come se le condizioni di contesto fossero sostanzialmente stabili. Oggi non possiamo più permetterci questa presunzione.

Questo impone un ripensamento molto concreto: dettagli costruttivi, manutenibilità, sostituibilità, cicli di vita, costi nel tempo. Costruire bene non significa fare qualcosa che funzioni il giorno dell’inaugurazione. Significa fare qualcosa che continui a essere affidabile, dignitoso e sensato mentre il mondo intorno cambia.

Ed è proprio qui che l’architettura mostra la sua serietà. Non nella promessa di una perfezione astratta, ma nella capacità di dare forma a opere che sappiano durare senza irrigidirsi, adattarsi senza degradarsi, accompagnare il tempo senza subirlo passivamente.

 

Progettazione climatica: perché i dati storici non bastano più e come progettare edifici basati su scenari futuri

Andrea Dari
9. Nel pezzo abbiamo anche richiamato il possibile ruolo di fattori come El Niño nel rendere ancora più evidente l’instabilità climatica. Al di là del singolo fenomeno, pensa che oggi il progetto debba diventare meno dipendente dai dati storici e più capace di lavorare su scenari futuri?

Felice Squitieri

Sì. Il dato storico resta fondamentale, ma non può più essere trattato come un oracolo. Il passato ci aiuta a comprendere, non basta più a garantire. Oggi il progetto deve imparare a lavorare per scenari, non per gusto teorico, ma per costruire margini di affidabilità.

Questo introduce nel progetto una maturità nuova: l’incertezza non come incidente esterno, ma come materiale interno del pensiero progettuale. Non significa fare futurologia. Significa riconoscere che la stabilità che un tempo accompagnava il costruire non può più essere data per scontata.

In fondo è una forma di onestà. Il progettista non è chiamato a predire tutto, ma a non fingere che nulla stia cambiando. E a costruire, dentro questa consapevolezza, luoghi che possano restare validi anche mentre si trasformano le condizioni che li circondano.

 

European Climate Risk Assessment: perché il rischio climatico deve entrare nei regolamenti edilizi e urbanistici 

Andrea Dari
10. L’European Climate Risk Assessment avverte che molti rischi climatici sono già a livelli critici. Secondo lei l’Italia, sul piano normativo e culturale, sta andando verso una vera integrazione del rischio climatico nei processi edilizi e urbani, oppure siamo ancora in una fase iniziale?

Felice Squitieri

Credo che l’Italia si sia mossa, ma che non si possa ancora parlare di piena maturità. Il quadro normativo e strategico si sta evolvendo, e questo è importante. Tuttavia tra gli indirizzi e la pratica concreta resta ancora una distanza sensibile. Troppo spesso il rischio climatico viene evocato, ma non ancora incorporato fino in fondo nei regolamenti, nei procedimenti, nei capitolati, nelle scelte insediative.

Il punto, però, non è solo normativo. È culturale. Il rischio climatico non può restare una nota tecnica allegata al progetto. Deve diventare parte del suo stesso significato. Deve entrare nella concezione dell’opera, nel rapporto con il territorio, nel modo in cui si immagina la durata, la manutenzione, la trasformabilità, la relazione con la città e con le persone.

Su questo terreno siamo ancora in una fase di passaggio. Ma proprio per questo servono pensiero, rigore e una visione meno episodica del cambiamento.

 

Progettazione climatica degli edifici: le tre priorità per i progettisti nell’era del cambiamento climatico

Andrea Dari
11. Nel nostro articolo abbiamo sostenuto che “se il clima corre più veloce, il progetto non può restare fermo”. Tradotto in termini concreti, quali sono le tre priorità immediate che oggi un progettista dovrebbe mettere al centro del proprio lavoro?

Felice Squitieri

La prima priorità è progettare non solo sul passato, ma sul futuro plausibile. Il rischio climatico deve entrare all’inizio del progetto, non alla fine come verifica accessoria.

La seconda è rimettere al centro il rapporto tra edificio e luogo: microclima, ombra, acqua, suolo, vegetazione, ventilazione, spazio pubblico. Non bastano edifici efficienti; servono luoghi più intelligenti, più temperati, più vivibili.

La terza, che per me è la più importante, è restituire all’architettura la sua natura di infrastruttura sociale. Un progetto non è sostenibile solo quando consuma meno. Lo è anche quando fa perdere meno tempo, riduce attriti quotidiani, migliora il benessere, avvicina funzioni, rende più semplice e più umana la vita materiale delle persone.

Ed è qui che entra il tema della rigenerazione reale dei tessuti urbani. Se dobbiamo adeguarci a standard ambientali, climatici e socio-economici nuovi, allora non basta aggiornare il singolo manufatto: bisogna ripensare lembi di città dentro una organicità fisiologica del cambiamento. Le città sono organismi viventi, contenitori di vita. E se non cambiano, se non respirano, finiscono per produrre proprio quel malessere diffuso che oggi avvertiamo sempre di più.

 

Architettura e incertezza: come cambia la progettazione sostenibile tra resilienza, clima e trasformazioni sociali

Andrea Dari
12. Ultima domanda: per lei la progettazione sostenibile del prossimo futuro sarà soprattutto una progettazione più efficiente, oppure una progettazione più capace di reggere l’incertezza?

Felice Squitieri

Sarà entrambe le cose, ma la qualità decisiva sarà la capacità di reggere l’incertezza. L’efficienza resta fondamentale, ma da sola non basta più a definire la bontà di un progetto. Oggi un edificio, un’infrastruttura, un pezzo di città valgono davvero se riescono a restare abitabili, affidabili, dignitosi e giusti mentre il contesto cambia.

In fondo è questo il punto che mi sta più a cuore. L’architettura non è mai soltanto costruzione di spazio. È costruzione di possibilità umane. È il modo in cui una società decide se proteggere, dissipare o migliorare il tempo di vita delle persone. Per questo continuo a pensare che il compito più alto del progetto non sia semplicemente quello di essere più efficiente, ma di essere più saggio, più sensibile, più capace di equilibrio.

Perché una transizione ridotta a mercato o a prestazione sarebbe una transizione mutilata. Una transizione vera, invece, sarà quella capace di tenere insieme energia, ambiente, società, territorio e tempo. E allora sì, il clima tornerà a essere ciò che in fondo è sempre stato: non un tema esterno all’architettura, ma una delle sue matrici più profonde.

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