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50 anni dal terremoto del Friuli del 1976: cronaca, danni e lezioni di una ricostruzione diventata modello

A cinquant’anni dal terremoto del Friuli del 6 maggio 1976, il sisma che devastò la media valle del Tagliamento resta un caso di studio per tecnici e Protezione Civile: dalla gestione dell’emergenza con Zamberletti alla ricostruzione del “Modello Friuli”.

Il 6 maggio 1976, alle ore 21:00:12 italiane, una scossa di magnitudo locale ML 6.4 (magnitudo momento Mw 6.5) colpì il Friuli orientale generando un'area di devastazione di circa 5.700 km². L'intera sequenza sismica, conclusasi con le scosse di settembre, provocò complessivamente circa 989 vittime, 3.000 feriti e quasi 100.000 sfollati. Il terremoto del Friuli del 1976 non rappresenta soltanto uno dei più gravi disastri naturali del Novecento italiano: costituisce uno spartiacque tecnico, normativo e organizzativo per l'intero sistema-Paese. Da quell'esperienza traumatica nacquero la moderna Protezione Civile, il principio dei Centri Operativi di Settore (COS, antesignani degli attuali COM), la prima sperimentazione sistematica delle tecniche di riparazione antisismica della muratura storica e il cosiddetto Modello Friuli di ricostruzione, riconosciuto a livello internazionale come paradigma di efficienza, sussidiarietà e governance multilivello. Questo articolo, redatto in occasione del cinquantenario sulla base di fonti istituzionali e accademiche propone una cronistoria tecnica dell'evento e una riflessione su quanto l'Orcolat abbia insegnato all'ingegneria sismica, alla pianificazione dell'emergenza e alla cultura della prevenzione in Italia.


Il quadro sismotettonico: perché il Friuli trema

La collisione tra Adria ed Eurasia

Il Friuli costituisce il settore sismicamente più attivo della catena alpina meridionale. In quest'area i sovrascorrimenti e le faglie inverse delle Alpi meridionali orientali si incontrano con il sistema di faglie trascorrenti delle Dinaridi occidentali. Studi geologici e sismologici condotti dall'INGV e dall'OGS evidenziano un regime di compressione orientato approssimativamente NNO-SSE, generato dalla collisione tra la microplacca Adria e la placca Eurasiatica, con un tasso di convergenza dell'ordine di circa 2 mm/anno. Questa cinematica genera un sistema di sovrascorrimenti (thrusts) sud-vergenti relativamente superficiali, con profondità ipocentrali tipicamente non eccedenti i 10 km dal piano campagna.

Secondo lo studio di Aoudia, Sarao, Bukchin e Suhadolc pubblicato nel 2000 su Geophysical Research Letters — uno dei lavori di riferimento sulla sorgente sismogenica del 6 maggio — l'evento principale è riconducibile a una piega connessa a faglia (fault-related fold) che evolve da fagliazione cieca sotto le strutture di basamento dei monti Bernadia e Buja, a faglia semi-cieca sotto la struttura neogenica del monte Susans, fino alla piega di Ragogna. Il Database of Individual Seismogenic Sources (DISS) dell'INGV individua come sorgenti potenzialmente coinvolte i sistemi di faglie inverse Tramonti–Montemaggiore e Trasaghis–Taipana.

La sismicità storica: cinque eventi maggiori in un millennio

Il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) dell'INGV documenta cinque terremoti con magnitudo momento stimata Mw superiore a 6.0 verificatisi in area friulana e limitrofa tra il 1000 e il 1975:

  • 1348 – Villaco (Carinzia): gravi danni e perdite, Mw 6.6;
  • 1511 – Gemona, Venzone, Osoppo (Friuli) e Idria (Slovenia occidentale): distruzioni e perdite gravissime, Mw 6.3;
  • 1873 – Alpago (Veneto orientale): vaste distruzioni, 80 morti, Mw 6.3;
  • 1928 – Tolmezzo e Comuni del Tagliamento: crolli, danni diffusi, 11 morti, Mw 6.0;
  • 1936 – Altopiano del Cansiglio (Veneto orientale): crolli, 19 morti, Mw 6.1.

L'ultimo evento di entità paragonabile a quella del 6 maggio 1976 si era verificato quasi cinque secoli prima, nel 1511. Più recente e meno intenso, il sisma del marzo 1928 in Carnia aveva indotto le comunità della valle del Tagliamento occidentale a riparare e ricostruire molti edifici con criteri allora considerati antisismici, mediante l'inserimento di catene metalliche e bolzoni di rinforzo. Questo dato sarà determinante: i comuni della Carnia a ovest del Tagliamento (Cavazzo Carnico, Verzegnis, e altri) registrarono nel 1976 un numero di vittime per crolli sensibilmente inferiore rispetto agli abitati della pedemontana orientale, dove l'edilizia tradizionale non aveva mai conosciuto interventi di rafforzamento sismico.

Terremoto del Friuli 1976: cronistoria, caratteristiche sismiche, danni e lezione del Modello Friuli

Il terremoto del 6 maggio 1976: il dato storico verificato

La sera del 6 maggio 1976, alle ore 21 locali, il Friuli fu colpito da una forte scossa di terremoto che aprì una delle sequenze sismiche più gravi e distruttive registrate nell’Italia settentrionale nel Novecento. Secondo INGV, l’evento principale raggiunse una magnitudo momento Mw 6.5 e un’intensità epicentrale pari al IX-X grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg.

Il Dipartimento della Protezione Civile conferma che il sisma colpì duramente il Friuli, in particolare la media valle del fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle province di Udine e Pordenone. La stessa fonte indica un bilancio complessivo di 965 vittime e ricorda che il terremoto fu seguito da numerose repliche, alcune molto forti, tra cui quella del 15 settembre 1976, di magnitudo 5.9, che provocò ulteriori distruzioni.

La ricostruzione storica dell’evento deve quindi partire da un dato essenziale: il sisma del 6 maggio non fu un episodio isolato, ma l’inizio di una crisi sismica prolungata. Le repliche di settembre ebbero un peso decisivo non solo sul quadro dei danni, ma anche sull’organizzazione dell’assistenza alla popolazione e sulla successiva impostazione della ricostruzione.

Il terremoto del Friuli

Le aree colpite: dalla media valle del Tagliamento ai centri storici distrutti

Gli effetti più distruttivi si concentrarono nell’area a nord di Udine, lungo la media valle del Tagliamento. INGV indica circa 120 comuni interessati nelle province di Udine e Pordenone, per una popolazione complessiva di circa 500.000 persone. Tra i centri più colpiti vengono ricordati Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano e Moggio Udinese.

La distribuzione del danno non fu uniforme. Gli effetti maggiori riguardarono i paesi della fascia pedemontana e della Carnia, mentre danni diffusi, di minore entità, interessarono anche Udine e Pordenone. Secondo l'INGV la scossa fu avvertita in un’area molto vasta, estesa a gran parte dell’Italia centro-settentrionale e anche a diversi Paesi europei.

Per un pubblico tecnico, questo dato è rilevante perché mostra la differenza tra area di risentimento, area di danneggiamento e area di distruzione maggiore. Il sisma fu percepito su scala molto ampia, ma gli effetti strutturali più gravi si concentrarono in un settore territoriale nel quale vulnerabilità edilizia, condizioni locali e mancata classificazione sismica di molti comuni amplificarono le conseguenze dell’evento.

6 maggio 1976 Il terremoto in Friuli

I numeri del disastro: bilancio umano, materiale ed economico

Le diverse fonti istituzionali (INGV, Dipartimento della Protezione Civile, OGS, Vigili del Fuoco, Regione FVG) riportano valori parzialmente differenti, in particolare per quanto riguarda sfollati e danni economici. Di seguito il quadro consolidato:

Vittime e feriti

  • Vittime totali: circa 989-990, includendo le repliche di settembre. Il Dipartimento della Protezione Civile riporta 965 decessi; l'OGS cita 989; le scosse di settembre causarono complessivamente 13 vittime aggiuntive.
  • Feriti: circa 3.000.
  • Senzatetto: nelle stime di Zamberletti, "poco meno di 60.000 su una popolazione di 370.000 abitanti" delle aree direttamente colpite. Le fonti regionali estendono il dato a circa 100.000 sfollati nel complesso della sequenza sismica.

Danni al patrimonio edilizio e produttivo

  • Edifici danneggiati: circa 75.000;
  • Edifici distrutti: circa 17.000-20.000;
  • Imprese danneggiate: 450 (entro il primo anno oltre il 90% aveva ripreso l'attività); in altri conteggi si arriva a 6.500 imprese coinvolte;
  • Lavoratori che persero il posto nell'immediatezza dell'evento: circa 15.000 (fonte Dipartimento Protezione Civile).

L'impatto economico

Le valutazioni del danno economico complessivo si attestano intorno ai 4.500 miliardi di lire del 1976 (stima OGS). Il conto dei contributi statali stanziati per la ricostruzione del Friuli ammontava, a fine 1995, a 12.905 miliardi di lire; secondo altre fonti il dato cumulato raggiunge i 29.000 miliardi di lire in ottica multidecennale. L'8 maggio, a soli due giorni dal sisma, il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia stanziò con effetto immediato 10 miliardi di lire — un atto di rilievo politico-istituzionale che anticipò di mesi gli interventi del Governo centrale.

La vulnerabilità del costruito: il fattore decisivo

Un dato tecnico fondamentale per comprendere la portata del disastro: la maggior parte dei comuni più gravemente colpiti — Buia, Gemona, Osoppo tra gli altri — non era classificata come zona sismica al momento del terremoto (fonte: Dipartimento della Protezione Civile). Gli edifici, prevalentemente in muratura ordinaria, non erano dunque soggetti all'applicazione di norme costruttive specifiche per le azioni sismiche. Ai fattori normativi si aggiunsero ulteriori elementi amplificativi:

  • particolari condizioni di sito con effetti di amplificazione locale;
  • la collocazione di numerosi paesi in cima ad alture, con effetti topografici;
  • l'età avanzata delle costruzioni, mai sollecitate in modo significativo nemmeno dai conflitti mondiali.

San Daniele del Friuli, semidistrutta dai bombardamenti del 1944 e ricostruita con criteri più moderni, registrò in confronto danni minori al patrimonio edilizio ordinario, pur subendo gravi perdite al patrimonio artistico medievale.

Terremoto del Friuli 6 maggio 1976 - 15 settembre 1976 - filmato storico

La fase di emergenza: cronologia e gestione dei soccorsi

Le prime ore: il vuoto operativo e la confusione informativa

La fase iniziale della risposta all'emergenza fu, secondo lo stesso Giuseppe Zamberletti nella ricostruzione pubblicata sul Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata (n. speciale 2018, ripreso dalla Fondazione Eucentre), "più dura e caotica di quanto si tende a ricordare". Le difficoltà furono molteplici e tutte riconducibili a un'impreparazione strutturale del sistema-Paese:

  • Carenza informativa critica: la rete di comunicazione era inadeguata a sopportare l'impatto del sisma. I telefoni si bloccarono immediatamente, e ci volle più di mezz'ora prima che la televisione trasmettesse le prime notizie al resto d'Italia, in modo del tutto frammentario e con errori grossolani.
  • Ruolo cruciale dei radioamatori e CB: nelle prime ore, in assenza di comunicazioni istituzionali funzionanti, furono i radioamatori e i CB a guidare i primi interventi, pagando però un prezzo in termini di precisione e coordinamento.
  • Assenza di pianificazione preventiva per eventi di estensione almeno regionale.
  • Ritardo nella nomina del Commissario, avvenuta soltanto 22 ore dopo la scossa, a causa delle incertezze della legge 996/1970 — l'unico riferimento normativo dell'epoca — che non disciplinava procedure chiare per il riconoscimento della "calamità naturale".
  • Mancanza di tecnici locali in grado di dirigere le prime operazioni di soccorso fino all'arrivo dei Vigili del Fuoco.

L'unico fattore che attenuò la gravità del vuoto iniziale fu la massiccia presenza in zona di reparti delle Forze Armate, già stanziati in Friuli per ragioni operative non legate all'emergenza — la cosiddetta "fascia di sicurezza" del confine NATO orientale. La Brigata Alpina Julia in particolare e successivamente migliaia di volontari giunsero nelle prime ore sui crateri.

La nomina di Zamberletti e l'attivazione della legge 996/1970

Il 7 maggio 1976, il Presidente del Consiglio Aldo Moro e il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga (di cui Zamberletti era sottosegretario con delega alla Protezione Civile) nominarono Giuseppe Zamberletti Commissario straordinario ai sensi della legge 996/1970, con il compito di coordinare la macchina dei soccorsi. Il 12 maggio Aldo Moro concesse un'ampia delega al governatore regionale Antonio Comelli, che istituì una Segreteria generale straordinaria presso la Regione: un'innovazione istituzionale che avrebbe segnato l'intera fase di ricostruzione. Lo sforzo dei soccorsi fu imponente: oltre 10.000 militari provenienti dai reparti di stanza nell'Italia nord-orientale, contingenti di 40 Paesi esteri (USA, Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia, e altri), Vigili del Fuoco, Croce Rossa e migliaia di volontari.

L'innovazione strutturale: i Centri Operativi di Settore (COS)

La sera del 10 maggio Zamberletti adottò una decisione che si rivelerà fondante per l'intero sistema italiano di Protezione Civile: l'istituzione di 9 Centri Operativi di Settore (COS), antesignani dei moderni Centri Operativi Misti (COM). I COS erano concepiti come luoghi accessibili in cui organizzare e coordinare efficacemente gli interventi sul territorio, distribuiti in modo razionale sull'intera area colpita.

Le sedi furono: Cividale, Gemona, Maiano, Osoppo, Resiutta, San Daniele, Tarcento, Tolmezzo e Spilimbergo (poi trasferito a Pordenone). Alle attività dei COS, imperniati per il coordinamento e per le funzioni tecniche su funzionari della Prefettura e sui Vigili del Fuoco, partecipavano stabilmente Sindaci, rappresentanti della Regione, ufficiali delle Forze Armate e di tutte le forze operanti in zona. Si trattò della prima applicazione concreta in Italia di un modello di gestione decentrata e multilivello dell'emergenza, in cui il Sindaco diventava punto di riferimento per la gestione delle criticità nel proprio territorio, conoscendone risorse e fragilità.

Numeri della macchina dei soccorsi

I dati raccolti da Zamberletti sull'impegno medio giornaliero dell'Esercito nella fase di stabilizzazione (estate 1976) restituiscono la dimensione dello sforzo:

  • 13.000 uomini dell'Esercito attivi quotidianamente;
  • 1.500 mezzi, di cui 350 mezzi speciali;
  • 60 ambulanze, 12 fotoelettriche, 430 autobotti;
  • 216 cucine campali e 45 bagni campali;
  • 18.000 tende montate prevalentemente dall'Esercito in circa 20 giorni, organizzate in 252 tendopoli (poi ridotte a 184) e in circa un migliaio di nuclei minori sparsi sul territorio per assecondare la volontà popolare di permanere in prossimità delle abitazioni.

Le tendopoli ospitarono circa 80.000 persone. La sanità fu posta sotto controllo con vaccinazioni di massa e controlli periodici; vennero ripristinate, seppur in via provvisoria, viabilità, comunicazioni, acqua potabile ed energia elettrica.

L'esodo verso la costa adriatica dopo il 15 settembre

Verso fine luglio 1976 la situazione appariva stabilizzata; il 25 luglio Zamberletti lasciò l'incarico, esaurito il mandato emergenziale previsto dalla legge 996/1970. Tuttavia le scosse dell'11 e 15 settembre cambiarono nuovamente lo scenario: caddero "anche le case riparate durante l'estate", il fabbisogno di ricoveri raddoppiò, e "non era più tempo per la tenda" (Zamberletti, 2018). Il 13 settembre Zamberletti fu nuovamente nominato, questa volta con poteri più ampi e di carattere eccezionale, per saldare la fase di soccorso con quella della ricostruzione. Il 15 settembre, appena ripreso l'incarico, mentre si trovava in Prefettura a Udine, lo colpì la nuova grande scossa.

Le decisioni operative furono drastiche e innovative: potenziamento del piano alloggi provvisori, arretramento provvisorio di almeno 40.000 persone sulla costa veneta per superare l'inverno, requisizione di migliaia di roulotte per garantire la permanenza in zona dei lavoratori. L'esodo organizzato verso le località balneari di Grado, Lignano Sabbiadoro, Bibione e Jesolo rappresenta — secondo le parole dello stesso Zamberletti — "un modello che non aveva precedente alcuno", successivamente replicato con successo nel post-terremoto dell'Aquila del 2009.

I rientri furono programmati in concomitanza con la consegna progressiva dei prefabbricati. La popolazione fece rientro completo entro il 30 aprile 1977, data che segnò la chiusura formale della fase emergenziale. Nella primavera del 1977 erano stati alloggiati nei prefabbricati quasi 70.000 persone.

Il Modello Friuli: paradigma tecnico, normativo e organizzativo

La nascita di un nuovo paradigma di ricostruzione

Quello che oggi è universalmente conosciuto come Modello Friuli non è un costrutto teorico postumo, ma un insieme di scelte tecniche, normative e organizzative maturate nella concreta gestione dell'emergenza tra il 1976 e l'inizio degli anni Ottanta. Secondo la sintesi proposta da Sandro Fabbro, urbanista dell'Università di Udine e curatore del volume Il "Modello Friuli" di ricostruzione (Forum Editrice, 2017), il modello si articola su tre pilastri integrati:

  1. L'applicazione sistematica di nuove tecniche per la riparazione antisismica degli edifici in muratura;
  2. Il principio della ricostruzione "dov'era e com'era", reso possibile proprio da quelle tecniche;
  3. Un "patto" tra Stato, Regione ed enti locali che articola i poteri in senso sussidiario.

La svolta tecnica: tecniche di riparazione antisismica della muratura

Il primo pilastro rappresenta una vera e propria rivoluzione tecnica. Come documentato dalle pubblicazioni dell'Università di Udine, le tecniche di riparazione delle murature storiche non erano ancora state sviluppate dall'ingegneria strutturale dell'epoca, che propendeva nettamente per la ricostruzione ex novo degli edifici distrutti e anche di quelli seriamente lesionati. La sperimentazione di nuove tecniche di riparazione antisismica avviene in Italia per la prima volta in Friuli, sulla scia delle precedenti esperienze condotte dopo il terremoto di Skopje (Macedonia) del 1963.

Sul piano normativo, due provvedimenti regionali sono cardine:

  • Legge regionale FVG 7 giugno 1976, n. 17 – primo quadro tecnico-normativo per la riparazione e il recupero;
  • Legge regionale FVG 20 giugno 1977, n. 30 – introduce per la prima volta in Italia il metodo di calcolo POR per le murature, primo strumento per la valutazione della duttilità strutturale e per l'analisi non lineare a controllo di forze. Il metodo POR resterà per decenni un riferimento nell'analisi sismica della muratura.

L'introduzione di queste tecniche implicò una rottura con il mondo accademico dell'ingegneria civile e dell'urbanistica dell'epoca, che propendeva per la realizzazione di nuovi edifici e nuovi insediamenti, talvolta in sito (come a Longarone dopo il Vajont del 1963), altre volte in altri siti (come a Gibellina dopo il terremoto del Belice del 1968). In questo senso il Modello Friuli rappresenta — come sintetizza Fabbro — la rottura della "tirannia del moderno".

Il principio "dov'era e com'era": una scelta tecnica e identitaria

Il secondo pilastro è il principio della ricostruzione "dov'era e com'era", scelto sia per ragioni tecniche (le nuove tecniche di riparazione antisismica lo rendevano possibile) sia per ragioni identitarie e socio-economiche: il rifiuto della popolazione di abbandonare i luoghi di origine a favore della pianura, e la volontà di mantenere il livello di sviluppo economico preesistente.

Questa scelta arrivò fino al punto di espropriare le case dei centri storici per dichiararle opera pubblica e ricostruirle pezzo per pezzo: a Venzone, città simbolo della ricostruzione, il sindaco Antonio Sacchetto rese opera pubblica l'intero centro storico. Il Duomo di Venzone fu ricostruito mediante la tecnica dell'anastilosi, raccogliendo, numerando e ricollocando ciascuna delle circa 9.000 pietre originarie. Anche oggi, su alcune pietre dei portici, si legge ancora il numero di catalogazione.

"Prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese"

Il terzo pilastro — la governance — si esprime in una sequenza operativa diventata proverbiale: "Prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese", formula attribuita all'Arcivescovo di Udine Alfredo Battisti già l'11 maggio 1976. La priorità data alla ripresa produttiva non fu solo etica ma rigorosamente strategica: ridare lavoro significava trattenere la popolazione sul territorio, evitare lo spopolamento e l'emigrazione, ricostruire al contempo tessuto economico e tessuto sociale.

I dati confermano la solidità della scelta: entro il primo anno dal terremoto, oltre il 90% delle 450 aziende danneggiate aveva ripreso l'attività; nel 1978 l'occupazione nel settore industriale aveva superato i livelli ante-sisma; tra il 1971 e il 1981 le unità industriali in provincia di Udine crebbero del 44,7% e gli addetti del 26,7%, con una spinta decisiva proprio dalle aree più colpite (fonte Confindustria Udine).

La governance multilivello: la Regione protagonista, i Sindaci responsabili

L'innovazione istituzionale è altrettanto rilevante. La ricostruzione fu di fatto affidata alla Regione FVG, che operò in stretta collaborazione con i Comuni, le Province, gli enti intermedi e i partiti come un unico organismo sostenuto da una comunità partecipe. La Segreteria generale straordinaria istituita dal governatore Antonio Comelli divenne il fulcro decisionale: da lì passarono tutte le decisioni sulle opere di riparazione e ricostruzione, lì furono redatti listini prezzi e disciplinari unificati per evitare speculazioni, lì fu preparato il rendiconto finale.

I Sindaci, conoscitori del territorio, ebbero un ruolo cardine nelle scelte concrete: una sussidiarietà ante litteram che si è poi affermata come paradigma di governance dell'emergenza. Il Consiglio regionale del FVG ha pubblicato il corpus legislativo prodotto dal 1976 al 2000 — un quadro normativo che testimonia la complessità tecnica, urbanistica e finanziaria dell'operazione.

Le cifre della ricostruzione

I numeri restituiscono la dimensione dell'opera:

  • 17.000 alloggi ricostruiti e 75.000 edifici riparati entro circa dieci anni;
  • ricostruzione completata in larga parte entro il 1988-1989;
  • contributi statali pari a 12.905 miliardi di lire al 1995, fino a una stima cumulata di 29.000 miliardi su orizzonte multidecennale;
  • nessun episodio di rilievo di abusivismo o speculazione, grazie ai controlli rigorosi della Regione e dei Comuni.

A questi risultati materiali si aggiungono lasciti istituzionali strutturali: la nascita dell'Università degli Studi di Udine (istituita con la stessa Legge 546/1977 sulla ricostruzione, art. 26), del Centro di Ricerche Sismologiche dell'OGS, dell'Istituto regionale per il patrimonio culturale del FVG, oltre a importanti infrastrutture stradali e ferroviarie.

Anche il Commissario Straordinario al sisma 2016 ha ricordato l’evento sismico avvenuto il 6 maggio 1976.
“La fase post-sisma del Friuli - prosegue Castelli - pose le basi per la nascita del Servizio nazionale della Protezione civile nel 1981. Per la prima volta furono individuati con chiarezza gli organi ordinari e quelli straordinari. Inoltre, grazie all’intuizione di Giuseppe Zamberletti, vennero definite competenze e responsabilità, costruendo un sistema organizzato e moderno che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento a livello internazionale. Se la gestione del terremoto del Friuli ha portato alla creazione del modello dell’attuale Protezione Civile, il sisma del 2016 ha rappresentato il punto di riferimento rispetto alla Legge n.40/2025, in materia di ricostruzione post-calamità, fortemente voluta dal Ministro Nello Musumeci
L’esperienza friulana - aggiunge il Commissario Straordinario - è stata un passaggio fondamentale per la crescita del nostro Paese, perché ha dimostrato che anche di fronte a un evento dalla portata catastrofale è possibile rialzarsi. Le comunità del Friuli hanno saputo reagire con dignità, determinazione e senso di appartenenza, ricostruendo non solo case e infrastrutture, ma un’identità collettiva ancora più forte. Quella stessa volontà e quella stessa tenacia oggi rivedo nei territori dell’Appennino centrale colpiti dal sisma 2016. Comunità che, giorno dopo giorno, stanno affrontando un percorso complesso ma necessario, con la speranza concreta di costruire un nuovo futuro. Il cambio di passo nella ricostruzione è in corso e – conclude - deve proseguire con determinazione, facendo tesoro delle esperienze maturate”
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Le lezioni tecniche per professionisti e amministratori

Alla luce delle fonti istituzionali e della testimonianza di Zamberletti, il terremoto del Friuli consegna almeno quattro lezioni ancora attuali per ingegneri, architetti, geologi, geometri, tecnici della pubblica amministrazione e decisori pubblici.

La prima riguarda la classificazione sismica. La Protezione Civile ricorda che molti comuni colpiti non erano classificati come sismici, nonostante l’elevata sismicità dell’area fosse nota. Questo dimostra che la conoscenza scientifica del pericolo deve tradursi tempestivamente in norme, strumenti urbanistici, criteri progettuali e priorità di intervento.

La seconda riguarda la vulnerabilità del costruito esistente. Il danno fu aggravato dall’età delle costruzioni, dalle condizioni locali e dalla fragilità di molti edifici storici e tradizionali. Oggi questa lezione richiama la necessità di valutazioni di sicurezza, diagnosi strutturali, interventi di miglioramento sismico e strategie di prevenzione sul patrimonio esistente.

La terza riguarda il coordinamento dell’emergenza. I C.O.S. dimostrarono l’importanza di strutture territoriali capaci di raccogliere fabbisogni, coordinare enti e sostenere i sindaci. Questo principio è ancora oggi alla base di una gestione efficace delle emergenze complesse.

La quarta riguarda la ricostruzione come processo territoriale, non come semplice riparazione edilizia. Il Modello Friuli mostra che la ricostruzione funziona quando integra casa, lavoro, servizi, identità locale, controllo pubblico e responsabilità delle comunità. 

Cinquant’anni dopo: memoria tecnica e responsabilità della prevenzione

A cinquant’anni dal terremoto del Friuli, la memoria del 6 maggio 1976 non riguarda soltanto una tragedia regionale. Riguarda la storia della sicurezza del costruito in Italia, l’evoluzione della Protezione Civile, il rapporto tra conoscenza del rischio e decisione pubblica, il ruolo dei tecnici nella prevenzione e nella ricostruzione.

L'esperienza friulana dimostra che la riduzione del rischio sismico non si gioca su un singolo fronte tecnico, ma sulla composizione integrata di tre dimensioni: conoscenza scientifica del territorio (sismologia, geologia, geotecnica), qualità tecnica del costruito (norme, materiali, controlli, consolidamento), organizzazione istituzionale (pianificazione, sussidiarietà, professionalità della Protezione Civile).

Il Friuli dimostrò che la ricostruzione può diventare occasione di rinascita se viene fondata su responsabilità locale, controllo delle risorse, competenza tecnica e continuità del tessuto sociale. Ma dimostrò anche che i costi umani, economici e culturali di un terremoto diventano enormi quando la prevenzione arriva dopo il disastro.

La riflessione conclusiva, quindi, non è celebrativa ma operativa: il miglior modo per ricordare il Friuli non è solo raccontare come seppe ricostruire, ma chiedersi quanto il Paese abbia davvero trasformato quella lezione in conoscenza del rischio, manutenzione del patrimonio edilizio, pianificazione dell’emergenza e riduzione della vulnerabilità sismica.


Fonti
INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, "Quella notte una sola notizia – Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere", story map istituzionale realizzata in collaborazione con OGS (2026); approfondimento "I terremoti del '900: il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976"; "I terremoti del Friuli del 1976 e le sequenze multiple di terremoti".
OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, scheda istituzionale "Terremoto Friuli".
Dipartimento della Protezione Civile, "Il terremoto del Friuli", scheda ufficiale.
Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, "Il terremoto del Friuli del maggio 1976", memoria storica istituzionale.
Zamberletti G. (2018), "Friuli 1976: emergency management between the May and September earthquakes", Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata, vol. 59 (numero speciale); estratto pubblicato dalla Fondazione Eucentre.
Aoudia A., Sarao A., Bukchin B., Suhadolc P. (2000), "The 1976 Friuli (NE Italy) Thrust Faulting Earthquake: A Reappraisal 23 Years Later", Geophysical Research Letters, vol. 27, n. 4.
Tertulliani A. et al. (2018), "The 6 May 1976 Friuli earthquake: re-evaluatingi
INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, "Quella notte una sola notizia – Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere", story map istituzionale realizzata in collaborazione con OGS (2026); approfondimento "I terremoti del '900: il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976"; "I terremoti del Friuli del 1976 e le sequenze multiple di terremoti".
OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, scheda istituzionale "Terremoto Friuli".
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Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, "Il terremoto del Friuli del maggio 1976", memoria storica istituzionale.
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Tertulliani A. et al. (2018), "The 6 May 1976 Friuli earthquake: re-evaluating and consolidating transnational macroseismic data", Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata.
Rebez A. et al. (2018), "Misunderstood 'forecasts': two case histories from former Yugoslavia and Italy", Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata.
Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 (INGV, emidius.mi.ingv.it).
DISS – Database of Individual Seismogenic Sources (INGV).
Fabbro S. (a cura di) (2017), Il "Modello Friuli" di ricostruzione, Forum Editrice, Udine.
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Consiglio regionale, "Friuli 1976-2016: dalla ricostruzione a un nuovo modello di sviluppo"; "La legislazione regionale per la ricostruzione delle zone terremotate del Friuli 1976-2000".
Senato della Repubblica, Documento di analisi n. 7 "Terremoti", agosto 2017.
Università degli Studi di Udine, ciclo di lezioni del cinquantenario "Lezioni del terremoto" (maggio 2026).
Fondazione Eucentre, "Giuseppe Zamberletti, i terremoti del 1976 in Friuli e la Protezione Civile".
Legislazione di riferimento: L. 996/1970; D.L. 13 maggio 1976, n. 227; L.R. FVG 17/1976; L.R. FVG 30/1977; L. 8 agosto 1977, n. 546 and consolidating transnational macroseismic data", Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata.
Rebez A. et al. (2018), "Misunderstood 'forecasts': two case histories from former Yugoslavia and Italy", Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata.
Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 (INGV, emidius.mi.ingv.it).
DISS – Database of Individual Seismogenic Sources (INGV).
Fabbro S. (a cura di) (2017), Il "Modello Friuli" di ricostruzione, Forum Editrice, Udine.
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Consiglio regionale, "Friuli 1976-2016: dalla ricostruzione a un nuovo modello di sviluppo"; "La legislazione regionale per la ricostruzione delle zone terremotate del Friuli 1976-2000".
Senato della Repubblica, Documento di analisi n. 7 "Terremoti", agosto 2017.
Università degli Studi di Udine, ciclo di lezioni del cinquantenario "Lezioni del terremoto" (maggio 2026).
Fondazione Eucentre, "Giuseppe Zamberletti, i terremoti del 1976 in Friuli e la Protezione Civile".
Legislazione di riferimento: L. 996/1970; D.L. 13 maggio 1976, n. 227; L.R. FVG 17/1976; L.R. FVG 30/1977; L. 8 agosto 1977, n. 546.


FAQ sul terremoto del Friuli 1976

Quando avvenne il terremoto del Friuli?

Il terremoto del Friuli avvenne il 6 maggio 1976, intorno alle ore 21. La scossa principale ebbe magnitudo momento Mw 6.5 e colpì soprattutto la media valle del Tagliamento, nell’area a nord di Udine. L’evento fu seguito da numerose repliche, tra cui quelle dell’11 e del 15 settembre 1976.

Quali furono le zone più colpite dal terremoto del Friuli?

Le aree più colpite furono la media valle del Tagliamento, la fascia pedemontana friulana e diversi comuni a nord di Udine. Tra i centri maggiormente danneggiati si ricordano Gemona del Friuli, Venzone, Osoppo, Artegna, Buia, Majano, Trasaghis, Forgaria nel Friuli, Magnano in Riviera e Moggio Udinese.

Che cosa furono i Centri Operativi di Settore?

I Centri Operativi di Settore, C.O.S., furono strutture territoriali istituite durante l’emergenza del Friuli per coordinare soccorsi, assistenza alla popolazione e interventi tecnici nelle aree colpite. Voluti da Giuseppe Zamberletti, sono considerati gli antesignani degli attuali Centri Operativi Misti, COM.

Che cosa si intende per Modello Friuli?

Per Modello Friuli si intende il sistema di gestione della ricostruzione avviato dopo il sisma del 1976, fondato su centralità dei comuni, ruolo dei sindaci, partecipazione delle comunità locali, ricostruzione nei luoghi originari e attenzione alla ripresa produttiva. È considerato uno dei principali riferimenti italiani per la ricostruzione post-sismica.

Articolo realizzato con l'aiuto dell'Intelligenza Artificiale

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