Tra éros e póthos: perché la nostra società desidera troppo e non sa più attendere
Viviamo in una società che desidera molto, ma attende poco.
La comunicazione, la cultura, l’architettura e persino la tecnologia sembrano muoversi sotto il segno dell’éros: attivazione immediata, intensità, prestazione. Ma quando il desiderio perde profondità e memoria, ciò che resta non è soddisfazione, bensì ansia. Da qui nasce una domanda che riguarda anche il progetto dello spazio.
Questo articolo offre una chiave di lettura filosofica e sociologica del desiderio contemporaneo, a partire dalle categorie greche di éros e póthos. L’enfasi sull’attivazione immediata – oggi ulteriormente accelerata da tecnologia e intelligenza artificiale – alimenta una società efficiente e visibile, ma anche strutturalmente inquieta. Da qui il passaggio allo spazio costruito: città e architettura diventano il luogo in cui questa tensione si materializza, chiamando urbanisti, pianificatori e progettisti a ricostruire profondità, durata e senso.
La potenza dell’éros: il desiderio come forza di attivazione
L’érōs è una delle grandi forze che mettono in movimento l’essere umano.
Non è solo desiderio sessuale, né semplice attrazione: nella cultura greca è energia generativa, principio di legame, impulso che rompe l’inerzia e apre alla relazione. Senza érōs non c’è slancio, non c’è progetto, non c’è trasformazione. È la forza che accende l’inizio, che rende possibile l’incontro, che porta fuori da sé.
Proprio per questo, la sua potenza è ambivalente: ciò che attiva può anche saturare, ciò che avvicina può diventare consumo.
Ecco perchè la nostra società valorizza quasi esclusivamente una forma di desiderio: l’érōs.
Lo fa nella comunicazione, nella cultura visiva, nei linguaggi del marketing, nei social media. E lo fa, in modo meno evidente ma altrettanto profondo, anche nell’architettura e nella trasformazione delle città.
L’érōs che domina oggi non è il desiderio come forza generativa, ma come intensità immediata, come attrazione che deve produrre risposta istantanea. Tutto è chiamato a colpire, a sedurre, a catturare attenzione. Se non lo fa, semplicemente scompare.
In questo quadro, il valore non sta più nella durata, ma nella performance del presente.
La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Une femme passa, élégante et voilée,
Sorrowful and majestic, with her noble hand
Lifting, swaying the festoon and the hem;
Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l'ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
E quando una cultura riconosce valore solo a ciò che accade subito, il desiderio entra in uno stato di ipertensione permanente.
Non può rallentare, non può sedimentare, non può accettare la distanza.
Ogni messaggio deve essere più forte del precedente.
Ogni immagine più radicale.
Ogni progetto più iconico.
Ogni esperienza più “immersiva”.
... più ....
Il risultato è un meccanismo noto: per mantenere lo stesso livello di stimolazione bisogna alzare continuamente la posta.
Ciò che ieri era sufficiente, oggi è invisibile.
È una dinamica ben nota nei sistemi ad alta competizione simbolica: per mantenere lo stesso livello di attenzione occorre alzare continuamente la soglia dello stimolo.
Il desiderio, anziché trovare compimento, entra in una spirale di intensificazione.
Questa logica non resta confinata ai linguaggi della comunicazione.
La ritroviamo negli spazi che attraversiamo, negli edifici che cercano di “parlare”, nelle città che aspirano a essere sempre presenti, sempre attive, sempre performanti. Anche l’architettura, spesso, viene chiamata a produrre érōs: a sedurre, a distinguersi, a emergere, più che a durare, a creare, a unire.
Érōs
Érōs è il desiderio della presenza: nasce dall’incontro, dall’attrazione, dall’urgenza di avvicinarsi a ciò che appare desiderabile qui e ora. È slancio, energia, intensità che rompe l’equilibrio e mette in moto. Nella tradizione greca è una forza ambivalente: crea legame, ma può anche consumare. Nella cultura contemporanea l’érōs viene spesso ridotto a stimolo rapido: ciò che deve colpire, catturare attenzione, produrre risposta immediata e misurabile. Quando diventa l’unico registro, genera escalation e stanchezza.
In questo scenario, la difficoltà non è tanto l’eccesso di stimoli, quanto l’incapacità di tollerare ciò che non produce risposta immediata: l’attesa, il silenzio, la distanza, la mancanza.
In più passaggi, Byung-Chul Han ha osservato come la nostra cultura tenda a espellere ogni forma di negatività: il dolore, la frizione, la resistenza, ma anche il semplice non-adesso. Non perché siano stati superati, ma perché considerati inefficienti.
La promessa implicita è chiara: eliminare la negatività per eliminare il disagio.
Il risultato, però, non è una società pacificata, ma una società ipersollecitata, in cui il desiderio non trova più zone di decantazione.
Un desiderio senza resistenza non si quieta: si esaspera.
Zygmunt Bauman ci parla di questa società quando descrive una modernità “liquida”, incapace di mantenere forme stabili, legami duraturi, orizzonti di senso condivisi.
Nella liquidità, anche il desiderio perde consistenza: non si ancora, non sedimenta, non costruisce traiettorie. Scorre da un oggetto all’altro, da un’esperienza all’altra, senza mai fermarsi abbastanza a lungo da trasformarsi in relazione.
Il desiderio liquido è intensamente erotico, ma strutturalmente insoddisfatto.
Consuma rapidamente ciò che incontra e, proprio per questo, ha bisogno di incontrare sempre qualcosa di nuovo.
Non me lo chiedo neanch'io. Sono colui
che ha veduto un istante e tanto basta
a chi cammina incolonnato come ora
avviene a noi se siamo ancora in vita
o era un inganno crederlo.
In questa configurazione culturale, ciò che viene progressivamente rimosso non è il desiderio in sé, ma una sua forma più profonda: il póthos.
Il póthos è il desiderio che nasce dalla distanza, non dalla presenza.
È legato all’assenza, all’attesa, alla tensione che non chiede immediata risoluzione.
Non produce picchi emotivi, ma orientamento. Non consuma l’oggetto, lo tiene in orizzonte.
È comprensibile che una cultura orientata alla prestazione e alla visibilità faccia fatica a riconoscerne il valore. Il póthos non genera eventi, non accelera cicli, non è facilmente narrabile. Richiede tempo, e il tempo, oggi, è percepito come un costo.
Póthos
Póthos è il desiderio della distanza: nasce dall’assenza, dalla mancanza, da ciò che non è ancora raggiunto o che è stato perduto. Non chiede possesso immediato: mantiene l’oggetto come orizzonte, come direzione. È tensione silenziosa che sostiene il tempo, rende possibile l’attesa, permette alla relazione di approfondirsi. Il póthos non produce picchi: produce continuità. Nella cultura dell’immediatezza è spesso rimosso perché non è “performante”, non è monetizzabile, non si traduce in click. Eppure è ciò che dà profondità al desiderio.
A rendere ancora più fragile questa dimensione, oggi, interviene una tecnologia che sta diventando infrastruttura culturale: l’intelligenza artificiale. Non perché “crei” il problema, ma perché lo asseconda e lo accelera.
L’IA lavora per natura sulla riduzione dell’attrito: semplifica, attualizza, rende accessibile in tempo reale ciò che prima richiedeva ricerca; efficienta, ottimizza, priorizza. Trasforma la conoscenza in risposta e la memoria in servizio. Nella sua promessa implicita c’è un’idea precisa: non serve trattenere, non serve sedimentare, non serve attendere; basta interrogare e ottenere.
Ma se tutto è immediatamente richiamabile, se ogni domanda può essere “risolta” con un output, la distanza perde valore. Il tempo lungo diventa un difetto di sistema. E così, anche sul piano simbolico, l’orizzonte del póthos – il desiderio che vive di mancanza, di attesa, di maturazione – viene ulteriormente eroso, sostituito da una cultura dell’istantaneo, del “qui e ora”, del risultato.
L’ansia che attraversa le nostre società non è solo una condizione individuale. È il sintomo sistemico di un desiderio che ha perso profondità.
L’ansia che attraversa le nostre società non è solo una condizione individuale. È il sintomo sistemico di un desiderio che ha perso profondità.
Un desiderio potentissimo nell’érōs, ma impoverito nel póthos.
Sempre sollecitato, mai orientato.
Senza póthos non c’è attesa.
Senza attesa non c’è trasformazione.
E senza trasformazione, ogni intensità è costretta a rinnovarsi all’infinito per non collassare.
È a partire da questa frattura – tra un desiderio che accelera e uno che orienta – che si apre una questione che riguarda non solo la filosofia, ma anche il modo in cui comunichiamo, progettiamo, costruiamo spazi e immagini di futuro.
L’ansia che attraversa le nostre società non è solo una condizione individuale. È il sintomo sistemico di un desiderio che ha perso profondità.
Questa ansia non resta chiusa nella psicologia. Scende nei comportamenti collettivi, nei mercati, nei linguaggi pubblici. E, soprattutto, entra nello spazio: si deposita nelle città, nelle loro prestazioni richieste, nei tempi compressi delle trasformazioni, nella domanda crescente di efficienza e visibilità.
Quando una cultura desidera soprattutto in forma di érōs – cioè come attivazione immediata – anche lo spazio viene chiamato a rispondere nello stesso modo: deve essere “attrattivo”, “performante”, “instagrammabile”, misurabile in flussi e reputazione. Nel frattempo, l’orizzonte del póthos – il desiderio che attende, che orienta, che costruisce durata – arretra. E con esso arretra la possibilità di pensare il progetto come tempo lungo, la città come stratificazione, l’abitare come cura.
La trasformazione dello spazio è uno dei luoghi in cui questa tensione si manifesta con maggiore evidenza. In altre parole: se il desiderio collettivo cambia forma, cambia anche il modo in cui chiediamo agli edifici e alle città di “funzionare”.
Da questa soglia nasce la seconda parte della riflessione: che cosa significa progettare e pianificare dentro una cultura dell’érōs permanente? Quale ruolo resta – o si trasforma – per l’urbanista, per il pianificatore, per l’architetto, quando la società domanda velocità, ottimizzazione, semplificazione e risultati immediati? E, soprattutto, chi può ricostruire una grammatica della durata, della distanza e del senso, senza rinunciare all’innovazione?

Quando il desiderio diventa spazio: progettare dentro una cultura dell’attivazione
Quando il desiderio collettivo perde profondità, lo spazio è uno dei primi luoghi in cui questo smarrimento diventa visibile.
Le città iniziano a comportarsi come le piattaforme che le raccontano: devono essere attive, performanti, sempre “accese”. Devono rispondere, attrarre, ottimizzare. La trasformazione urbana viene compressa nel tempo breve dell’evento, del bando, dell’investimento, della reputazione.
In questo contesto, il progetto non è più soltanto una risposta tecnica. Diventa una presa di posizione culturale, anche quando non lo dichiara.
È in questo scenario che operano oggi urbanisti, pianificatori, architetti.
Non come figure separate, ma come declinazioni diverse di uno stesso compito: tradurre un desiderio collettivo iperattivo in forme spaziali che non collassino sotto il proprio peso.
La pressione è evidente.
Il progetto urbano viene spesso sollecitato a produrre risultati rapidi, visibili, comunicabili. La pianificazione è chiamata a non rallentare, l’architettura a non passare inosservata, la regolazione a non “ostacolare” l’innovazione. Il tempo lungo diventa sospetto; la complessità, un problema da semplificare.
Eppure, proprio qui emerge una responsabilità che accomuna tutte queste figure tecniche: introdurre profondità in un sistema che tende all’immediatezza.
Chi lavora sulla città sa che lo spazio non è mai solo spazio. È tempo condensato, memoria incorporata, conflitto regolato. Ogni scelta urbanistica, ogni dispositivo normativo, ogni edificio costruito agisce come una cristallizzazione di desideri, ma anche come un limite posto a desideri futuri. In questo senso, progettare significa sempre decidere che cosa può accadere e che cosa deve attendere.
L’atto di usare uno spazio non si limita a una semplice registrazione di contenuti deposti dall’autore.
L’urbanista, quando costruisce una visione territoriale, non disegna semplicemente scenari: stabilisce orizzonti di possibilità. Il pianificatore, quando lavora sulle regole, non applica vincoli astratti: organizza il modo in cui il desiderio collettivo può trasformarsi in azione senza distruggere le condizioni che lo rendono possibile. L’architetto, quando dà forma allo spazio costruito, non produce solo immagini o oggetti: rende abitabile – o meno – una certa idea di vita.
Queste funzioni non sono alternative, ma intimamente intrecciate.
E tutte sono oggi esposte allo stesso rischio: assecondare un desiderio che chiede solo attivazione, visibilità, accelerazione.
Quando ciò accade, la città diventa iperstimolante ma fragile.
Ricca di eventi, povera di luoghi.
Densa di funzioni, povera di senso.
In una cultura che ha progressivamente rimosso il póthos – la capacità di attendere, di orientare il desiderio nel tempo – il progetto rischia di ridursi a risposta tecnica a domande mal poste. Al contrario, la vera sfida per i professionisti dello spazio oggi è reintrodurre una grammatica della durata, senza negare l’innovazione, ma sottraendola alla dittatura dell’immediato.
Questo non significa opporre lentezza a velocità, né nostalgia a tecnologia.
Significa riconoscere che non tutto ciò che è possibile deve essere subito attuato, e che non tutto ciò che è efficiente è anche abitabile.
In questo senso, urbanisti, pianificatori e architetti condividono una funzione che va oltre le competenze specifiche: custodire la distanza tra desiderio e realizzazione, trasformandola in progetto. È in quella distanza – spesso invisibile, spesso contestata – che lo spazio smette di essere consumo e torna a essere esperienza.
E forse è proprio qui che il progetto, oggi, può tornare a svolgere un ruolo culturale decisivo: non amplificare l’ansia della società dell’érōs, ma offrire luoghi, regole e forme capaci di reggere il tempo.
Basta osservare alcune trasformazioni urbane recenti per capire come questa tensione tra érōs e póthos agisca concretamente.
Ci sono quartieri rigenerati che funzionano subito, ma invecchiano male: spazi saturi di eventi, funzioni sovrapposte, immagini forti, incapaci però di adattarsi quando l’intensità iniziale si spegne. E ce ne sono altri che, al contrario, partono in sordina, sembrano incompiuti, ma nel tempo assorbono usi, mutano senza rompersi, costruiscono appartenenza.
Un parco che non è solo “attrezzato”, ma lascia margini di appropriazione informale.
Un piano urbano che non massimizza subito tutte le potenzialità edificatorie, ma le distribuisce nel tempo.
Un edificio che rinuncia all’icona per lavorare su soglie, relazioni, durabilità.
In questi casi il progetto non rinuncia all’érōs – all’attrattività, alla qualità, all’energia iniziale – ma lo sottrae alla logica dell’esaurimento rapido. Introduce attesa, possibilità non saturate, spazi che non dicono tutto subito. In una parola: póthos.
«Il progetto non descrive la città né la prescrive: la iscrive in una rete di relazioni, di segni e di interpretazioni. … Serve una figura competente che si assuma il compito di leggere e riscrivere la città, di interpretarne i bisogni, le memorie, i conflitti e le direzioni possibili. Il progetto non è una fotografia del presente, ma una visione critica.»
In una società che chiede accelerazione continua, il progetto che reintroduce profondità non è neutrale. È un atto culturale.
Urbanisti, pianificatori e architetti non sono chiamati a opporsi al cambiamento, ma a dargli forma senza ridurlo a prestazione. A distinguere tra ciò che deve essere immediatamente attivato e ciò che deve restare aperto, disponibile, non ancora risolto.
Questo vale anche per il rapporto con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale. Se tutto può essere simulato, ottimizzato, previsto, il rischio non è l’errore, ma la chiusura prematura delle possibilità. Il progetto, allora, diventa il luogo in cui si decide che non tutto ciò che è calcolabile deve essere subito attuato.
E restituire spazio al póthos non significa rimpiangere il passato né rallentare per principio.
Significa riconoscere che non ogni desiderio deve essere consumato, che alcune tensioni vanno mantenute aperte perché generino senso nel tempo.
Le città più abitabili non sono quelle che rispondono a tutto, ma quelle che sanno attendere, che lasciano spazio all’imprevisto, che non saturano ogni metro di attenzione e di suolo.
In questo senso, il progetto può diventare uno degli ultimi luoghi in cui una società impara a non confondere velocità con profondità.
Forse è qui che urbanisti, pianificatori e architetti possono svolgere oggi il loro ruolo più importante: non assecondare l’ansia della società dell’érōs, ma offrire spazi, regole e forme capaci di reggere il tempo.
Non spegnere il desiderio, ma restituirgli una direzione.
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