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Rem Koolhaas: l’architetto che ha trasformato la città in un’idea (e l’idea in progetto)

Rem Koolhaas è uno degli architetti più influenti del secondo Novecento e dei primi decenni del XXI secolo. Più che autore di forme iconiche, è un interprete delle dinamiche urbane, sociali ed economiche che producono la città contemporanea. In questo articolo analizziamo formazione, teorie, opere e impatti del suo lavoro su architettura, urbanistica e pratica professionale.

Rem Koolhaas e l’architettura contemporanea: idee, città e progetto

Remment Koolhaas, conosciuto universalmente come Rem Koolhaas (Rotterdam, 17 novembre 1944), è una delle figure più influenti, controverse e difficilmente classificabili dell’architettura contemporanea. Architetto, urbanista, teorico, saggista e docente, Koolhaas ha costruito nel corso di oltre cinquant’anni una produzione che intreccia architettura, ricerca, scrittura e analisi critica della società contemporanea, ridefinendo il ruolo stesso del progetto nel mondo globalizzato.

Professore di Architettura e Urbanistica presso la Graduate School of Design dell’Università di Harvard, è stato insignito nel 2000 del Premio Pritzker.

Nel 2008 la rivista Time lo ha inserito nella lista delle 100 persone più influenti al mondo; nel 2014 è stato curatore della Biennale di Architettura di Venezia ed è membro dell’American Philosophical Society. Più che un autore di forme riconoscibili, Koolhaas è un interprete delle forze che producono la città contemporanea.

 

Presentazione del libro di Rem Koolhaas Delirious New York al Garage Center for Contemporary Culture.
Presentazione del libro di Rem Koolhaas Delirious New York al Garage Center for Contemporary Culture. (Strelka Institute for Media, Architecture and Design)

  

Una formazione atipica: dalla scrittura all’architettura

Nato a Rotterdam nel secondo dopoguerra, Koolhaas cresce in un ambiente fortemente intellettuale. Il padre Anton è scrittore, critico teatrale e direttore di una scuola di cinema. Tra gli otto e i dodici anni Rem vive in Indonesia, dove il padre lavora come direttore culturale per il governo: un’esperienza decisiva, che lo mette precocemente a contatto con contesti culturali lontani dall’Europa e lo abitua a guardare la realtà come sistema in trasformazione.

Prima di diventare architetto, Koolhaas è giornalista per l’Haagse Post e sceneggiatore, lavorando sia nei Paesi Bassi sia a Hollywood. Uno dei suoi script viene prodotto dal regista René Daalder e utilizza l’immaginario dei B-movie come allegoria critica dell’Europa contemporanea. Questa attitudine narrativa non lo abbandonerà mai: nei suoi edifici e nei suoi libri, Koolhaas costruisce storie, sequenze, montaggi.

Nel 1968 frequenta l’Architectural Association School di Londra. Nel 1972 ottiene una Harkness Fellowship che lo porta negli Stati Uniti: studia con O. M. Ungers alla Cornell University e diventa visiting fellow all’Institute for Architecture and Urban Studies di New York. È in questo contesto che matura il libro che segna una svolta.

 

Delirious New York e la “cultura della congestione”

Pubblicato nel 1978, Delirious New York: A Retroactive Manifesto for Manhattan è il testo che impone Koolhaas sulla scena internazionale. Il libro non è una storia tradizionale della città, ma un’interpretazione radicale di Manhattan come laboratorio involontario della modernità. La metropoli è descritta come una “macchina che crea dipendenza, dalla quale non c’è via di fuga”, un insieme di “red hot spots” incandescenti, secondo la definizione di Anna Klingmann.

Koolhaas analizza la natura casuale, intensiva e sovraccarica della vita urbana, riconoscendo affinità con le intuizioni del Metabolismo giapponese degli anni Sessanta e Settanta. Al centro emerge il concetto di “cultura della congestione”: la densità non come problema da risolvere, ma come condizione produttiva.

 

Programma, cross-programming e fine delle certezze moderniste

Uno dei contributi teorici più duraturi di Koolhaas riguarda la critica al concetto di “Programma”. Con il Modernismo, la funzione diventa l’asse della progettazione (“form follows function”, Louis Sullivan). Koolhaas mette in crisi questo dogma: negli edifici alti di Manhattan, funzioni incompatibili convivono nello stesso volume, generando nuove possibilità spaziali.

Da qui nasce il cross-programming, una strategia che introduce funzioni inattese in programmi consolidati: piste di corsa nei grattacieli, percorsi pubblici in edifici privati, fino alla proposta – mai realizzata – di integrare reparti ospedalieri per senzatetto nella Seattle Public Library (2003). Il programma diventa così strumento culturale e politico, non semplice elenco di funzioni.

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Nel 1975 Koolhaas fonda a Londra l’Office for Metropolitan Architecture (OMA) con Madelon Vriesendorp ed Elia e Zoe Zenghelis. Tre anni dopo vincono il concorso per un ampliamento del Parlamento all’Aia, evento che porta all’apertura dell’ufficio di Rotterdam e a importanti commissioni, tra cui il masterplan residenziale IJ-Plein ad Amsterdam (1986).

Tra le opere più significative degli esordi e della maturità si ricordano:

  • Netherlands Dance Theatre all’Aia,
  • Nexus Housing a Fukuoka,
  • Kunsthal a Rotterdam,
  • Educatorium a Utrecht, E
  • uralille e il Lille Grand Palais,
  • Villa dall’Ava a Parigi,
  • progetti per la Très Grande Bibliothèque e la Jussieu Library,
  • lo ZKM a Karlsruhe e la Seattle Public Library.

Accanto ai progetti urbani, Koolhaas presenta anche proposte non realizzate, come l’edificio residenziale con torre d’osservazione a Rotterdam (1980), e realizza il nuovo Teatro Nazionale della Danza all’Aia (1980–1987), considerato un primo intervento neomoderno nel tessuto di una città storica.

 

In ambito residenziale Koolhaas utilizza il patrimonio dell’architettura moderna come materiale da smontare e ricomporre. La Villa dall’Ava (1984–1991) è una rilettura critica della Villa Savoye di Le Corbusier attraverso un processo di smontaggio e rimontaggio dei "punti" fondamentali, come i pilotis inclinati e in sovrannumero, la finestra a nastro, il tetto-piscina e la promenade di connessione fra i due blocchi sospesi.

La Maison à Bordeaux (1994–1998) rappresenta una sintesi potente delle sue ricerche. Progettata per un cliente costretto su una sedia a rotelle, la casa si articola in tre livelli e ruota attorno a una piattaforma elevatrice che consente l’accesso a tutti gli spazi. Trasparenza, relazione con il paesaggio, riferimenti a Mies, Le Corbusier, Ronchamp, Archizoom e Superstudio convivono in un organismo complesso, protagonista del documentario Koolhaas Houselife (2008).

Accanto ai numerosi progetti urbani, fra cui ricordiamo quello per il concorso del parco de La Villette a Parigi, vinto poi da Tschumi, la "cultura della congestione" di Koolhaas, ricca di riferimenti alle esperienze costruttiviste e neosuprematiste, trovò espressione in svariati edifici; tra i più importanti: la Biblioteca centrale di Seattle (primo edificio scultoreo di una lunga serie, inaugurato nel 2004 e rilevante per la forte valenza spaziale), la vertiginosa e contorta sede della CCTV di Pechino (2004-2008), la torre De Rotterdam (collegata dal ponte Erasmo di Ben van Berkel, detto "il cigno", e inaugurata nel 2013), il Garage Museum of Contemporary Art di Mosca (2011-2015), la Fondazione Prada a Milano (2008-2018) e la meno recente, ma straordinaria, casa a Floirac (1994-1998).

In quest'ultima importante realizzazione, l'architetto elaborò una sintesi di tutte le precedenti esperienze condotte in ambito residenziale e non (le case e la Kunsthal a Rotterdam, ad esempio), mostrando un chiaro debito nei confronti di Mies e Le Corbusier per la trasparenza, il rapporto con il paesaggio e gli oblò, apparentemente casuali, che riportano alla mente Ronchamp; non manca anche un riferimento ai lavori di Archizoom e Superstudio, lampante nell'adozione di curiosi meccanismi dinamici: la piattaforma elevatrice (il proprietario della casa era costretto su una sedia a rotelle) e la presenza di una struttura a sbalzo, composta da macroelementi sovrapposti aventi sezioni di-sparate, tenuta in equilibrio da un singolare "contrappeso" annegato nel terreno. Questa particolarissima casa è la protagonista del docufilm del 2008 Koolhaas Houselife, diretto da lla Bêka e Louise Lemoine.

Allieva di Koolhaas all'Architectural Association School of Architecture di Londra, poi collega e socia presso OMA prima di iniziare la sua brillante carriera indipendente, l'irachena Zaha Hadid (1950-2016) esordì al MoMA presentando gli elaborati per il Club The Peak di Hong Kong (1983): un progetto corredato da esplosive tavole pittoriche ispirate ai quadri suprematisti di Kazimir Malevic.

 

Casa da Música di Porto. Rem Koolhaas.
Casa da Música di Porto. Rem Koolhaas. (fonte: wikipedia crediti: xiquinhosilva)

Casa da Música di Porto

La Casa da Música di Porto, progettata da OMA – Rem Koolhaas, rappresenta un caso studio di architettura contemporanea iconica, in cui integrazione urbana, contrasto volumetrico e spazio pubblico ridefiniscono il rapporto tra nuovo e storico.

Il progetto unisce forma poliedrica in calcestruzzo bianco, struttura complessa e tipologia acustica shoe-box, offrendo spunti rilevanti per progettisti, architetti e ingegneri su landmark culturali, strutture speciali
e rigenerazione urbana. PER SAPERNE DI PIÚ

Casa da Música, interni. Rem Koolhaas.
Casa da Música, interni. Rem Koolhaas. (fonte: wikipedia crediti: Janekpfeifer)

 

Casa da Música, interni. Rem Koolhaas.
Casa da Música, interni. Rem Koolhaas. (crediti: Filipe Maia)

  

Il calcestruzzo: materia infrastrutturale e narrativa

Nel lavoro di Rem Koolhaas il calcestruzzo non assume mai un valore puramente espressivo o monumentale, né viene celebrato come linguaggio brutalista in senso tradizionale. È piuttosto una materia infrastrutturale, quasi anonima, capace di assorbire complessità programmatiche, strutturali e urbane.

Il cemento armato diventa il supporto fisico della congestione: rampe, piani sovrapposti, grandi luci e dispositivi di circolazione che rendono visibile il movimento delle persone e delle funzioni. Dalla Kunsthal alla Seattle Public Library, dalla Maison à Bordeaux alla CCTV di Pechino, il calcestruzzo è strumento operativo più che simbolico, spesso accostato a vetro e acciaio per evitare ogni retorica materica. Non nostalgia del Moderno, ma mezzo per tradurre in costruzione le logiche dell’urbanismo contemporaneo.

 

Le grandi architetture globali

Negli anni Duemila la produzione di Koolhaas si espande per scala e geografia: la Biblioteca Centrale di Seattle (2004), la sede della CCTV a Pechino (2004–2008), il complesso De Rotterdam (1997–2013), lo Shenzhen Stock Exchange, la Qatar National Library a Doha e il Taipei Performing Arts Center.

 

La Seattle Central Library, vista dalla 5th Avenue nel centro di Seattle, Washington (USA). È stata progettata dall’architetto Rem Koolhaas.
La Seattle Central Library, vista dalla 5th Avenue nel centro di Seattle, Washington (USA). È stata progettata dall’architetto Rem Koolhaas. (fonte: wikipedia crediti: DVD R W)

 

Nel progetto per la CCTV Koolhaas brevetta l’idea di “grattacielo orizzontale”: una struttura ad anello che connette i dipartimenti e introduce percorsi pubblici interni. L’edificio, soprannominato “The Big Pants”, diventa simbolo delle ambizioni e delle contraddizioni della Cina contemporanea. Koolhaas ha espresso più volte fiducia nello sviluppo socialista cinese, contrapponendolo alle inefficienze del capitalismo occidentale.

 

Accanto alle nuove costruzioni, Koolhaas realizza interventi di riprogettazione di altissima qualità: il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, il Garage Museum a Mosca e la Fondazione Prada a Milano. In questi progetti, l’architettura diventa strumento critico capace di aggiornare l’esistente senza cancellarne la memoria.

 

Torre di Fondazione Prada. Rem Koolhas.
Torre di Fondazione Prada. Rem Koolhas. (Bas Princen, 2018 - Courtesy Fondazione Prada)

 

AMO, ricerca e comunicazione

Nel 2000 nasce AMO, il think tank di OMA dedicato a progetti non architettonici. AMO lavora con Prada, sviluppa ricerche per la Commissione Europea sulla visual identity dell’UE (tra cui la proposta di un codice a barre europeo) e cura mostre come Image of Europe e Countryside. The Future (Guggenheim, 2020), che sposta lo sguardo dalle metropoli alle campagne.

Parallelamente, Koolhaas guida ad Harvard The Project on the City, da cui nascono volumi come Mutations, The Harvard Design School Guide to Shopping e The Great Leap Forward. Le ricerche analizzano Lagos, la Cina, lo shopping e le cosiddette “non-città”, spesso accusando il capitalismo globale di ridurre l’esperienza urbana al consumo. Le critiche non mancano, ma Koolhaas rivendica una posizione di realismo radicale.

 

Generic City, moda e critica

Il concetto di Generic City descrive città senza memoria, facili, espandibili, capaci di rigenerarsi continuamente. È una delle idee più discusse e contestate di Koolhaas. Anche la sua incursione nel mondo della moda, con i flagship store Prada a Beverly Hills e Broadway (New York), trasforma il negozio in spazio teatrale, dove il consumo diventa spettacolo.

 

Se si cerca un filo rosso, non è una forma, ma un atteggiamento: Koolhaas usa l’architettura per osservare le forze che producono la città contemporanea – densità, consumo, infrastruttura, comunicazione, cultura – e poi restituisce quelle forze in edifici e narrazioni.

I suoi libri (Delirious New York, S, M, L, XL, Content), i suoi concetti (culture of congestion, cross-programming, generic city, junkspace), le sue ricerche (Project on the City) e le sue opere (da Seattle a Pechino, da Rotterdam a Doha) fanno parte di un unico dispositivo: capire il presente senza addomesticarlo.

E forse è proprio questo che rende Rem Koolhaas una figura così centrale e al tempo stesso controversa: non offre rassicurazioni, non promette un’armonia perduta. Piuttosto, mette il progetto nelle condizioni di reggere l’urto della realtà contemporanea, anche quando quella realtà è scomoda, ibrida, contraddittoria. In una parola: congestionata.

  

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