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Bioedilizia: la nuova direttiva Case Green e perché preferire gli isolanti naturali

I materiali di origine naturale sono in grado di contribuire in maniera incisiva a raggiungere gli obiettivi della nuova direttiva europea, essendo meno energivori e soprattutto se prodotti da scarti della filiera agricola o agroalimentare.

Isolamento termico: la scelta dei materiali

Isolare un edificio, nuovo ed esistente che sia, è un atto che comporta conseguenze non soltanto in termini di riduzione dei consumi energetici ma sulla produzione di emissioni gas climalteranti dell’intero comparto edilizio, le quali non dipendono soltanto dalla gestione del costruito. Le materie prime con cui i materiali isolanti sono realizzati e le loro modalità di produzione provocano una serie di implicazioni ambientali determinanti nella riduzione delle emissioni comparto, che è uno degli obiettivi della nuova direttiva europea sulle case Green.

Una scelta più consapevole deve tenere conto di parametri quali la conducibilità, la massa termica, il contenuto di energia grigia e le emissioni climalteranti che il prodotto comporta durante tutto il suo ciclo di vita, oltre che accompagnarsi ad una analoga consapevolezza durante tutto il processo costruttivo, dalla progettazione alla posa in opera.

I materiali di origine naturale sono in grado di contribuire in maniera molto significativa al conseguimento degli obiettivi della nuova direttiva, soprattutto se sono prodotti da scarti della filiera agricola o agroalimentare.

Perché conviene isolare

La direttiva Case Green", ovvero l’aggiornamento delle cosiddette EPBD in discussione in questo periodo, prevede che gli Stati membri presentino piani nazionali per un ulteriore passo avanti nella riqualificazione energetica del patrimonio edilizio costruito, agendo almeno sul 15% di edifici più energivori. In Italia, secondo i dati Istat, si tratta di intervenire su circa 1,8 milioni gli edifici residenziali su un totale di 12 milioni. Il testo fa parte del progetto FIT FOR 55, con cui l’Unione europea vuole ridurre del 55% entro il 2030 le emissioni nocive rispetto ai livelli del 1990.

Questa “stretta” si basa sull’assunto ormai noto che la gestione energetica degli edifici sia l’origine del 40% dei consumi energetici europei e il 36% delle conseguenti emissioni dei gas serra: a fronte di queste cifre l’ambiente costruito risulta il comparto più energivoro. Analizzando le emissioni, è stato calcolato che soltanto il 50% deriva dall’energia consumata durante la gestione dell’edificio, il 20% da quella impiegata in fase di demolizione e manutenzione e la rimanente quota del 30% durante la costruzione, includendo produzione e trasporto dei materiali (Fonte WBCSD, Luglio 2021).

Un altro concetto che dovrebbe essere oramai assodato è che quando ci apprestiamo a riqualificare un edificio la strategia corretta sia quella di pensare prima a coibentare l’involucro opaco e trasparente (pensando anche ai costi energetici di raffrescamento e illuminazione) e solo in un secondo tempo alla ottimizzazione degli impianti, che solo in questo modo possono essere sottodimensionati rispetto agli originari.

Questo modus operandi consente di ridurre il fabbisogno energetico secondo il principio per cui “l’energia risparmiata è la più preziosa in assoluto”.

Se consideriamo le conseguenze di queste scelte nel lungo periodo, come si dovrebbe fare quando si parla di scelte sostenibili, dobbiamo ricordare che la durata media di un sistema a cappotto ben posato è di circa 40-50 anni, periodo durante il quale i costi di manutenzione sono ridotti. Questo lasso di tempo va confrontato con una durata media degli impianti di circa 20-25 anni e con costi di manutenzione continui necessari per mantenerli in efficienza. La durevolezza dei materiali è un punto a favore della sostenibilità ambientale e della riduzione delle emissioni di CO2, in quanto è inversamente proporzionale alla domanda di produzione di nuovi componenti e quindi al consumo di nuova energia e nuove materie prime.

Il concetto è stato ben esplicitato dalla teoria dei sette strati di Stuart Brand, che riassunta in poche parole recita “più un prodotto dura, meno materiale ho bisogno per sostituirlo nel lungo periodo”. Per ribadire il concetto sopracitato “il materiale non impiegato è il più prezioso in assoluto”.

A fronte di questo ragionamento è logico pensare che la strada maestra per ottenere una effettiva riduzione delle emissioni climalteranti è quella di coibentare gli edifici, evitando di affidarsi ad analisi di breve periodo. Se ragioniamo in base alla origine delle emissioni climalteranti nel comparto edilizio, qualora si riuscisse a isolare termicamente tutti gli edifici esistenti in maniera ottimale in modo da ridurre la loro domanda di energia al minimo, si ridurrebbe soltanto il 50% delle emissioni legate al comparto e quindi il 20% di quelle globali, un obiettivo lontano dal 55% che si è prefissa l’Unione. In realtà si può fare molto di più.

crediti: Beatrice Spirandelli.
Cappotto termico in sughero espanso, crediti: Enrico Baschieri.

La scelta del materiale isolante

La maggior parte dei tecnici oggi sceglie i materiali isolanti in funzione di due parametri: conducibilità e prezzo, che solitamente sono inversamente proporzionali.

I più evoluti si preoccupano anche della massa termica, correlata al peso e alla densità, che influenza la lentezza con cui la sua temperatura raggiunge la temperatura ambiente. Si tratta di un fattore molto utile sia per stabilizzare la temperatura in presenza di sistemi di riscaldamento ad irraggiamento e implementare le prestazioni del sistema sia per garantire un minore fabbisogno energetico per il raffrescamento, una voce di consumo sempre più importante in una situazione in nessuno acquisterebbe un immobile privo di questo genere di impianti.

Solitamente gli isolanti di origine naturale sono tra i più densi e garantiscono tempi di sfasamento ottimali (intorno alle 12 ore), il che consente alle strutture di espellere il calore assorbito durante il giorno nelle ore più fredde della notte, un vantaggio indubbio sia durante la stagione invernale che in quella estiva. Da qui deriva la ottima abitudine di utilizzare la fibra di legno per coibentare le coperture.

crediti: Beatrice Spirandelli.
Isolamento termico della copertura in fibra di legno, crediti: Beatrice Spirandelli.

Due ulteriori fattori che influenzano l’efficienza dell’isolamento termico, spesso sottovalutati, sono la qualità della progettazione e della posa: conoscenza delle norme tecniche e dei principi di fisica tecnica su cui si fondano, correzione dei ponti termici, preparazione corretta dei supporti, fissaggio accurato ed adeguato, posizione di eventuali strati aggiuntivi più o meno traspiranti sono elementi che condizionano le prestazioni dei materiali isolanti.

Per questo motivo non si dovrebbe mai risparmiare nemmeno su queste scelte, pretendendo maestranze e direttori dei lavori formati in materia, le prime fornite di apposito patentino secondo la norma UNI 11715 e i secondi che siano adeguatamente formati circa la norma in oggetto e che conoscano, ad esempio, le diverse modalità di posa in funzione del tipo di isolamento. Lo stesso grado di preparazione andrebbe applicato anche alle modalità di isolamento termico, come ad esempio l’insufflaggio o il cappotto interno, che sono più complicate e sulle quali non esiste una norma tecnica così definita e la perizia del progettista, della direzione lavori e del posatore risultano ancora più importanti. Una progettazione o una posa scorretta comportano nel migliore dei casi una durata inferiore del sistema e nel peggiore problemi strutturali difficilmente risolvibili, che sono fonti di costi ed interventi imprevisti in grado di annullare il benefici economici dell’operazione.

crediti: Beatrice Spirandelli.
Isolamento termico in fibra di legno dell'ultimo solaio dall'interno, crediti: Beatrice Spirandelli.

I materiali isolanti meno energivori

La scelta del materiale isolante condiziona anche le potenzialità di riduzione della CO2 e quindi di perseguire l’obiettivo dichiarato dalla recente direttiva Case Green di riduzione del 55% entro il 2030 e di neutralità climatica entro il 2050. Se scegliamo il materiale con cui isolare i nostri edifici in maniera consapevole possiamo contribuire a ridurre ulteriormente la quota di energia legata al fabbisogno per la gestione degli edifici, in quanto possiamo abbattere anche la quota di energia richiesta in fase di alla produzione degli stessi materiali considerando che quest’ultima rappresenta tra l’11% ed il 13% del consumo legato al comparto edilizio (Fonte: IEA, 2022).

Si tratta della cosiddetta “energia grigia” incorporata nei materiali, che è un parametro di valutazione sempre più importante per la sostenibilità ambientale degli stessi. Su questa scorta, ad esempio, un prodotto riciclato non è considerabile sostenibile se consuma una quantità ingente di energia durante il processo di riciclo, anche se molta di questa energia può essere prodotta in maniera rinnovabile. Seguendo il principio già citato per cui “l’energia non utilizzata è la più preziosa” è preferibile scegliere materiali meno energivori, che in genere sono quelli di derivazione naturale in quanto richiedono processi meccanici e non termici per la loro produzione.

Ma si può fare ancora di più: quando si scelgono materiali isolanti realizzati con scarti della filiera agroforestale o alimentare, ad esempio, si contribuisce ulteriormente alla riduzione di gas climalteranti, di cui il consumo di energia grigia è solo una parte.

Questo perché le piante durante la loro crescita, grazie alla fotosintesi, catturano C02 dall’atmosfera e la sequestrano e questo contenuto “sequestrato” rimane in attivo per tutto il loro ciclo di vita, almeno fino a quando non vengono bruciati. Va da sé che se si utilizzano materiali di derivazione vegetale per produrre ed impiegare elementi costruttivi dalla durata elevata, come i materiali isolanti, la quota di CO2 sequestrata può essere anche ben più elevata di quella emessa dal materiale in forma di energia grigia durante l’intero ciclo di vita.

I materiali isolanti di derivazione agricola rappresentano un esempio della cosiddetta “economia circolare”, ovvero un sistema virtuoso in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro. I prodotti circolari si ispirano alla natura: un albero genera frutti che cadendo, si decompongono e tornano ad essere nutrimento che genera nuove foglie, fiori e frutti, in un ciclo continuo dove lo scarto diventa nutrimento.

Figura 4. Il micelio è in grado di trasformare un materiale organico, migliorandone tra le altre cose la conduttività crediti: Beatrice Spirandelli.
Il micelio è in grado di trasformare un materiale organico, migliorandone tra le altre cose la conduttività. crediti: Beatrice Spirandelli.

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