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Sisma, attrito e blocchi a secco: il mito da sfatare

I blocchi a secco sono sempre più utilizzati per muri di contenimento e opere industriali grazie a velocità di posa e riutilizzabilità. In zona sismica, però, il loro comportamento strutturale non può essere semplificato: attrito, incastri e collegamenti meccanici diventano elementi critici di progetto. Comprenderne i limiti è essenziale per garantire sicurezza, durabilità e corretta trasmissione delle azioni al suolo.

L’articolo analizza il comportamento strutturale dei muri realizzati con blocchi a secco in presenza di azioni sismiche, chiarendo perché l’attrito tra i corsi non possa essere considerato un meccanismo resistente affidabile. Attraverso un inquadramento storico, costruttivo e normativo, vengono messi in evidenza i limiti dei modelli semplificati e il ruolo delle NTC 2018 nella verifica allo scorrimento. Il focus è sulle reali modalità di trasferimento delle azioni orizzontali e sulle soluzioni tecniche che consentono di sostituire l’attrito con meccanismi meccanici verificabili. Un contributo operativo per progettisti chiamati a valutare sicurezza e affidabilità dei sistemi a secco in zona sismica.

Blocchi a secco strutturali: cosa sono

I blocchi a secco strutturali sono elementi prefabbricati in calcestruzzo, generalmente di grande formato, progettati per essere assemblati senza l’uso di malta mediante semplice posa per gravità e sistemi di incastro geometrico (denti, pioli o cavità). Il comportamento strutturale del sistema è governato dal peso proprio, dalle condizioni di contatto tra i blocchi e dagli eventuali collegamenti meccanici integrativi. In zona sismica, tali sistemi richiedono specifiche verifiche locali e globali, poiché l’attrito tra i corsi non può essere assunto come meccanismo resistente affidabile.

 

Blocchi a secco strutturali: origine e diffusione

I “blocchi a secco” — spesso nati dal riuso intelligente di residui della prefabbricazione — stanno conquistando cantieri e magazzini per velocità di produzione e versatilità. Ma dietro l’apparente semplicità vi è una verità scomoda: in ambito sismico il loro comportamento non è affatto banale. L’unione per attrito tra i corsi (o tramite i denti/pins di incastro) è una componente critica: può funzionare, ma va progettata e verificata caso per caso, senza scorciatoie. Solo così il “muro veloce” diventa anche un muro sicuro, capace di trasferire in fondazione le azioni sismiche in modo controllato e verificato.

 

Dall’interlocking ai sistemi modulari industriali

Anni ’70 – i brevetti “a incastro”: Già nei primi anni Settanta compaiono i brevetti per blocchi cementizi con pioli e cavità che si uniscono senza malta. Il principio dell’interlocking per pareti viene così messo nero su bianco: non sono ancora i “bin-blocks” moderni, ma la strada è tracciata (un riferimento storico è il brevetto USA US4107894A, priorità 1976, pubblicato nel 1978).

1983 – 1984 – la svolta canadese: A Vancouver (BC) l’ingegnere James “Jay” Drew ha l’intuizione: colare blocchi di grande formato sfruttando anche il calcestruzzo residuo delle betoniere. Nasce il sistema Lock-Block™, pensato per muri di contenimento e opere temporanee. L’azienda ne colloca l’origine nel 1984, mentre alcune cronache locali citano l’idea già nel 1983. È il momento in cui l’interlocking “diventa grande”: robusto, ripetibile, industriale.

1990 – l’industrializzazione olandese: In Olanda il gruppo A. Jansen BV avvia la produzione dei Legioblock® (1990): grandi blocchi ad incastro per muri, baie e magazzini. Il marchio diventa uno dei più diffusi in Europa e consolida il linguaggio modulare che oggi associamo a questa tecnologia: elementi standard, posa a secco, velocità e possibilità di riuso.

 

Schema di muro a blocchi a secco strutturali con altezze dei corsi e indicazione del materiale contenuto sul retro del paramento.
Figura 1 – Schema blocchi a secco. (diritti riservati a Studio Schvarcz)

    

Vantaggi costruttivi e limiti strutturali dei sistemi a secco

Oggi i blocchi a secco sono l’esempio concreto di economia circolare: molti produttori impiegano inerti riciclati, sottoprodotti e, quando possibile, calcestruzzo di ritorno, trasformandoli in moduli pronti alla posa. Meno rifiuti in discarica, più valore in cantiere: è la logica del “chiudere il ciclo” applicata all’edilizia.

Il beneficio, però, non è soltanto ambientale. In cantiere contano costi e tempi: la posa a secco elimina casseforme e attese di maturazione. Si scarica, si allinea, si assembla. Risultato: budget più leggero, cronoprogrammi più stretti, squadre ridotte e minori interferenze con le attività in corso.

C’è poi la flessibilità: questi blocchi sono un lego in grande scala. Si montano, si smontano, si spostano quando cambia il layout o nasce un’esigenza temporanea. Non è una spesa “a perdere”, ma un capitale riutilizzabile lungo il ciclo di vita dell’azienda: oggi baia per inerti, domani barriera antirumore, dopodomani ampliamento del piazzale.

Sul piano tecnico, i sistemi di ultima generazione offrono incastri evoluti, accessori per il drenaggio e, quando serve, predisposizioni per geogriglie o ancoraggi. La modularità non esclude la solidità, a condizione di rispettare progetto e verifiche. Morale: tra circolarità, risparmio e rapidità, i blocchi a secco sono la scelta di chi vuole costruire bene… senza legarsi a una soluzione definitiva.

   

Come si realizza un muro a blocchi a secco

Produzione dei blocchi prefabbricati

Nasce tutto dentro un cassero d’acciaio: una gabbia rigida, con spigoli smussati per proteggere le arrise e un profilo maschio-femmina già pronto all’incastro. Lo stampo viene pulito, trattato con distaccante, “puntellato” di inserti per il sollevamento e, quando serve, attraversato da armotubi che un domani ospiteranno barre filettate. Poi arriva il momento decisivo: il getto.

Un calcestruzzo a consistenza controllata — di norma tra C30/37 e C40/50 — scende a strati e viene compattato con vibratori ad ago (spesso aiutati da vibrazioni esterne) finché ogni cava del dente è piena. L’aria viene espulsa, la forma si chiude, il blocco è già lì.

  

Cassero metallico per la produzione di blocchi a secco strutturali con sistema di incastro interno prima del getto del calcestruzzo.
Figura 2 – Cassero per blocco a secco. (diritti riservati a Studio Schvarcz)

  

Ma la fase chiave non è “far asciugare”: è far maturare. Il curing mantiene l’impasto umido e alla temperatura giusta, con teli, compound o camere a vapore, così da raggiungere in 12–24 ore la resistenza utile allo scassero senza regalare microfessure precoci. Quando il materiale “tiene”, i fianchi del cassero si aprono in sequenza e il blocco scivola sui travetti di appoggio. Prima di muoverlo davvero, però, passa sotto la lente: misure, planarità delle superfici, denti integri, inserti al posto giusto. La resistenza di progetto arriverà a 28 giorni, ma il pezzo è già pronto a entrare nel mondo — con tutte le cautele del caso.

E qui entra in scena la logistica, che è meno romantica ma spietatamente concreta. Il peso si stima al volo: volume per densità (circa 2,40 t/m³). Un blocco da 160×80×80 cm vale poco più di un metro cubo e pesa intorno alle 2,5 tonnellate; un 120×60×60 cm sta vicino a una tonnellata. Morale: su un bilico da 24–26 tonnellate utili viaggiano tipicamente 9–10 blocchi “grandi” oppure circa 22 “piccoli”. Lo spazio sul pianale non è il collo di bottiglia: ci si ferma prima alla portata. Disposizione, ancoraggi e baricentro li decide il trasportatore; in stabilimento e in cantiere si solleva con ganci dedicati o pinze, mai afferrando le sommità dentate.

    

Fase di getto del calcestruzzo in cassero per blocchi a secco prefabbricati con denti di interlocking strutturale.
Figura 3 – Getto del blocco a secco. (diritti riservati a Studio Schvarcz)

      

Posa in opera e regole di cantiere

In cantiere, però, comanda una regola sola: il primo corso è legge. La base — banchetta in misto granulare ben compattato o fondazione in calcestruzzo armato — deve essere perfettamente in bolla e il drenaggio a tergo va preparato prima ancora di vedere il primo pezzo. Si traccia con laser e corde, poi si cala il capofila: escavatore con gancio girevole, telehandler o piccola gru lo portano a quota, i cunei lo mettono in bolla, due mani esperte chiudono l’allineamento. Perché ogni millimetro sbagliato qui, sopra diventa un problema moltiplicato.

La posa procede a ritmo regolare: sfalsamento (mezzo o terzo blocco), talvolta un leggero setback per arretrare il paramento. Ogni elemento scende, ingrana, si assesta con colpetti misurati. Se il sistema prevede connessioni, entrano in gioco pins e barre negli armotubi pronti per l’inghisaggio; se è previsto il rinforzo, le geogriglie si stendono tese alla quota corretta e si collegano al paramento con accessori certificati. Dietro, il riempimento sale a strati da 20–30 cm ben compattati, con materiale più drenante vicino al paramento per proteggere le superfici di contatto. In cima, il coronamento chiude tutto: blocchi “cappello” o un cordolo in c.a. che ripartisce le spinte e firma la finitura.

E la domanda finale, quella da cantiere: quante persone servono davvero? Con mezzi adeguati, spesso tre: operatore, rigger e uomo a terra per quote, allineamenti e sicurezza. In una giornata “lineare” si posano 20–40 blocchi, a seconda di peso, accessi e presenza di geogriglie o collegamenti. Il segreto della velocità non è correre: è arrivare pronti. Perché la rapidità vera nasce prima, dove non si vede — nella vibrazione del getto, nel curing fatto bene, nel controllo allo scassero e, soprattutto, nella bolla impeccabile del primo corso. È lì che un blocco a secco diventa davvero “pronto alla posa”.

   

Comportamento strutturale dei muri a blocchi a secco

I blocchi a secco si montano uno sopra l’altro, spesso sfalsati come grandi mattoncini: l’incastro disegna il muro di sostegno che, nella maggior parte dei casi, serve a contenere materiali (terre, inerti, rottami, granuli). La loro forza è semplice e antica: funzionano a gravità. È il peso stesso dei blocchi che contrasta lo scorrimento sia tra i corsi sia sul piano di fondazione, oltre a resistere al ribaltamento complessivo.

Ma c’è un “non detto” che in cantiere si vede benissimo: essendo elementi separati, ogni blocco può comportarsi in modo diverso. Può accadere che trasli rispetto a quello sottostante o che inizi a ruotare (rocking) sul bordo d’appoggio. E, soprattutto, possono verificarsi spostamenti differenti tra blocchi adiacenti: piccoli scarti orizzontali o rotazioni non sincronizzate che dipendono da come la spinta del materiale, le vibrazioni e le azioni applicate si distribuiscono lungo l’altezza del muro.

Questo comportamento non è definibile a priori con una sola regola: basta aggiungere una copertura sopra il muro — una tettoia, una trave, un nastro trasportatore — per generare combinazioni di carico nuove (pesi, eccentricità, spinte locali, dinamiche). Il risultato? Traslazione e ribaltamento possono cambiare da blocco a blocco e variare con la quota: i corsi bassi “sentono” più peso e spinta, quelli alti sono più sensibili a variazioni e urti, accentuando gli spostamenti differenziali.

 

Schema delle azioni agenti su muro a blocchi a secco in condizioni statiche e sismiche con pesi dei blocchi e spinta del materiale.
Figura 4 – Esempio schema di carico. (diritti riservati a Studio Schvarcz)

 

Dal punto di vista statico, i muri a blocchi a secco non nascondono grandi insidie: il calcolo si esegue blocco per blocco, pesando azioni agenti e resistenze secondo NTC. È qui però che entra in scena per la prima volta la componente “attrito”, che spesso nei software FEM non è altro che un valore che il progettista deve inserire a propria discrezione.
Nascono così due scuole di pensiero.

La prima imposta un coefficiente di attrito calcestruzzo–calcestruzzo (o lo riduce per prudenza) e chiude il modello: semplice, trasparente, ma dipendente dalla scelta di quel numero. La seconda, tipica di chi dispone di strumenti più evoluti o moduli dedicati, modella anche la resistenza “meccanica” dei denti/pins: non solo μ, ma capienza a taglio e bearing derivata dalla geometria dell’incastro o — meglio — dalle specifiche tecniche del produttore (quando esistono prove e valori dichiarati).

Risultato: lo stesso muro può “pesare” in modo diverso a seconda di come si tratti l’interfaccia. Con l’attrito puro, la sicurezza dipende fortemente dal valore scelto e dalla mobilitazione reale in esercizio; con denti/pins, il modello guadagna aderenza fisica (e spesso robustezza), ma richiede dati affidabili e qualche verifica locale in più (taglio del dente, schiacciamento dei fianchi, spacco del cls).

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FAQ TECNICHE – Blocchi a secco e sisma: come progettare attrito e incastri

Che cosa si intende per blocchi a secco in calcestruzzo?
Sono elementi prefabbricati di grande formato, posati senza malta, che sfruttano il peso proprio e sistemi di incastro per realizzare muri di contenimento, baie di stoccaggio o opere temporanee e permanenti.

In quali contesti vengono utilizzati più frequentemente?
Trovano applicazione in ambito industriale, logistico e infrastrutturale, per contenimento di terre o materiali sfusi, barriere divisorie e opere riconfigurabili, anche in ottica di economia circolare.

Qual è il principale problema strutturale in zona sismica?
Il comportamento a blocchi discreti genera scorrimenti, rotazioni locali e perdita di contatto tra i corsi. In sismica l’attrito tra i blocchi può ridursi drasticamente e non garantire il trasferimento delle azioni orizzontali.

È corretto considerare l’attrito come resistenza allo scorrimento?
Secondo le NTC 2018 (§7.4.5.2.2), l’attrito dovuto alla sola compressione non deve essere considerato affidabile in condizioni sismiche. Occorrono meccanismi resistenti alternativi e verificabili.

Che ruolo hanno incastri, denti e pins?
Se progettati come veri dispositivi meccanici, possono contribuire alla resistenza a taglio del giunto. Devono però essere verificati a taglio, schiacciamento e mantenimento del contatto anche durante l’azione sismica.

Quali soluzioni tecniche aumentano la sicurezza del sistema?
Barre inghisate in armotubi, ancoraggi post-installati certificati, barre passanti pre-serrate, profili metallici esterni, geogriglie o tiranti nel terreno consentono di creare percorsi dei carichi indipendenti dall’attrito.

Quali errori progettuali è bene evitare?
Affidarsi a coefficienti di attrito “assunti”, modellare il muro come monolitico o trascurare le verifiche locali dei giunti. In zona sismica è fondamentale definire un meccanismo resistente chiaro e coerente con le norme.

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Giampaolo Schvarcz

Ingegnere Civile Geotecnico, laureato presso l'Università di Padova. Libero professionista abilitato all'esercizio della professione dal 2024.

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