COP30, Hip Hip Hurrà
Dal 10 al 21 novembre, 197 Paesi si incontrano a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, per la COP30: un vertice decisivo sul clima che mira a rilanciare la transizione ecologica e la giustizia climatica globale. Ingenio seguirà passo dopo passo l’evento per capire quale futuro attende il pianeta.
Forse questo entusiasmo potrà apparire eccessivo e magari immotivato. Ma in un momento caratterizzato da guerre dolorose e inutili, da folli massacri di bambini, da un'estrema confusione nella sfera economica nella strategia geopolitica mondiale, dalla crisi profonda e pericolosa del multi-lateralismo, un appuntamento di quasi duecento Paesi che si incontrano civilmente attorno ad un tavolo, disarmati, per parlare di come proteggere la nostra casa comune dalla crisi climatica, è forse un raggio di sole che dà speranza, quasi una festa... e allora hip hip hurrà!
Amazzonia, Brasile
Dal 10 al 21 novembre, 197 Paesi si sono dati appuntamento a Belém in Brasile, nel cuore dell'Amazzonia, location indubbiamente emblematica e fortemente evocativa, nella quale cercare di riannodare i fili che uniscono la nostra società disperatamente consumista e capitalista, ai ritmi della Natura.
L'appuntamento si chiama COP30 e noi, qui sulle pagine di Ingenio, lo seguiremo per cercare di capire dove il mondo avrà deciso di andare. Se a sbattere contro un muro. O a camminare sul sentiero della transizione ecologica che ci condurrà verso un futuro possibile e migliore.
Il futuro dei nostri ragazzi
Un futuro possibile e migliore che i ragazzi del mondo chiedono e, giustamente, pretendono perché c'è in gioco la loro vita. In Italia le organizzazioni giovanili di Friday for Future e dell'Unione degli Studenti hanno già indetto uno Sciopero per il clima il 14 novembre sul tema Per una Transizione Giusta nei territori, nelle scuole e alla COP30, mentre sabato 15 si terrà a Roma la seconda edizione del Climate Pride con la richiesta di giustizia climatica e sociale. Quando (e di solito lo fanno) i giovani si mobilitano in maniera gioiosa, appassionata, convinta e nonviolenta noi siamo con loro.
Il nostro impegno
I temi coinvolti da questo evento mondiale sono tanti e variegati e declinati su molteplici piani che richiedono una comprensione sia specifica che globale. A partire da questo articolo cercheremo di trattarli tutti. Perché è in ballo il nostro destino
Chiedimi cos'è una COP
Cominciamo con il capire cos’è una COP, cosa significano concetti e sigle che utilizzeremo e quali sono i temi apparecchiati sui tavoli delle trattative.
Sul finire degli anni '60 del secolo scorso si cominciò a prendere coscienza che qualcosa non andava. Nel 1972 il Club di Roma, composto da industriali, economisti e scienziati, aveva lanciato un allarme, con il libro I limiti dello sviluppo , allarme racchiuso in questa affermazione: non ci può essere una crescita infinita in un mondo dalle dimensioni finite.
L'ONU si prende carico di questa situazione e nel 1979 indice a Ginevra la prima Conferenza ONU mondiale sul clima e nel 1988 istituisce il panel IPCC – Comitato Scientifico Intergovernativo per i cambiamenti climatici - l'organismo scientifico consultivo, che valuta le informazioni tecniche, scientifiche ed economiche disponibili in tema di cambiamenti climatici, l’impatto sociale ed economico degli stessi, fornendo anche strategie di risposta ai decisori politici.
Nel 1992 si tiene a Rio de Janeiro (Brasile) la Conferenza sulla Terra su Ambiente e Sviluppo, nota anche come Summit della Terra, all'interno della quale 197 Paesi (detti le Parti) siglano l'accordo detto Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC),il cui rispetto sarà monitorato tramite le COP - Conferenze delle Parti appuntamenti da tenersi annualmente.
La Convenzione entra in vigore nel 1994 e l'anno dopo, 1995, si tiene a Berlino la prima COP. Quindi proprio 30 anni fa.
All'interno della COP 3 del 1997 viene adottato il Protocollo di Kyoto (in vigore dal 2005) che prevede la riduzione entro il 2012 del 5% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 nei Paesi industrializzati.
Ma fermiamoci un attimo per comprendere meglio: il tema delle COP è come affrontare i cambiamenti climatici che sono stati innescarti da questo meccanismo (perverso): dalla prima rivoluzione industriale del 1750 il mondo occidentale ha ricavato l'energia necessaria alla produzione industriale attraverso la combustione del carbon-fossile e del petrolio. Ma il processo legato alla combustione determina l'emissione nell'atmosfera di anidride carbonica, la CO2, che è un potente gas serra.
La quantità enorme e sempre crescente di CO2 emessa da quel periodo in poi è andata a sommarsi ai gas serra già presenti in atmosfera, e che hanno costituito il "miracoloso" effetto serra naturale che ha permesso l'instaurarsi di forme di vita sulla Terra, determinando così il cosiddetto effetto serra antropico, devastante perché causa un aumento della temperatura della superficie terrestre e dell'atmosfera.
I cambiamenti climatici sono quindi conseguenza di questo aumento della temperatura terrestre, dovuto all'emissione di CO2 di origine antropica in atmosfera, necessaria ad alimentare il paradigma economico capitalista che ha consentito il benessere dell'occidente. E il resto del mondo che non ha usufruito del benessere occidentale e che ora si accolla, invece, solo i danni derivanti dai cambiamenti climatici?
Il Protocollo di Kyoto ha riconosciuto la responsabilità dei Paesi industriali occidentali e ha introdotto il concetto delle "responsabilità comuni ma differenziate". E anche il cosiddetto Mercato delle Emissioni (ET).
Pertanto oltre all'impegno principale di mitigare i cambiamenti climatici attraverso la diminuzione delle emissioni di CO2 si deve pensare di risarcire quella parte del mondo, il sud globale, che subisce le conseguenze di danni provocati da altri, di aiutarlo economicamente e tecnologicamente ad adottare misure di adattamento ai cambiamenti climatici e di finanziare la sua crescita in modo che non si affidi, anch'esso, al modello di progresso con combustibili fossili perpetuando l'errore fatto dall'industria occidentale.
Così nella COP 14 tenutasi nel 2008 a Poznan (Polonia) si definisce il Fondo di adattamento a supporto dei paesi in via di sviluppo (fra cui, allora, anche Cina e India ;-) ).
Nel 2010 alla COP 16 di Cancun (Messico) viene approvato un altro pacchetto di misure finalizzate ad aiutare i Paesi in via di sviluppo il Fondo Verde per il Clima. Due anni dopo si fissa tale fondo a 100 miliardi l'anno fino al 2020.
A Doha nel 2012, la COP 18 approva il meccanismo Loss and Damage (perdite e danni) stabilendo così, per la prima volta, che gli Stati ricchi (e principali produttori di emissioni clima-alteranti) debbano assumersi l’onere economico dei danni climatici subiti dalle nazioni povere.
Altra decisione importante viene presa alla COP 20 tenutasi a Lima nel 2014 e riguarda l'impegno preso dalle Parti di presentare all'ONU i propri piani nazionali contenenti le misure che intendono prendere per limitare le emissioni di gas serra. Questi piani vengono chiamati INDC - Intended Nationality Determined Contributions. Dal 2016 gli INDC diventeranno NDC, perdendo così la connotazione di previsione per diventare invece reali.
Il 2015 è un anno determinante per la lotta ai cambiamenti climatici, aperto dall'enciclica Laudato si di papa Francesco alla quale fanno seguito l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell'ONU e, last but not least, la COP21 nella quale si giunge all'Accordo di Parigi che prevede di mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C di aumento della temperatura globale rispetto all’epoca pre-industriale., con la raccomandazione di fare comunque di più per rimanere sotto a 1,5 °C. L'accordo è firmato da 196 Paesi. Viene disposta anche la creazione di un meccanismo di revisione per gli impegni dei vari Paesi (contenuti nel loro NDC) che avrà luogo ogni cinque anni.
Nel 2018 a Katowice (Polonia) la COP24 adotta il Climate Package che è il libro delle regole con cui attuare l’Accordo sul clima di Parigi.
La COP26 del 2021, deludente, viene ricordata per l'accusa pronunciata da Greta Thunberg di Friday for Future “E’ stato solo bla bla bla e green-washing”
Seguono poi tre COP organizzate nei Paesi produttori ed esportatori di petrolio (Andiamo nella tana del lupo, diranno alcuni) proprio quando si deve discutere l'abbandono definitivo dei combustibili fossili e sono la COP 27 di Sharm el-Sheick (Egitto), la COP 28 a Dubai e la COP 29 a Baku.
Gli Accordi di Parigi avevano fissato per il 2023 una verifica sull'andamento del percorso detta Global Stocktake (Bilancio Globale).
Il rapporto preliminare ufficiale dell'ONU alla COP 28 di Dubai del 2023 aveva denunciato l'aumento delle emissioni di CO2 dai 35 miliardi di tonnellate del 1990 ai 53 miliardi del 2019 proponendo allora la necessità dell'abbandono dei combustibili fossili. Si trattava di decidere di adottare il phase-out delle fonti fossili, ossia ad una loro eliminazione graduale ma in tempi brevi. Naturalmente il lupo di casa si era opposto proponendo, invece, un phase-down che significa non eliminazione ma riduzione graduale dell'estrazione e dell'uso delle fonti fossili.
Dopo giorni di riunioni accese e di scontri fra visioni inconciliabili, l'organizzatore al-Jaber ebbe l'intuizione di proporre una terza definizione inventata ad hoc e assolutamente inedita: transition away, che in italiano suona come allontanamento, abbandono o fuoriuscita. In sostanza un gioco d'equilibrio da riempire di significati e di sfumature possibilmente favorevole per la propria parte.
Nella COP29 dell'anno scorso tenutasi a Baku i Paesi ricchi e industrializzati si sono impegnati a mettere a disposizione un fondo di 300 miliardi di dollari all'anno, fino al 2035, come aiuto al sud globale. Viene anche approvato il mercato internazionale delle emissioni di carbonio previsto dagli Accordi di Parigi.
E ora siamo a Belém. Appuntamento nei prossimi giorni.
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