Correnti oceaniche a rischio: perché una diga tra Alaska e Russia
Geoingegneria al limite: una diga nello Stretto di Bering per “salvare” l’AMOC e il clima. Non è un vero progetto, ma un’ipotesi teorica rilanciata da uno studio recente.
Una diga lunga circa 80 km nello Stretto di Bering, tra Alaska e Russia, potrebbe aiutare a stabilizzare l’AMOC, il grande sistema di correnti oceaniche dell’Atlantico che contribuisce a regolare il clima europeo e globale. L’ipotesi, rilanciata dal New York Times a partire da uno studio pubblicato su Science Advances, non è un progetto operativo ma un esperimento concettuale di geoingegneria climatica. Secondo i ricercatori, chiudere il passaggio tra Pacifico e Artico potrebbe ridurre l’afflusso di acqua dolce verso il Nord Atlantico e mantenere più salato il sistema che alimenta la circolazione oceanica. Il punto critico è il tempo: se l’AMOC fosse ancora sufficientemente forte, l’intervento potrebbe contribuire alla sua stabilità; se invece fosse già vicina al collasso, potrebbe accelerarne l’indebolimento. Per questo la proposta apre un dibattito tecnico e politico sul rapporto tra decarbonizzazione, adattamento e interventi climatici estremi.
Una diga tra Alaska e Siberia: quando la crisi climatica porta a immaginare opere estreme
Ci sono idee che, appena formulate, sembrano appartenere più alla fantascienza che alla politica climatica. Schiarire artificialmente le nubi, riflettere la radiazione solare con particelle in atmosfera, ricongelare l’Artico, installare giganteschi schermi nello spazio. A questo catalogo della geoingegneria — il tentativo di intervenire deliberatamente sui sistemi fisici del pianeta — si aggiunge ora una proposta ancora più radicale: costruire una diga lunga circa 80 chilometri nello Stretto di Bering, il passaggio marino che separa la Russia dall’Alaska.
L’obiettivo non sarebbe produrre energia né collegare due continenti, ma alterare l’equilibrio idrologico tra Pacifico, Artico e Atlantico per proteggere l’AMOC, la Atlantic Meridional Overturning Circulation, una delle grandi infrastrutture naturali del clima terrestre. L’AMOC trasporta acqua calda e salata dai tropici verso il Nord Atlantico, contribuendo a regolare il clima europeo e a influenzare piogge, temperature e livelli marini su scala planetaria.
Che cosa è l'AMOC
L’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation) è una grande corrente oceanica dell’Atlantico che trasporta acqua calda e salata dai tropici verso nord in superficie e acqua fredda verso sud in profondità. Fa parte della circolazione termoalina globale e contribuisce in modo decisivo a ridistribuire il calore sul pianeta, influenzando il clima europeo, in particolare quello dell’Europa occidentale. Il riscaldamento globale e l’aumento dell’afflusso di acqua dolce da ghiacciai e Groenlandia ne stanno probabilmente rallentando l’intensità, sollevando timori sul rischio di un suo forte indebolimento o collasso futuro.
Il punto tecnico è delicatissimo: il riscaldamento globale, lo scioglimento della Groenlandia e l’aumento degli apporti di acqua dolce stanno modificando la salinità dell’Atlantico settentrionale. Se l’acqua superficiale diventa meno salata e meno densa, tende a sprofondare con maggiore difficoltà. E se questo meccanismo rallenta, l’intero “nastro trasportatore” oceanico può indebolirsi.
Secondo l’articolo “A New Idea to Save the Climate? Dam the Bering Strait” di Raymond Zhong, pubblicato sul New York Times il 24 aprile 2026, due ricercatori olandesi hanno studiato l’ipotesi di bloccare lo Stretto di Bering per stabilizzare l’AMOC.
La ricerca a cui fa riferimento il NYT è lo studio “The effects of a constructed closure of the Bering Strait on AMOC tipping behavior”, firmato da Jelle Soons e Henk A. Dijkstra e pubblicato su Science Advances il 24 aprile 2026.
L’Università di Utrecht presenta il lavoro come un’esplorazione di una “extreme intervention in the climate system”, sottolineando che si tratta di un proof of concept, non di un piano operativo. Lo stesso Soons, nella nota dell’ateneo, chiarisce: “We’ve shown that there are scenarios in which such a dam could work. But we don’t yet know how realistic those scenarios are.”
Nel pezzo del New York Times, Raymond Zhong sintetizza bene il punto: il ruolo dello Stretto di Bering non è intuitivo, ma quel passaggio consente il trasferimento di grandi quantità di acqua relativamente dolce dal Pacifico all’Artico e poi verso l’Atlantico. Chiuderlo significherebbe alterare il bilancio tra acque dolci e salate nei tre oceani.

Cosa dice lo studio: il fattore decisivo è il tempo
Il risultato più interessante dello studio non è semplicemente che una diga potrebbe aiutare l’AMOC. È che potrebbe aiutare solo in alcune condizioni. La ricerca mostra che la chiusura artificiale dello Stretto di Bering può aumentare la stabilità dell’AMOC se il sistema oceanico è ancora sufficientemente forte al momento dell’intervento. In condizioni climatiche attuali, secondo lo studio, la chiusura dello stretto aumenterebbe la forza dell’AMOC di circa 2,5 ± 0,5 sverdrup.
Ma la stessa operazione potrebbe produrre l’effetto opposto se attuata troppo tardi, cioè quando l’AMOC fosse già prossima al collasso. In quel caso la diga non sarebbe più un elemento di stabilizzazione, ma potrebbe ridurre ulteriormente il margine di sicurezza del sistema climatico. È qui che la questione diventa non solo scientifica, ma anche politica e ingegneristica: un’infrastruttura permanente, costruita in un ambiente estremo, avrebbe senso solo se si conoscesse con sufficiente precisione lo stato reale del sistema oceanico.
Il paper afferma che la chiusura artificiale potrebbe estendere il “safe carbon budget” dell’AMOC, ma “provided that the AMOC is strong enough at the closure time”. In altre parole: l’intervento avrebbe una finestra temporale utile. Fuori da quella finestra, potrebbe trasformarsi in un rischio aggiuntivo.
La geometria dell’opera: 80 chilometri in un’area remota e geopolitica
La proposta non immagina necessariamente un’unica struttura continua, ma una chiusura articolata in tre tratti: dalla terraferma russa all’isola Big Diomede, poi da Big Diomede a Little Diomede, infine da Little Diomede all’Alaska. L’Università di Utrecht indica due segmenti principali da 38 chilometri ciascuno e un tratto centrale di circa 4 chilometri.
Dal punto di vista dell’ingegneria civile, il confronto proposto dagli autori è con grandi opere già esistenti, come la Saemangeum Seawall in Corea del Sud e Maasvlakte 2 nei Paesi Bassi. Ma l’analogia va usata con cautela: lo Stretto di Bering si trova in una regione remota, con condizioni climatiche severe, scarsità di infrastrutture, vincoli logistici enormi e un’evidente complessità geopolitica, dato che l’opera coinvolgerebbe direttamente Stati Uniti e Russia.
La questione non è dunque solo “si può costruire?”. La domanda più corretta è: con quali effetti ambientali, sociali, economici e geopolitici? Lo Stretto di Bering è anche una rotta ecologica fondamentale per mammiferi marini e sistemi ittici. Alterarne correnti, salinità e scambi biologici significherebbe intervenire su ecosistemi complessi e interdipendenti. L’Università di Utrecht sottolinea infatti che le conseguenze ecologiche sarebbero probabilmente significative.
👉 Una diga nello Stretto di Bering non sarebbe una semplice opera marittima: sarebbe un’infrastruttura climatica planetaria, con effetti potenziali su oceani, ecosistemi, rotte commerciali e sicurezza geopolitica.
Perché questa notizia riguarda anche ingegneri, pianificatori e decisori pubblici
Per il mondo tecnico delle costruzioni, questa ipotesi è interessante non perché apra davvero, domani mattina, un mercato per dighe climatiche tra Alaska e Siberia. È rilevante perché mostra come il cambiamento climatico stia spostando il confine dell’ingegneria: da disciplina che progetta opere dentro l’ambiente a disciplina chiamata, almeno teoricamente, a modificare intenzionalmente i grandi sistemi ambientali.
Qui l’ingegneria non si limita più a dimensionare un’opera contro un’azione esterna — vento, sisma, moto ondoso, ghiaccio, carico idraulico — ma entra in un campo in cui l’opera stessa diventa una forzante climatica. La diga non sarebbe progettata per resistere al clima: sarebbe progettata per cambiarlo.
È un passaggio concettuale enorme. E impone alcune domande:
- quale livello di incertezza è accettabile per un’opera con effetti planetari?
- chi decide se un intervento climatico globale è legittimo?
- come si valutano gli impatti irreversibili su ecosistemi, comunità locali, rotte navali e sicurezza internazionale?
- quale rapporto deve esistere tra mitigazione delle emissioni e geoingegneria?
Il rischio più evidente è che soluzioni di questo tipo diventino un alibi culturale: invece di ridurre emissioni, consumi energetici e dipendenza dai combustibili fossili, si potrebbe essere tentati di inseguire la grande opera salvifica. Ma lo stesso studio non autorizza questa lettura. La chiusura dello Stretto di Bering viene descritta come ipotesi estrema, da comprendere scientificamente, non come alternativa alla decarbonizzazione.
Che cosa è la geoingegneria
La geoingegneria (o ingegneria climatica) è l’insieme di tecniche che mirano a modificare deliberatamente il sistema climatico terrestre su larga scala, per contrastare il riscaldamento globale e i suoi effetti. Le principali strategie si dividono in due categorie: rimozione della CO₂ dall’atmosfera (CDR), ad esempio tramite riforestazione, biochar o stoccaggio geologico, e gestione della radiazione solare (SRM), che punta a riflettere più luce nello spazio. Queste soluzioni sono però controverse, perché comportano rischi ambientali, incertezze scientifiche e complesse implicazioni etiche e geopolitiche.
La vera lezione: la prevenzione resta più solida della correzione estrema
Il caso della diga nello Stretto di Bering ci ricorda una cosa semplice e scomoda: quando si lascia degradare un sistema complesso, le soluzioni diventano sempre più costose, incerte e invasive. Vale per un edificio non manutenuto, per una città esposta al rischio idrogeologico, per una rete infrastrutturale trascurata. E vale, in scala immensamente più grande, per il sistema climatico.
L’AMOC è una grande infrastruttura naturale. Non è stata progettata dall’uomo, ma sostiene una parte rilevante dell’equilibrio climatico da cui dipendono agricoltura, coste, approvvigionamenti, città, energia e sicurezza. Pensare di stabilizzarla con una diga tra due continenti significa riconoscere quanto sia avanzato il livello di preoccupazione scientifica.
Ma proprio per questo la conclusione non dovrebbe essere l’entusiasmo per l’opera estrema. Dovrebbe essere il contrario: ridurre le emissioni, contenere il riscaldamento globale, adattare edifici e città, proteggere coste e territori, aumentare la resilienza delle infrastrutture. La geoingegneria può forse essere studiata come ultima difesa, ma non può diventare la prima politica.
In fondo, la domanda posta da questa ricerca non è soltanto se si possa costruire una diga nello Stretto di Bering.
La domanda più profonda è un’altra: quanto ancora vogliamo spingerci verso scenari in cui, per proteggere il clima, saremo costretti a immaginare opere che modificano gli oceani?
FAQ TECNICHE: Diga nello Stretto di Bering per l’AMOC | Ingenio
Che cos’è l’AMOC e perché è rilevante per il clima?
L’AMOC, Atlantic Meridional Overturning Circulation, è il grande sistema di circolazione oceanica dell’Atlantico che trasferisce acqua calda e salata verso nord in superficie e acqua fredda verso sud in profondità.
Contribuisce alla redistribuzione del calore sul pianeta e influenza il clima europeo, le precipitazioni, il livello del mare e alcuni equilibri atmosferici.
Il suo possibile indebolimento è considerato uno dei rischi climatici più rilevanti perché riguarda un sistema complesso, non facilmente reversibile.
Perché si ipotizza una diga nello Stretto di Bering?
Lo Stretto di Bering consente lo scambio di masse d’acqua tra Pacifico e Artico, con effetti indiretti sul bilancio di acqua dolce che può raggiungere il Nord Atlantico.
La chiusura artificiale dello stretto, secondo lo studio citato, potrebbe ridurre l’apporto di acqua relativamente dolce verso l’Atlantico settentrionale.
In teoria, questo aiuterebbe a mantenere più salato e più denso il sistema che alimenta la circolazione termoalina.
Quali vantaggi teorici avrebbe la chiusura dello Stretto di Bering?
Secondo lo studio richiamato dall’articolo, in alcune condizioni la chiusura potrebbe aumentare la stabilità dell’AMOC e rafforzarne l’intensità.
Il dato più significativo indicato è un possibile incremento della forza dell’AMOC di circa 2,5 ± 0,5 sverdrup nelle condizioni modellate.
Il vantaggio non è però certo né generalizzabile: dipende dallo stato del sistema oceanico al momento dell’eventuale intervento.
Quali sarebbero le principali criticità progettuali e costruttive?
L’opera avrebbe una lunghezza complessiva di circa 80 km, in un’area remota, fredda, logisticamente complessa e geopoliticamente sensibile.
Le criticità riguarderebbero fondazioni marine, azioni da ghiaccio, onde, correnti, durabilità dei materiali, cantierizzazione, manutenzione e monitoraggio continuo.
A queste si aggiungono gli impatti su ecosistemi, rotte biologiche, comunità locali, navigazione e rapporti internazionali.
Quali controlli sarebbero necessari per un’infrastruttura di questo tipo?
Un’opera di geoingegneria climatica richiederebbe un sistema di monitoraggio molto più ampio rispetto a una diga convenzionale.
Non basterebbero controlli strutturali e geotecnici: servirebbero osservazioni oceanografiche, climatiche, ecologiche e socioeconomiche su scala pluridecennale.
Il nodo principale sarebbe la capacità di distinguere effetti utili, effetti collaterali e conseguenze irreversibili sul sistema climatico.
Qual è l’errore interpretativo da evitare?
L’errore principale è leggere la diga nello Stretto di Bering come una soluzione pronta o come alternativa alla decarbonizzazione.
Lo studio va interpretato come proof of concept scientifico, non come progetto approvato o immediatamente cantierabile.
La lezione tecnica è opposta: più si ritarda la riduzione delle emissioni, più diventano plausibili scenari estremi, costosi, incerti e potenzialmente rischiosi.
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