Il calcestruzzo e il colesterolo: perchè contano le prestazioni e non i dosaggi
GWP del calcestruzzo significa misurare l’impronta carbonica del materiale, ma non sostituire la qualità tecnica con una nuova ricetta prescrittiva. La sfida è chiedere calcestruzzi con minore CO₂ incorporata, ma capaci di garantire resistenza, durabilità, lavorabilità, vita utile e prestazioni verificabili nell’opera.
Il GWP del calcestruzzo misura il potenziale di riscaldamento globale del materiale, espresso in kg di CO₂ equivalente, ma non può diventare l’unico criterio di valutazione. Attraverso la metafora del colesterolo e del gelato alla crema, l’articolo chiarisce un punto tecnico centrale: non bisogna chiedere la “ricetta” del calcestruzzo, ma la prestazione finale. Resistenza, durabilità, lavorabilità, vita utile e impatto ambientale devono essere misurabili, documentabili e coerenti con l’opera. La UNI/PdR 176:2025 offre un riferimento utile perché collega il GWP alle prestazioni meccaniche e alla valutazione LCA.
GWP e calcestruzzo: non chiediamo la ricetta, chiediamo la prestazione
Oggi parlare di calcestruzzo significa parlare anche di CO₂ e di GWP, il Global Warming Potential, cioè il potenziale di riscaldamento globale espresso in kg di CO₂ equivalente.
È giusto che sia così.
La sostenibilità ambientale non è più un tema accessorio, né una dichiarazione di principio da inserire nelle premesse dei documenti progettuali. È diventata una variabile tecnica, industriale, economica e culturale. Riguarda il futuro delle costruzioni, la competitività delle imprese, la credibilità delle scelte progettuali e, più in generale, il modo in cui il settore interpreta la propria responsabilità nei confronti dell’ambiente.
Ma proprio perché il tema è importante, va affrontato con rigore ingegneristico.
E qui il GWP del calcestruzzo mi fa venire in mente, curiosamente, il colesterolo.
Il colesterolo è, per me, una delle metafore più efficaci della CO₂ nella società moderna: qualcosa che non possiamo ignorare, che dobbiamo misurare, controllare e ridurre quando necessario, ma che non può diventare l’unico criterio con cui giudichiamo la qualità complessiva di ciò che consumiamo, produciamo o costruiamo.
Quando da ragazzo andavo a comprare un gelato, soprattutto il gelato alla crema che era il mio preferito, non chiedevo al gelataio quale fosse esattamente la composizione della ricetta. Non gli domandavo se avesse usato 600 grammi di latte, 150 grammi di panna, 90 grammi di tuorlo d’uovo, una certa quantità di zucchero, aromi naturali, vaniglia o scorza di limone.
Gli chiedevo una cosa molto più semplice, ma anche molto più esigente: volevo un gelato alla crema buono.
Quella era la prestazione attesa.
Non davo indicazioni su quanto latte, panna, uova o vaniglia dovesse usare. Il mio giudizio non era sulla ricetta. Era sul risultato.
Nel calcestruzzo, invece, per molto tempo abbiamo fatto il contrario.
Anche per effetto di una normativa spesso troppo prescrittiva, infarcita di dosaggi minimi, rapporti acqua/cemento, coefficienti k delle aggiunte e vincoli compositivi, abbiamo continuato a chiedere “gelati” specificando qualche pezzo della ricetta, invece di chiedere con chiarezza le prestazioni finali.
Abbiamo chiesto un certo contenuto minimo di cemento, un certo rapporto acqua/cemento massimo, una certa combinazione di componenti.
Ma il punto vero, per un materiale da costruzione, dovrebbe essere un altro: cosa deve fare quel calcestruzzo? Quale resistenza deve garantire? Quale durabilità? Quale comportamento rispetto alla penetrazione dell’acqua? Quale resistenza alla migrazione dei cloruri? Quale vita utile attesa in uno specifico ambiente di esposizione?
Ed è proprio qui che si colloca il punto centrale.
Al progettista, al committente, all’impresa, alla direzione lavori e, alla fine, all’utilizzatore dell’opera non interessa davvero conoscere ogni dettaglio della “ricetta” del calcestruzzo. Interessa sapere se quel materiale è in grado di svolgere correttamente la funzione per cui viene impiegato.
Interessa sapere se l’opera sarà sicura.
Se sarà durevole.
Se resisterà all’ambiente in cui verrà inserita.
Se manterrà nel tempo le prestazioni previste dal progetto.
Se richiederà poca manutenzione.
Se avrà un impatto ambientale coerente con gli obiettivi dichiarati.
E, soprattutto, interessa che tutto questo non resti una promessa commerciale o una dichiarazione di principio, ma diventi qualcosa di misurabile, verificabile e documentabile.
Questo è il cuore dell’approccio prestazionale.
Non significa ignorare la composizione del calcestruzzo. La miscela resta fondamentale: il cemento, le aggiunte, gli aggregati, l’acqua, gli additivi, il rapporto tra i componenti e il processo produttivo sono elementi decisivi per ottenere il risultato finale. Ma sono strumenti in mano al produttore, non nella penna de progettista, a cui interessa la prestazione
Il fine ultimo è la prestazione.
Una prestazione meccanica, quando chiediamo una determinata resistenza.
Una prestazione di durabilità, quando chiediamo un certo comportamento rispetto alla penetrazione dell’acqua, alla migrazione dei cloruri, al gelo-disgelo, alla carbonatazione o agli ambienti aggressivi.
Una prestazione di messa in opera, quando chiediamo lavorabilità, mantenimento della consistenza, pompabilità, stabilità e corretta compattazione.
Riferimenti normativi utili
UNI/PdR 176:2025 — Profili di sostenibilità del calcestruzzo preconfezionato
Rilevante perché introduce un quadro per misurare l’impatto ambientale del calcestruzzo preconfezionato e mette in relazione il GWP con le prestazioni meccaniche, attraverso classi di efficienza utili anche al calcolo LCA dell’opera.
Link suggerito: “UNI/PdR 176:2025”.
UNI EN 206:2021 — Calcestruzzo: specificazione, prestazione, produzione e conformità
Rilevante perché definisce il quadro tecnico di base per il calcestruzzo destinato a strutture gettate in sito, prefabbricate e componenti strutturali per edifici e opere di ingegneria civile.
Link suggerito: “UNI EN 206:2021”.
UNI EN 15804:2021 — Sostenibilità delle costruzioni: dichiarazioni ambientali di prodotto, regole quadro per categoria di prodotto
Rilevante perché fornisce le regole quadro per le EPD dei prodotti e servizi per le costruzioni, quindi è centrale per documentare e confrontare gli impatti ambientali lungo il ciclo di vita.
Link suggerito: “UNI EN 15804:2021”.
UNI 11104:2025 — Calcestruzzo: specificazione, prestazione, produzione e conformità; specificazioni complementari per l’applicazione della EN 206
Rilevante perché collega il quadro europeo della EN 206 alle specificazioni nazionali italiane e, secondo quanto riportato da INGENIO, richiama le classi di efficienza ambientale collegate alla UNI/PdR 176:2025.
Link suggerito: “UNI 11104:2025”.
Torniamo al colesterolo del calcestruzzo
Oggi, quando scegliamo un alimento, non ci accontentiamo più di chiedere che sia buono. Chiediamo anche che sia più leggero, meno grasso. E questo è diventato possibile perché l’industria alimentare è andata avanti. La tecnologia, la chimica degli alimenti, la conoscenza delle materie prime e dei processi hanno consentito di ottenere prodotti capaci di conservare gusto, consistenza e piacevolezza, riducendo al tempo stesso alcuni elementi indesiderati.
Grazie al contributo della chimica il gelato è cambiato. Oggi può sciogliersi meno rapidamente, mantenere meglio la struttura, liberare aromi più intensi al contatto con la saliva, essere più leggero grazie a una diversa gestione dell’aria incorporata, usare meno panna o bilanciare meglio grassi e zuccheri.
In sostanza, può essere più buono, anche con meno “colesterolo”.
La nostra richiesta, quindi, è diventata più evoluta: vogliamo un gelato buono e, insieme, più leggero.
Ma il modo in cui formuliamo questa richiesta non è cambiato nella sua natura: non andiamo dal gelataio a prescrivere la ricetta. Chiediamo una prestazione.
Dalla metafora del gelato torniamo al calcestruzzo.
Il GWP, da questo punto di vista, non dovrebbe diventare l’ennesimo parametro prescrittivo da sovrapporre agli altri. Non dovrebbe trasformarsi in una nuova ricetta obbligata. Dovrebbe invece entrare nel progetto come una vera prestazione ambientale: misurabile, dichiarabile, confrontabile e verificabile.
Perché il rischio è evidente: passare da una prescrizione tradizionale basata sul contenuto di cemento a una nuova prescrizione “verde” basata su vincoli compositivi altrettanto rigidi, senza fare il salto culturale che serve davvero.
La strada giusta, a mio avviso, è quella indicata da ATECAP con la UNI/PdR 176:2025, che affronta il tema della sostenibilità del calcestruzzo preconfezionato mettendo in relazione il GWP con le prestazioni meccaniche, attraverso classi di efficienza ambientale e dati utili anche per il calcolo LCA dell’opera. È un approccio che sposta il tema della CO₂ dentro una cornice prestazionale e misurabile, senza separarlo dalla qualità tecnica del materiale.
È un passaggio importante perché la sostenibilità di un’opera dipende certamente dall’impronta carbonica dei materiali, ma non solo da quella. Dipende anche dalla robustezza, dalla durabilità, dalla vita utile, dalla manutenzione necessaria nel tempo, dalla capacità dell’opera di mantenere le prestazioni previste nelle condizioni reali di esercizio.
Un calcestruzzo con un GWP più basso non è automaticamente un calcestruzzo migliore se non garantisce le prestazioni richieste dall’opera. Al contrario, un materiale che riduce l’impatto iniziale ma compromette durabilità, sicurezza o vita utile rischia di spostare il problema più avanti, magari aumentando interventi di ripristino, consumi di risorse e costi ambientali complessivi.
Per questo il calcestruzzo non deve essere giudicato solo per ciò che contiene, ma per ciò che garantisce.
In questa prospettiva, la scelta delle soluzioni deve restare in capo a chi possiede le competenze tecniche e industriali per governare il processo - progettisti, produttori, tecnologi del calcestruzzo, imprese, direzioni lavori, laboratori e committenze qualificate - ma ognuno per la parte di sua competenza. È questa filiera che deve definire e verificare il “calcestruzzo buono e con poco colesterolo”: resistente, durevole, lavorabile, robusto, idoneo alla specifica applicazione e con una minore impronta carbonica.
Come per i Gelati anche in questo caso l’industria chimica ha fatto passi enormi. Gli additivi di nuova generazione consentono oggi di lavorare sulla reologia, sulla riduzione dell’acqua, sul mantenimento della consistenza, sullo sviluppo delle resistenze, a breve e lungo termine, sullo sviluppo di calore, sulla capacità del calcestruzzo di essere messo correttamente in opera, di resistere meglio ai tempi di attesa in autobetoniera, di poter utilizzare acque e aggregati di riciclo, di poter valorizzare cementi a minore contenuto di clincker, di avere meno ritiro, di garantire la durabilità anche dopo la fessurazione, ... I cementi a basso contenuto di clinker, l’uso intelligente delle aggiunte, le soluzioni leganti innovative e, per alcune applicazioni, anche i geopolimeri, aprono scenari che fino a pochi anni fa erano difficili da immaginare.
Ma proprio questa ricchezza tecnologica conferma il punto centrale: non dobbiamo chiudere l’innovazione dentro ricette troppo rigide.
Dobbiamo definire le prestazioni attese e lasciare alla competenza della filiera il compito di raggiungerle con le migliori tecnologie disponibili.
La via da seguire è questa: smettere di pensare solo in termini di prescrizioni - di fantomatici rapporti acqua cemento, di dosaggi minimi, .... - e iniziare a ragionare davvero in termini di prestazioni. Prestazioni meccaniche, prestazioni di durabilità, prestazioni ambientali, prestazioni di messa in opera, prestazioni lungo l’intero ciclo di vita.
E le prestazioni, a differenza di molte prescrizioni compositive, possono essere controllate, misurate, monitorate e documentate.
Questo è il tassello decisivo per qualificare l’intero processo che porta alla realizzazione dell’opera.
Perché il futuro del calcestruzzo non sarà deciso soltanto dalla quantità di cemento che contiene o dalla quantità di CO₂ che incorpora. Sarà deciso dalla sua capacità di garantire opere sicure, durevoli, sostenibili e tecnicamente affidabili.
In fondo, anche per il calcestruzzo vale ciò che vale per un buon gelato alla crema.
La ricetta conta.
Ma alla fine bisogna sapere se il gelato è buono.
E oggi, possibilmente, anche con meno colesterolo.

FAQ TECNICHE: GWP calcestruzzo e prestazioni ambientali | Ingenio
Che cosa indica il GWP del calcestruzzo?
Il GWP, Global Warming Potential, indica il potenziale di riscaldamento globale associato al calcestruzzo.
È espresso generalmente in kg di CO₂ equivalente e consente di quantificare l’impronta climatica del materiale.
Nel caso del calcestruzzo, il valore dipende da cemento, aggiunte, aggregati, acqua, additivi, produzione, trasporto e LCA considerati. Non è quindi un giudizio assoluto sul materiale, ma un indicatore ambientale da leggere insieme alle prestazioni tecniche.
In quali contesti progettuali il GWP diventa rilevante?
Il GWP è rilevante in edifici, infrastrutture, opere pubbliche, prefabbricazione, interventi soggetti a CAM, protocolli ambientali e valutazioni LCA.
Diventa particolarmente importante quando il progetto richiede la documentazione dell’impatto ambientale dei materiali.
Per il progettista non basta conoscere il valore di CO₂ equivalente: occorre collegarlo a classe di resistenza, durabilità, vita utile e condizioni di esposizione.
Il dato ambientale deve quindi entrare nella specifica tecnica senza indebolire la prestazione strutturale e funzionale.
Quali riferimenti normativi sono collegati al tema?
Il riferimento più diretto citato nell’articolo è la UNI/PdR 176:2025, dedicata ai profili di sostenibilità del calcestruzzo preconfezionato.
La UNI EN 206 disciplina specificazione, prestazione, produzione e conformità del calcestruzzo, mentre la UNI 11104:2025 fornisce specificazioni complementari nazionali per l’applicazione della EN 206.
Per la documentazione ambientale, la UNI EN 15804:2021 è rilevante perché definisce regole quadro per le EPD dei prodotti da costruzione.
Qual è il vantaggio dell’approccio prestazionale rispetto alla ricetta prescrittiva?
L’approccio prestazionale sposta l’attenzione da “quanto cemento contiene il calcestruzzo” a “quali prestazioni garantisce nell’opera”.
Questo consente di valutare insieme resistenza meccanica, durabilità, lavorabilità, vita utile, manutenzione e impatto ambientale.
La composizione resta fondamentale, ma diventa il mezzo tecnico per raggiungere un risultato, non il fine della prescrizione.
In questo modo si lascia spazio all’innovazione industriale, agli additivi, ai cementi a minore clinker e alle aggiunte qualificate.
Come si prescrive correttamente un calcestruzzo a minore GWP?
La prescrizione dovrebbe indicare le prestazioni richieste: classe di resistenza, classi di esposizione, consistenza, eventuali requisiti di durabilità, vita utile attesa e documentazione ambientale.
Il GWP va collegato a un metodo di calcolo dichiarato, a dati tracciabili e a confini LCA chiari.
Non dovrebbe essere introdotto come vincolo generico sulla ricetta, ma come prestazione ambientale da dimostrare.
Il calcestruzzo con GWP più basso è sempre migliore?
No. Un calcestruzzo con GWP più basso non è automaticamente migliore se non garantisce le prestazioni richieste dall’opera.
La riduzione della CO₂ incorporata deve essere compatibile con resistenza, durabilità, protezione delle armature, posa corretta e vita utile.
Un materiale meno emissivo ma meno durevole può generare maggiori costi ambientali nel ciclo di vita, a causa di manutenzioni, ripristini o sostituzioni anticipate.
La sostenibilità va quindi valutata sull’opera, non solo sul singolo metro cubo di materiale.
Quali errori bisogna evitare quando si parla di GWP del calcestruzzo?
Il primo errore è trattare il GWP come unico indicatore di qualità del calcestruzzo.
Il secondo è sostituire vecchie prescrizioni compositive con nuove prescrizioni “verdi” altrettanto rigide.
Il terzo è confrontare valori ambientali senza verificare LCA, unità funzionale, classe di resistenza e condizioni d’uso.
Il quarto è dimenticare che il calcestruzzo deve essere progettato, prodotto, trasportato, gettato, compattato, stagionato e controllato correttamente.
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