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L’IA non vive solo nei server: abita già le città, i media e il futuro che immaginiamo

L’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia: è un immaginario che occupa città, infrastrutture, narrazioni pubbliche e politiche urbane. Un saggio di Alberto Vanolo, pubblicato sulla Rivista Geografica Italiana, mostra come l’IA vada letta nel tempo e nello spazio, attraverso il caso emblematico delle auto a guida autonoma a Torino e del futuro urbano contemporaneo.

L’articolo analizza il rapporto tra intelligenza artificiale, città e trasformazione urbana a partire dal saggio di Alberto Vanolo pubblicato su Rivista Geografica Italiana. Il focus riguarda l’IA non solo come tecnologia, ma come infrastruttura culturale e politica capace di ridefinire immaginari urbani, strategie territoriali e modelli di sviluppo. Attraverso il caso di Torino e delle sperimentazioni di mobilità autonoma, il testo approfondisce il concetto di smart city come “testbed” tecnologico, nel quale dati, Digital Twin, piattaforme e sistemi intelligenti diventano strumenti di costruzione simbolica del futuro urbano. L’articolo evidenzia inoltre i rischi legati alla governance dei dati, alle narrazioni tecnocratiche e alla concentrazione del potere decisionale nelle trasformazioni digitali delle città. INGENIO propone una lettura tecnica e critica dedicata a urbanisti, progettisti, amministratori, gestori infrastrutturali e professionisti della trasformazione digitale urbana.


Intelligenza artificiale, città e futuro: perché serve una geografia dell’IA

Siamo abituati a pensare l’intelligenza artificiale come qualcosa che accade dentro i server, nei data center, nei modelli generativi, nei software di automazione, nei chatbot o nei sistemi predittivi. Ma l’IA, prima ancora di diventare applicazione pienamente dispiegata, diventa racconto, promessa, infrastruttura simbolica, dispositivo di orientamento politico. È una tecnologia, certo. Ma è anche una geografia: si colloca in alcuni luoghi, ne trasforma l’immagine, produce aspettative, apre scenari di sviluppo, alimenta timori e costruisce nuove gerarchie tra città, territori, imprese e cittadini.

È questo il punto di interesse del saggio di Alberto Vanolo, che sposta la questione dall’efficienza tecnica alla collocazione culturale dell’intelligenza artificiale. Dove si trova davvero l’IA? Nel presente o nel futuro? Nei laboratori o nello spazio urbano? Nei veicoli autonomi che ancora raramente incontriamo sulle strade o nei cartelli, nei bandi, nei progetti e nelle narrazioni con cui una città prova a ridefinire se stessa?

La domanda è particolarmente rilevante per chi si occupa di urbanistica, infrastrutture, mobilità, smart city e trasformazione digitale del territorio. Perché ogni tecnologia urbana non entra mai in uno spazio neutro: si innesta in economie locali, culture tecniche, memorie industriali, politiche pubbliche, conflitti sociali e aspettative collettive.
Secondo l’articolo “Geografie culturali delle intelligenze artificiali: sulla loro collocazione nel tempo e nello spazio” di Alberto Vanolo, pubblicato su Rivista Geografica Italiana - Open Access nel fascicolo 1 del 2026, l’intelligenza artificiale va letta non soltanto come insieme di tecnologie, ma come oggetto sociale, culturale e politico, collocato in specifici immaginari spazio-temporali. Il saggio è stato pubblicato l’11 maggio 2026.

L’abstract chiarisce subito il cuore della riflessione: le intelligenze artificiali sembrano essere entrate rapidamente nella quotidianità, ma la loro posizione nel presente è ambigua. Da un lato hanno una genealogia lunga; dall’altro molti dei loro effetti più evocati sembrano appartenere ancora al futuro. Vanolo cita esempi molto concreti: auto autonome, droni per le consegne, robot umanoidi intelligenti, tecnologie molto presenti nel discorso pubblico ma ancora non pienamente ordinarie nell’esperienza quotidiana.

Il caso scelto per rendere visibile questa ambiguità è Torino, città storicamente legata alla cultura dell’automobile e oggi impegnata a riposizionarsi come laboratorio di tecnologie emergenti, smart city e mobilità autonoma.

L’IA come oggetto del presente e del futuro

Uno degli aspetti più interessanti del saggio è la critica all’idea che l’intelligenza artificiale sia semplicemente “arrivata”. Vanolo osserva che l’IA è insieme antica e futura: antica perché la sua elaborazione teorica ha radici profonde, futura perché molte delle sue applicazioni più spettacolari sono ancora promesse, prototipi, sperimentazioni, immagini mediatiche.

Il passaggio iniziale è molto efficace: “Le intelligenze artificiali sono entrate nelle nostre vite quotidiane con apparente rapidità”. Ma subito dopo l’autore introduce la tensione: la loro collocazione nel presente è complessa, perché molte delle tecnologie che associamo all’IA sono più narrate che vissute nella pratica quotidiana.

Questa osservazione è preziosa perché invita a non valutare l’IA solo in termini di prestazione tecnica. L’IA va valutata anche come dispositivo di immaginazione del futuro. Le auto autonome, per esempio, non sono solo veicoli: sono simboli di una città che vuole apparire innovativa, connessa, anticipatrice. Prima ancora di trasformare il traffico, trasformano il linguaggio politico e il marketing urbano.

Vanolo scrive che l’articolo si interroga sulla “collocazione delle intelligenze artificiali nello spazio-tempo politico”. È un’espressione densa: significa che l’IA non si limita a funzionare o non funzionare, ma partecipa alla costruzione di un’idea di città, di sviluppo e di futuro.

Torino e le auto autonome: il futuro come progetto urbano

La seconda parte del saggio si concentra su Torino e sui veicoli a guida autonoma. La scelta non è casuale. Torino è una città in cui l’automobile non è soltanto un settore industriale: è memoria urbana, struttura sociale, identità economica, cultura del lavoro, immagine nazionale. Parlare di guida autonoma a Torino significa quindi toccare una trasformazione simbolica profonda: dal passato fordista e manifatturiero alla promessa di una città-laboratorio per tecnologie intelligenti.

L’articolo ricorda che nel 2018 diversi quotidiani riferirono che Torino sarebbe stata la prima città italiana a testare auto a guida autonoma negli spazi pubblici. Nei primi eventi pubblici, la retorica era quella dell’anticipazione: “vediamo nel presente quello che fino a solo qualche mese fa consideravamo il futuro”.

Ma proprio qui emerge il punto critico: quanto di quel futuro è realmente entrato nella città? Quanto è infrastruttura effettiva e quanto è immaginario istituzionale? Vanolo cita il caso di sperimentazioni, progetti, comunicazioni pubbliche e segnali urbani che rendono l’auto autonoma già presente nella città, almeno sul piano comunicativo, anche quando la sua presenza fisica rimane episodica o incerta.

Il saggio richiama anche l’avvio, nell’ottobre 2025, della sperimentazione della navetta a guida autonoma AuToMove, aperta al pubblico tramite prenotazione e presentata come parte di un progetto di mobilità urbana smart e sostenibile.

L’auto autonoma, in questa lettura, non è solo un mezzo di trasporto: è una tecnologia narrativa che consente alla città di dichiarare il proprio ingresso nel futuro.

Per chi lavora sul territorio, l’aspetto più importante non è stabilire se l’auto autonoma arriverà davvero nei tempi annunciati. Il punto è capire quali effetti producono già oggi le promesse tecnologiche. Una città che si presenta come laboratorio di IA orienta investimenti, politiche, bandi, partnership pubblico-private, infrastrutture digitali, priorità comunicative.

Ma può anche oscurare altri problemi: trasporto pubblico, manutenzione, accessibilità, disuguaglianze, qualità dello spazio urbano.
Nel saggio emerge una tensione molto attuale: l’intelligenza artificiale può essere raccontata come tecnologia inevitabile, ma ogni futuro tecnologico è anche una scelta politica. Vanolo richiama il rischio che soggetti dotati di potere economico e istituzionale possano orientare l’immaginazione del futuro secondo interessi specifici. In questa prospettiva, discutere di IA significa politicizzare il futuro, sottraendolo alla sola narrazione tecnocratica.

È un passaggio fondamentale anche per il dibattito italiano sulle smart city. Troppo spesso la città intelligente viene descritta come un catalogo di soluzioni: sensori, piattaforme, reti 5G, veicoli autonomi, gemelli digitali, algoritmi predittivi. Ma la domanda più importante è un’altra: quale città viene costruita attraverso queste tecnologie? Chi decide le priorità? Quali dati vengono raccolti? Chi li governa? Quali infrastrutture diventano essenziali? Quali bisogni restano fuori dal racconto dell’innovazione?

Vanolo propone due possibilità concettuali. La prima è collocare IA e veicoli autonomi in un futuro da discutere politicamente, per evitare che l’immaginazione urbana sia monopolizzata da élite tecnocratiche o interessi privati. La seconda è decentrare l’IA dal futuro, ammettendo che in alcuni campi il suo impatto possa essere meno rivoluzionario di quanto annunciato.

Questa seconda ipotesi è altrettanto importante. Non tutte le promesse tecnologiche si realizzano. Non tutte le innovazioni cambiano la città con la stessa intensità. Alcune diventano infrastrutture profonde; altre restano dimostrazioni, progetti pilota, dispositivi di immagine. Per questo la pianificazione urbana dovrebbe distinguere tra sperimentazione utile, retorica dell’innovazione e reale trasformazione dei servizi.

Dalla smart city alla città come “testbed”

Il saggio richiama il concetto di testbed urbanism: la città non è solo il luogo in cui si verifica una tecnologia, ma diventa essa stessa un ambiente costruito per renderla possibile. Il test, quindi, non è soltanto prova tecnica. È produzione attiva di uno spazio dove il futuro può essere rappresentato, comunicato e in parte materializzato.

Per un tecnico questo passaggio è decisivo. Ogni progetto pilota richiede strade, dati, sensori, autorizzazioni, responsabilità, manutenzione, interoperabilità, modelli economici, standard, sicurezza. La retorica dell’innovazione tende a mostrare il veicolo autonomo, il robot, la piattaforma digitale. Ma dietro questi oggetti ci sono infrastrutture materiali e immateriali: reti, cloud, edge computing, mappature, sistemi di controllo, norme, contratti, competenze.

La domanda di fondo diventa allora: una città che si candida a laboratorio di IA sta costruendo capacità pubblica o sta semplicemente offrendo spazio urbano a sperimentazioni guidate da altri? Sta rafforzando la propria autonomia progettuale o sta delegando la visione del futuro a piattaforme e operatori privati?

Conclusione: governare l’IA significa governare l’immaginario urbano

Il contributo più interessante del saggio di Alberto Vanolo è forse questo: costringerci a guardare l’intelligenza artificiale non solo come una tecnologia da adottare, ma come una narrazione da interrogare. L’IA non entra nelle città soltanto attraverso algoritmi, sensori, veicoli autonomi o piattaforme digitali. Entra prima ancora attraverso le parole con cui viene presentata, le immagini con cui viene promessa, i progetti pilota con cui viene resa visibile e i futuri che autorizza a immaginare.

Per questo il tema non riguarda solo informatici, data scientist o imprese tecnologiche. Riguarda urbanisti, amministratori, ingegneri, architetti, gestori di infrastrutture e cittadini. Ogni volta che una città si definisce “intelligente”, “autonoma”, “data-driven” o “laboratorio di innovazione”, sta compiendo anche un atto politico: sta scegliendo quali problemi mettere al centro, quali soggetti coinvolgere, quali infrastrutture finanziare e quali modelli di sviluppo rendere desiderabili.

La sfida, allora, non è frenare l’innovazione, né accoglierla in modo acritico. È riportarla dentro un progetto urbano consapevole. Un progetto capace di distinguere tra sperimentazione utile e retorica tecnologica, tra infrastruttura pubblica e vetrina comunicativa, tra servizio per la collettività e costruzione di immagine. Le auto autonome, i sistemi predittivi, i digital twin, le piattaforme di gestione urbana possono diventare strumenti importanti, ma solo se inseriti in una visione che non dimentichi accessibilità, sicurezza, manutenzione, inclusione sociale, sostenibilità ambientale e controllo democratico dei dati.

In fondo, la domanda più urgente non è se l’intelligenza artificiale cambierà le città. In parte lo sta già facendo. La vera domanda è chi avrà la capacità di orientare questo cambiamento. Se il futuro urbano verrà affidato soltanto alla forza delle promesse tecnologiche, rischierà di diventare un racconto scritto da pochi e abitato da molti. Se invece sarà discusso, progettato e governato con competenza pubblica, allora l’IA potrà diventare non il fine della trasformazione urbana, ma uno degli strumenti per costruire città più leggibili, efficienti, inclusive e realmente abitabili.

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