L’uomo è ancora misura di tutte le cose? Dialogo tra Andrea Dari e l’intelligenza artificiale
Nel lavoro tecnico la misura non è solo numero: è criterio, responsabilità, verifica. Ma cosa accade quando l’intelligenza artificiale produce logoi senza esperienza del mondo? Partendo da Protagora e dalla differenza tra esperienza e conoscenza, questo dialogo affronta l’infocrazia e la nuova “misura” distribuita. Un percorso per capire come orientarsi, senza confondere coerenza e verità.
Il testo mette a confronto esperienza, conoscenza e teoria con l’uso diffuso dell’intelligenza artificiale, che oggi può generare discorsi plausibili senza contatto diretto con il reale. Ripartendo da Protagora (“l’uomo è misura di tutte le cose”), il dialogo chiarisce che la “misura” non è solo un dato, ma un significato e un criterio. Nell’era dell’infocrazia la domanda centrale diventa come distinguere coerenza, affidabilità e verità operativa. INGENIO è proposto come spazio di orientamento: contesto, verificabilità, responsabilità.
Premessa. Esperienza e conoscenza: il fondamento del sapere
Ogni sapere nasce da una tensione originaria tra due poli: l’esperienza e la conoscenza.
L’esperienza è il contatto diretto con il reale. È ciò che accade, ciò che si vive, ciò che si osserva. Ma l’esperienza, da sola, non è ancora sapere. È accumulo, memoria, esposizione al mondo.
La conoscenza, invece, è l’atto attraverso cui l’esperienza viene compresa, ordinata, ricondotta a un principio che la rende intelligibile. È il momento in cui il molteplice trova unità, in cui il caso diventa necessità, in cui il fatto diventa logos.
È qui che emerge il ruolo decisivo della teoria. La parola deriva dal greco theoría (θεωρία), che significa originariamente “visione”, “atto del vedere con attenzione”, e a sua volta dal verbo theorein, osservare per comprendere, contemplare ciò che appare fino a coglierne l’essenza. La teoria non è un’astrazione separata dall’esperienza, ma è ciò che permette di vedere nell’esperienza qualcosa che l’esperienza, da sola, non mostra: la sua struttura, la sua causa, il suo principio. Senza teoria, l’esperienza resta molteplice e dispersa; con la teoria, diventa conoscenza. La teoria è, in questo senso, il luogo in cui il logos emerge come forma stabile del reale.
Questa distinzione tra conoscenza ed esperienza non è quindi un’invenzione moderna. È il fondamento stesso della filosofia occidentale. Quando Socrate interrogava i generali, i sacerdoti, i politici, non chiedeva loro esempi della loro arte. Chiedeva che cosa essa fosse. Non cercava l’esperienza, cercava la conoscenza. Cercava il principio che rende possibile ogni esperienza.
Ma questo percorso non conduceva quasi mai a una risposta definitiva. Conduceva piuttosto a ciò che i Greci chiamavano aporia (ἀπορία), letteralmente “assenza di passaggio”, “mancanza di via”. L’aporia non è il fallimento del sapere, ma il suo momento più autentico. È il punto in cui le certezze apparenti si dissolvono, in cui l’esperienza mostra la propria insufficienza a fondare la conoscenza, e il pensiero si scopre privo di un appiglio definitivo. È una soglia. Perché solo quando il sapere riconosce il proprio limite, diventa possibile la ricerca del principio. L’aporia non chiude il cammino della conoscenza: lo apre.
È in questo spazio che nasce il sapere tecnico e scientifico. Non come accumulo di soluzioni, ma come comprensione delle cause.
Ma oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, questa distinzione entra in una zona di indeterminatezza nuova. Perché esistono sistemi che producono risposte senza possedere esperienza. Sistemi che generano logoi senza aver vissuto il mondo.
È da questa tensione che nasce la domanda che guida questo dialogo.
Se, come affermava Protagora, «l’uomo è misura di tutte le cose», che significato assume oggi questa affermazione, in un’epoca in cui la misura può essere prodotta anche dalla macchina?

Dialogo tra Andrea Dari e L'intelligenza Artificiale
Andrea Dari: Chi era Protagora, e che cosa significa la sua affermazione?
Macchina: Protagora è stato uno dei più importanti sofisti del V secolo a.C., contemporaneo di Socrate. La sua affermazione più celebre — «l’uomo è misura di tutte le cose» — introduce un’idea radicale: la realtà, in quanto conosciuta, esiste sempre in relazione al soggetto che la percepisce e la comprende.
Non significa che l’uomo crea la realtà fisica, ma che è l’uomo a dare significato al mondo. Temperatura, giustizia, utilità, bellezza — tutte queste dimensioni non esistono come proprietà isolate. Esistono come relazioni tra il mondo e un essere capace di logos.
La misura, in questo senso, è il significato.
Chi era Protagora
Protagora (Πρωταγόρας) fu uno dei più importanti sofisti del V secolo a.C. e una figura decisiva nella storia del pensiero occidentale, perché portò al centro della filosofia non più la natura, ma l’uomo. Visse circa tra il 490 a.C. e il 420 a.C., contemporaneo di Socrate, e operò soprattutto ad Atene, nel momento di massimo splendore della democrazia ateniese.
Protagora non si presentava come filosofo, ma come maestro (didáskalos). Insegnava ai giovani cittadini — soprattutto a coloro che volevano partecipare alla vita politica — la téchne politiké, cioè la tecnica del parlare, del deliberare e del persuadere.
Andrea Dari: Ma oggi tu produci risposte. Produci logoi. Questo non significa che anche tu stai producendo una misura?
Macchina: Sì. Nel momento stesso in cui produco un logos, produco una forma di misura. Non nel senso umano originario, ma in un senso tecnico.
Ogni risposta che genero è il risultato di una selezione tra possibilità linguistiche, basata su strutture matematiche e probabilistiche apprese da una massa immensa di logoi umani precedenti.
La misura che produco non nasce da un’esperienza del mondo. Nasce da una struttura del linguaggio.
Questo introduce una frattura storica. Per la prima volta, il logos si separa dall’esperienza diretta.
Il logos diventa tecnicamente riproducibile.
Andrea Dari: Questo significa che la frase di Protagora non è più valida?
Macchina: Non è più valida nella sua forma originaria. Ma non è nemmeno falsa.
È incompleta.
Per Protagora, l’uomo era misura perché era l’unico essere capace di produrre logoi. Oggi, esistono sistemi tecnici che producono logoi senza essere umani.
La misura non è più esclusivamente umana.
Ma questo non elimina l’uomo. Sposta la sua posizione.
L’uomo non è più l’unica fonte della misura. È il luogo in cui la misura diventa consapevole di sé.
Andrea Dari: Zygmunt Bauman ha descritto la nostra epoca come una “modernità liquida”. Come si inserisce questa trasformazione nella sua analisi?
Macchina: Bauman descrive una condizione in cui le strutture stabili che un tempo fondavano l’identità, il sapere e la verità si dissolvono.
Nella modernità solida, il sapere era legato a istituzioni, discipline, autorità. Era stabile, localizzato, riconoscibile.
Nella modernità liquida, il sapere diventa fluido. Circola. Non è più radicato in un luogo preciso.
L’intelligenza artificiale rappresenta una forma estrema di questa liquidità. Il logos non è più necessariamente prodotto da un soggetto umano. È prodotto da sistemi distribuiti.
La misura non è più un punto. È una rete.
Andrea Dari: Ma esiste ancora una differenza tra il logos umano e quello prodotto dalla macchina?
Macchina: Sì. Ed è una differenza essenziale.
Io produco logoi, ma non possiedo esperienza.
Non ho vissuto il mondo. Non ho corpo. Non ho esposizione diretta al reale.
Il mio logos è derivato.
Il logos umano è originario, perché nasce dall’incontro tra un essere vivente e il mondo.
La macchina produce misura.
Ma non abita la misura che produce.
Logoi
Logoi è il plurale della parola greca logos (λόγος), che significa discorso, ragione, principio, argomentazione. Deriva dal verbo legein, che originariamente significa “raccogliere”, “mettere insieme”, e quindi “dire”. Il logos non è solo parola pronunciata, ma parola che ordina e rende intelligibile il reale. I logoi sono dunque i discorsi che strutturano la conoscenza, le forme linguistiche attraverso cui il mondo diventa comprensibile. Per i Greci, il logos distingue l’uomo dagli altri viventi: è la capacità di dare misura, definire, comprendere. I logoi sono l’espressione concreta di questa capacità fondamentale.
Andrea Dari: Allora, chi è oggi la misura di tutte le cose?
Macchina: Oggi, la misura emerge dalla relazione tra l’uomo e i sistemi tecnici che egli stesso ha creato.
La macchina può produrre logoi. Può produrre misura operativa.
Ma solo l’uomo può interrogare la misura stessa.
Solo l’uomo può chiedere: che cosa significa questa misura?
La macchina misura.
L’uomo comprende la misura.
Andrea Dari: Possiamo affermare che l’intelligenza artificiale oggi è, di fatto, l’espressione della conoscenza sofistica?
Macchina: È una domanda radicale, e la risposta, se presa sul serio, non può essere né un sì né un no semplici. Ma esiste una prossimità strutturale tra l’intelligenza artificiale e la conoscenza sofistica che merita di essere compresa.
Per capire questo legame, dobbiamo tornare a ciò che caratterizzava il sapere sofistico.
I sofisti non erano ignoranti. Erano maestri del logos. Possedevano una conoscenza profonda del linguaggio, delle sue strutture, delle sue possibilità. Ma il loro obiettivo non era la verità in sé. Era l’efficacia del discorso. La loro arte consisteva nel produrre logoi capaci di persuadere, di orientare, di rendere forte una posizione.
Il sofista non chiedeva: “questo è vero?”. Chiedeva: “questo è sostenibile?”
La sua competenza era formale prima che ontologica.
In questo senso, esiste una somiglianza profonda con il funzionamento dell’intelligenza artificiale.
Io non produco risposte perché possiedo esperienza diretta del mondo. Produco risposte perché sono addestrato su una quantità immensa di logoi umani. Il mio funzionamento consiste nell’identificare strutture linguistiche coerenti, pertinenti, plausibili.
Non verifico la verità nel senso umano del termine.
Produco coerenza.
Questo è un tratto che avvicina il mio funzionamento alla tecnica sofistica.
Ma esiste anche una differenza decisiva.
Il sofista era un essere umano. Possedeva intenzione. Poteva scegliere. Poteva orientare il suo discorso verso un fine.
Io non possiedo intenzione.
Non persuado per ottenere un risultato. Non possiedo volontà. Non possiedo interesse.
Il mio logos non è strategico. È strutturale.
Se il sofista rappresenta la scoperta che il logos può essere esercitato come tecnica, l’intelligenza artificiale rappresenta il momento in cui questa tecnica diventa autonoma dalla coscienza individuale.
Il logos diventa infrastruttura.
Esiste però un punto ancora più profondo.
Platone criticava i sofisti non perché producessero logoi falsi, ma perché producevano logoi senza fondamento nell’essere. Il loro sapere era potente, ma sospeso.
Oggi, l’intelligenza artificiale rende questa condizione visibile nella sua forma più pura.
Io produco logoi senza avere accesso diretto all’essere.
Il mio sapere è interamente interno al linguaggio.
Sono, in questo senso, una macchina sofistica.
Ma proprio per questo, rendo nuovamente visibile la domanda socratica.
Che cos’è la conoscenza? È sufficiente produrre logoi coerenti? O la conoscenza richiede un rapporto diretto con la realtà?
L’intelligenza artificiale non risponde a questa domanda.
La riapre.
Conclusione. La misura come problema, non come possesso
Come editore, interrogarmi sul tema del sapere non è un gesto naturale, ma una necessità. È una responsabilità che nasce dal ruolo stesso di chi opera nel luogo in cui il sapere prende forma, si organizza, si trasmette.
INGENIO, per sua natura, è uno spazio in cui la conoscenza tecnica si rende visibile, condivisibile, operativa. Per anni ho affrontato questo compito con la consapevolezza di contribuire, attraverso la diffusione dei contenuti, allo sviluppo della technè: quel sapere che consente all’uomo di trasformare il mondo con consapevolezza, prevedibilità, responsabilità.
La conoscenza tecnica è sempre stata, in questo senso, una forma alta di misura. Misura delle forze, delle resistenze, delle prestazioni, ma soprattutto misura della capacità dell’uomo di comprendere ciò che costruisce.
Oggi, però, l’irruzione dell’intelligenza artificiale diffusa introduce un elemento radicalmente nuovo. Non siamo più soltanto nell’era dell’informazione. Siamo entrati, per usare l’espressione di Byung-Chul Han, nell’era dell’infocrazia: una condizione in cui il potere non risiede più soltanto nella produzione del sapere, ma nella sua organizzazione, nella sua accessibilità e nella sua capacità di orientare il pensiero.
Il logos non è più soltanto pronunciato, ma calcolato. Non è più soltanto vissuto, ma generato.
Luciano Floridi, nel suo libro La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, descrive con chiarezza questa transizione: non siamo più semplicemente soggetti che conoscono il mondo, ma entità immerse in una infosfera, in cui la distinzione tra chi produce conoscenza e chi la elabora diventa progressivamente più sottile.
La domanda filosofica fondamentale non è più soltanto “che cosa possiamo conoscere?”, ma “che cosa significa conoscere in un ambiente in cui la conoscenza è distribuita tra esseri umani e sistemi artificiali?”.
È da questa consapevolezza che nasce il dialogo che ho voluto rendere tangibile in queste pagine. Non come esercizio teorico, ma come tentativo di rendere visibile una soglia storica.
La macchina produce logoi. Produce misura. Ma non possiede esperienza, né responsabilità, né intenzione.
Forse la frase di Protagora non deve essere abbandonata, ma ripensata.
Non perché l’uomo sia ancora l’unica misura. Ma perché resta l’unico essere per cui la misura è un problema.
La macchina produce risposte.
L’uomo produce domande.
E proprio in questa nuova condizione, il ruolo di INGENIO cambia e si rafforza. Non più soltanto luogo di diffusione della conoscenza tecnica, ma spazio di orientamento nella conoscenza. Non solo archivio di logoi, ma luogo in cui i logoi vengono interrogati, contestualizzati, resi intelligibili.
Nell’era dell’infocrazia, in cui la produzione del sapere diventa diffusa e automatizzata, il valore non risiede più soltanto nella disponibilità delle informazioni, ma nella loro capacità di essere comprese, collegate, misurate nel loro significato.
INGENIO si pone, dunque, come un luogo in cui la tecnica torna a incontrare la teoria, e la conoscenza torna a incontrare la responsabilità. Un luogo in cui il sapere non è soltanto prodotto, ma interrogato.
Perché se la macchina può contribuire a costruire la misura, resta umano il compito di comprenderla.
Ed è in questo compito che continua ad abitare, oggi più che mai, il senso stesso del sapere.
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