Nove anni fa il Terremoto del Centro Italia, Castelli: "Negli ultimi due anni recuperati tanti ritardi"
A nove anni dal sisma del 24 agosto 2016, Amatrice e i comuni del cratere ricordano le vittime mentre la ricostruzione accelera con cantieri pubblici e privati, nuovi posti di lavoro e investimenti per il rilancio sociale ed economico dell’Appennino centrale.
Ci sono date che non si cancellano, ferite che restano aperte anche quando il tempo sembra lenire. Alle 3.36 del 24 agosto 2016 l’Italia si svegliava sotto le macerie: un sisma violentissimo scuoteva il cuore dell’Appennino, portando con sé distruzione, dolore e lutti. Era solo l’inizio di una lunga sequenza che tra agosto 2016 e gennaio 2017 avrebbe sconvolto il Centro Italia: 299 vittime, migliaia di feriti, decine di migliaia di sfollati, un’economia interrotta, interi borghi cancellati o resi irriconoscibili.
L’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, la battezzò “sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso”: quattro scosse principali in cinque mesi, un “cratere” di 8.000 chilometri quadrati, quattro regioni coinvolte (Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria) e 138 comuni travolti dalla catastrofe.
Oggi, a nove anni di distanza, il dolore resta, ma insieme ad esso cresce l’impegno per la rinascita.
Il ricordo e le cerimonie
Nella notte tra sabato e domenica, Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto hanno ricordato la tragedia. La memoria passa attraverso i gesti: una fiaccolata ha illuminato le vie di Amatrice, seguita dalla Messa celebrata nel Palazzetto dello Sport dal vescovo di Rieti, mons. Vito Piccinonna; una veglia e una celebrazione nella Scuola per la Ricostruzione ad Accumoli; e infine, ad Arquata del Tronto, una Messa nell’area Sae di Pescara del Tronto con il vescovo di Ascoli, mons. Giampiero Palmieri.
Ogni anno la comunità si ritrova per non dimenticare: il rito collettivo serve a dare voce a un dolore che resta intimo, ma che si trasforma in forza condivisa per chiedere giustizia e sperare in un futuro diverso.

Castelli: “Non basta chiedere scusa, bisogna fare”
“Il primo pensiero va alle vittime e ai loro familiari, a chi ha perso i propri cari e le proprie case” ha dichiarato Guido Castelli, Commissario straordinario alla ricostruzione. “Il compito delle istituzioni è quello di assicurare aiuto concreto. Non possiamo nascondere i ritardi accumulati, le false partenze e i momenti di stallo. Ma negli ultimi due anni abbiamo recuperato molto tempo perso e oggi possiamo guardare con maggiore fiducia al futuro. Non basta celebrare la memoria: dobbiamo far sì che la ricostruzione diventi realtà”.
Amatrice, un paese che rinasce
Se c’è un luogo che più di ogni altro rappresenta la devastazione e la speranza, quello è Amatrice. Raso al suolo dalla prima scossa del 24 agosto, il borgo – simbolo di identità e tradizione – torna ora a riempirsi di rumori di cantieri.
Il Programma Straordinario di Ricostruzione, approvato all’unanimità dal consiglio comunale lo scorso 18 agosto, prevede la rinascita della “forma urbis”: non una semplice ricostruzione, ma un progetto che coniuga fedeltà alla storia con criteri moderni di sostenibilità, efficienza e qualità urbana.
Le opere in corso testimoniano un cambio di passo:
- sono state gettate le fondamenta del nuovo Municipio;
- avanzano i lavori delle chiese dell’Immacolata e di Santa Maria del Suffragio;
- è partito il cantiere del Museo civico “Cola Filotesio”, dedicato al pittore allievo di Raffaello noto come Cola di Amatrice;
- si prepara la ricostruzione della Cattedrale di San Francesco, grazie anche a fondi privati tramite l’Art Bonus;
- sono in corso i lavori della nuova caserma dei Carabinieri, dell’ospedale, del centro di formazione professionale e del cimitero.
Parallelamente, dodici cantieri privati sono già operativi, sei dei quali riguardano aggregati di grande dimensione. Altri quattro stanno per partire nel centro storico.
“Il cosiddetto ‘super cantiere’ del centro storico deve affrontare criticità ereditate dal passato, ma lo facciamo con la stessa determinazione che ci ha permesso di sbloccare il progetto del complesso Don Minozzi, la più grande opera privata del cratere, da oltre 50 milioni di euro, che sembrava destinata al fallimento e oggi è un cantiere vivo e in movimento” ha sottolineato Castelli.
I numeri della ricostruzione
Ricostruzione privata: i contributi concessi hanno raggiunto gli 11 miliardi di euro; le liquidazioni superano i 6,1 miliardi, con un incremento del 37% rispetto al 2024. Dal 2023 a oggi il 60% delle risorse è stato effettivamente erogato. In due anni oltre 4.000 famiglie sono tornate nelle proprie case.
Ricostruzione pubblica: dopo anni di incertezze, gli oltre 3.500 interventi per un valore di 4,5 miliardi hanno finalmente trovato uno sbocco. Il 33,8% ha già un progetto approvato o in fase di affidamento, il 18,2% è in corso, il 16,2% concluso. Solo nei primi quattro mesi del 2025 sono stati aperti 439 cantieri, che saliranno a 1.200 entro fine anno.
L’impatto economico si riflette anche sull’occupazione: tra il 2022 e il 2024 nei comuni del cratere i nuovi posti di lavoro sono cresciuti del 12,4%, contro una media nazionale del 3,9%. “Il lavoro e i servizi alla persona – osserva Castelli – sono la condizione perché le case che stiamo ricostruendo tornino ad essere abitate, contrastando lo spopolamento che da anni colpisce le aree interne”.
L’Italia che rinasce dai luoghi simbolo
La rinascita passa anche attraverso monumenti e borghi che custodiscono l’identità culturale dell’Appennino:
- a Norcia sarà riaperta in ottobre la Basilica di San Benedetto, crollata nelle scosse di ottobre 2016;
- a Camerino si è sbloccata la ricostruzione della più estesa “zona rossa” urbana;
- a Castelluccio e Arquata del Tronto i cantieri segnano la rinascita di due borghi-simbolo, ormai studiati a livello internazionale come modelli di ingegneria post-sismica;
- nell’Alto Nera procedono gli interventi di mitigazione dei dissesti, indispensabili per ripartire con la ricostruzione privata.
Per Castelli, il “segreto” è nella governance multilivello: una rete che tiene insieme Governo, Regioni, Comuni, Ministeri, Soprintendenze e Anac. Un sistema che lui definisce “modello Appennino centrale”, da replicare in altre aree interne.
“L’Italia intera deve continuare a guardare a questo lembo del Paese, così ricco di storia e spiritualità, ma anche di nuove energie. Ricostruire questi territori non è solo un obbligo morale verso le comunità che hanno sofferto, ma può diventare un volano per l’intera economia nazionale”.
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