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Prezzo dell’elettricità: eolico e fotovoltaico non bastano a fermare gli shock del gas

Più eolico e fotovoltaico non bastano da soli a proteggere l’Europa dagli shock del gas: finché il gas continua a essere la fonte marginale che determina il prezzo dell’elettricità, anche i Paesi con molte rinnovabili restano esposti a forti rialzi. La vera sfida non è solo installare nuova capacità verde, ma ridurre strutturalmente il peso del gas nel mercato elettrico attraverso reti, accumuli, flessibilità e nuove regole di sistema.

Il rilancio del New York Times mostra perché in Europa più eolico e fotovoltaico non bastano sempre a ridurre il prezzo dell’elettricità. Nel mercato marginalista il prezzo wholesale è spesso fissato dal gas, anche quando le rinnovabili coprono una quota elevata della domanda. Il confronto tra Spagna, Germania e Italia evidenzia che la vera sfida è ridurre il ruolo del gas nella formazione del prezzo attraverso reti, accumuli, flessibilità e nuove regole di sistema.


Prezzo dell’elettricità in Europa: perché più eolico e fotovoltaico non bastano ancora a fermare gli shock del gas

L’articolo del New York Times “Why Investing in Wind and Solar to Avoid Gas Shocks Hasn’t Added Up for Some”, pubblicato il 10 aprile 2026 e aggiornato il 12 aprile 2026, mette al centro una questione che riguarda da vicino non solo il settore energetico, ma anche il mondo delle costruzioni, degli impianti e dell’industria manifatturiera europea: perché la crescita delle rinnovabili non si traduce sempre, in modo automatico, in prezzi elettrici più bassi e più stabili? 

La domanda è tutt’altro che teorica. Dopo la crisi del gas del 2022, l’Europa ha accelerato sugli investimenti in eolico e fotovoltaico per ridurre la dipendenza energetica dall’estero. Eppure, davanti ai nuovi shock geopolitici del 2026, i risultati appaiono disomogenei: in alcuni Paesi i prezzi hanno retto meglio, in altri il gas continua a pesare in modo decisivo. È il segno che la transizione non si gioca soltanto sulla quantità di rinnovabili installate, ma sulla struttura complessiva del mercato elettrico. 

Il nodo di fondo: non basta produrre energia rinnovabile, bisogna capire chi fa il prezzo

Il punto chiave, ben evidenziato dal New York Times, è che il sistema europeo dell’elettricità continua a funzionare con una logica marginalista: il prezzo all’ingrosso viene determinato dall’ultima fonte necessaria per coprire la domanda, che è spesso anche la più costosa. In molte ore questa fonte è ancora il gas. Perciò, anche quando il contributo di sole e vento è elevato, basta una quota residua ma essenziale di generazione termoelettrica per trascinare verso l’alto il prezzo di tutta l’energia scambiata. 

È qui che si rompe una narrazione troppo semplice, secondo cui più rinnovabili significherebbe automaticamente bollette più leggere. Le rinnovabili abbassano il costo medio del sistema, riducono le emissioni e migliorano la sicurezza energetica, ma non eliminano da sole la volatilità del prezzo se il gas continua a essere la tecnologia marginale nelle ore critiche. Ember, in un’analisi pubblicata a marzo 2026, parla esplicitamente di una persistente e rischiosa dipendenza europea dal gas, ricordando che i recenti shock internazionali hanno riportato in primo piano la fragilità del sistema elettrico continentale. 

Why Investing in Wind and Solar to Avoid Gas Shocks Hasn’t Added Up for Some ((New Yort Times))

Spagna, Germania e Italia: tre casi che spiegano molto

Il confronto tra Spagna, Germania e Italia è particolarmente utile perché mostra che non conta solo quanti megawatt rinnovabili si installano, ma quanto essi riescano davvero a ridurre il ruolo del gas nella formazione del prezzo.

La Spagna viene spesso indicata come il caso più virtuoso. Secondo Ember, nel 2026 il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore finora osservate, contro l’89% dell’Italia. Questo disaccoppiamento parziale tra prezzo elettrico e prezzo del gas ha consentito al mercato spagnolo di rimanere tra i più competitivi d’Europa anche durante le ultime tensioni internazionali. 

Dietro questo risultato non c’è solo un aumento generico delle rinnovabili, ma una combinazione più profonda: forte crescita di eolico e fotovoltaico, minore dipendenza dal gas nelle ore marginali, migliore capacità di assorbire nel sistema la produzione a basso costo. L’effetto è che in Spagna la produzione rinnovabile inizia a incidere non solo sul mix, ma anche sul meccanismo di formazione del prezzo

La Germania, al contrario, pur avendo sviluppato una notevole capacità rinnovabile, non ha ottenuto lo stesso risultato in termini di stabilizzazione dei prezzi. Il problema non è la scarsità di rinnovabili, ma il fatto che il gas continui a occupare un ruolo rilevante nell’equilibrio del sistema, anche per effetto della chiusura del nucleare e della progressiva riduzione di altre fonti programmabili. In altre parole: si può avere molta capacità verde installata e restare comunque esposti agli shock del gas. Questo è precisamente il paradosso che il pezzo del New York Times mette in luce. 

L’Italia, infine, rappresenta il caso più fragile tra i grandi Paesi europei. La quota ancora molto rilevante del gas nel mix elettrico nazionale continua a mantenere elevata la dipendenza dai mercati internazionali del combustibile. Finché sarà il gas a chiudere il mercato per gran parte delle ore, il sistema italiano resterà particolarmente vulnerabile alle crisi geopolitiche e agli aumenti del prezzo del combustibile. 

Il vero salto di qualità: togliere al gas il ruolo di tecnologia marginale

Qui sta la lezione più interessante anche per un lettore tecnico. La vera soglia non è semplicemente “avere più rinnovabili”, ma raggiungere un livello di integrazione del sistema tale da ridurre drasticamente il numero di ore in cui il gas determina il prezzo.

Per farlo servono certamente nuovi impianti rinnovabili, ma servono anche molte altre cose: reti più robuste, interconnessioni transfrontaliere più efficaci, accumuli elettrochimici, gestione attiva della domanda, capacità programmabile low-carbon e regole di mercato più adatte a un sistema a elevata penetrazione di fonti non programmabili. È un tema di infrastruttura, ma anche di architettura regolatoria. 

Agora Energiewende ha stimato che una pianificazione coordinata delle reti e delle infrastrutture energetiche europee potrebbe generare oltre 560 miliardi di euro di risparmi tra il 2030 e il 2050, cifra che sale a 750 miliardi considerando anche la minore necessità di capacità di back-up. È un dato che aiuta a comprendere quanto la transizione non sia solo una questione di generazione, ma di sistema. 

Perché questo tema riguarda anche il settore delle costruzioni

Per chi opera nell’edilizia, nell’impiantistica e nella produzione dei materiali da costruzione, la questione non è periferica. Il prezzo dell’elettricità incide sui costi industriali di cementifici, laterizi, vetro, acciaio, ceramica, prefabbricazione, produzione di isolanti e su tutta la filiera degli impianti elettrici e termotecnici. Incide inoltre sulla convenienza reale dell’elettrificazione negli edifici, sulla competitività delle pompe di calore, sul bilancio economico dell’autoconsumo e sulla gestione energetica dei fabbricati complessi. 

L’idea che basti installare più fotovoltaico per “mettere in sicurezza” il sistema è dunque insufficiente.

Occorre invece ragionare in termini più evoluti: integrazione tra edificio e rete, accumuli, flessibilità dei carichi, gestione intelligente della domanda, comunità energetiche, interconnessioni territoriali, capacità di assorbire e distribuire meglio l’energia rinnovabile prodotta.

In questo senso, la transizione energetica non è solo una trasformazione delle fonti: è una trasformazione del modo stesso in cui progettiamo, costruiamo e facciamo funzionare il sistema edificio-impianto-rete. 

Una riflessione che l’Europa non può più rinviare

Il merito dell’articolo del New York Times è quello di riportare il dibattito su un piano meno ideologico e più tecnico. Le rinnovabili non sono in discussione: restano indispensabili per ridurre emissioni, dipendenza energetica e costi operativi. Ma il loro effetto sui prezzi dipende dalla capacità del sistema di non lasciare al gas il compito di fissare il valore marginale dell’elettricità

La questione, allora, non è se investire in eolico e fotovoltaico abbia senso. La questione è un’altra: quegli investimenti sono inseriti dentro un sistema capace di valorizzarli fino in fondo? Se la risposta è no, il rischio è di avere più energia pulita senza ottenere ancora tutta la stabilità economica che ci si aspetta.

Ed è proprio qui che l’Europa si gioca una parte decisiva della sua politica industriale. Perché oggi il problema non è soltanto produrre energia più verde. È fare in modo che quell’energia riesca davvero a diventare anche più prevedibile, più integrata e meno ostaggio del gas

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