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Sentirsi stupidi: quale futuro per l'ambiente dopo le dichiarazioni di Trump all'ONU ?

Il discorso di Donald Trump all’ONU segna il ritorno del negazionismo climatico su scala globale. Definendo la green economy una “truffa”, il presidente americano riapre una stagione di contrapposizione tra scienza e politica. Una scelta che rischia di frenare la ricerca, indebolire l’industria statunitense e ampliare il divario con la Cina.

Trump all’ONU attacca il clima: “La green economy è una truffa”

Il discorso e il messaggio

Nel suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 23 settembre 2025, il Presidente Donald Trump ha definito il cambiamento climatico “la più grande truffa mai perpetrata” e la scienza del clima opera di “persone stupide”, collegando il tema alla sua critica all’immigrazione davanti a oltre 150 leader mondiali.

Bene lo dichiaro senza paura, io sono uno di quegli "stupidi".

Il discorso, vicino all’ora di durata, ha puntato contro turbine eoliche, ambientalisti e alleati europei, rovesciando la narrativa sulla transizione energetica e presentando l’energia “tradizionale” come pilastro di sicurezza e prosperità.

Ascoltare Trump tornare a parlare in questi termini, su un palcoscenico come quello dell’ONU, genera una preoccupazione profonda. Non solo per il contenuto — che rievoca posizioni ormai superate dalla realtà dei fatti — ma per il tono, per la sicurezza con cui l’irrazionale viene proposto come pragmatismo. È la sensazione di assistere a una regressione culturale, dove la paura diventa strumento politico e la scienza torna a essere un nemico da delegittimare.

Attacco alle rinnovabili

Trump ha bollato eolico e fotovoltaico come uno “scam”, sollecitando i Paesi a comprare più petrolio e gas statunitensi e, in parallelo, a potenziare il nucleare, in aperto contrasto con i target climatici dell’UE.

Ha definito l’“impronta di carbonio” una “bufala dalle intenzioni maligne”, affermazione in linea con una retorica che rifiuta la responsabilità individuale e sistemica sulle emissioni.

Il rischio, oggi più che mai, è che il negazionismo diventi istituzionale: non più semplice opinione di minoranza, ma strumento politico integrato nelle strategie di governo. Quando il potere sceglie di negare i fatti scientifici, la società si trova disarmata. Si apre così una frattura tra verità e consenso che mina la fiducia nelle istituzioni e, a lungo termine, nella democrazia stessa.

  

Il cambiamento di fronte alla replica dei fatti

Le verifiche indipendenti ricordano che la scienza del clima documenta un riscaldamento senza precedenti, con eventi estremi più intensi e frequenti, e che l’attribuzione alle emissioni da combustibili fossili è consolidata nella letteratura.

Inoltre, i dati sugli investimenti mostrano che nel 2025 la spesa globale in energia pulita supera di gran lunga quella nelle fonti fossili, con circa 2,2 trilioni di dollari su 3,3 totali destinati a tecnologie pulite tra rinnovabili, reti, accumuli, nucleare ed efficienza.

L’Europa vede l’espansione delle rinnovabili come strumento di sicurezza energetica e competitività, accelerata dopo gli shock del gas e le strategie di indipendenza dalle importazioni fossili, mentre la Casa Bianca di Trump spinge partner e alleati ad acquistare energia USA.

Il contrasto politico è netto: Bruxelles consolida obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni, mentre Washington, sotto Trump, tenta di delegittimare tali traiettorie presso l’opinione pubblica internazionale.

In questa dinamica, il taglio dei fondi alle politiche climatiche americane non produce solo un effetto immediato sulle strategie ambientali, ma spegne gli stimoli alla ricerca, all’innovazione e al trasferimento tecnologico. È un impoverimento culturale e industriale che rischia di lasciare l’America indietro proprio nei settori più strategici per il futuro: energia, mobilità, intelligenza artificiale, materiali sostenibili.

   

Durata, toni e platea dell'intervento di Trump

L’intervento ha superato di molto la consuetudine dei 15 minuti, assumendo i tratti di una diatriba che ha unito immigrazione ed energia in un “mostro a due code”, immagine pensata per mobilitare la base repubblicana anche su un palcoscenico globale. Le puntualizzazioni e le annotazioni dei media hanno evidenziato un uso insistito di termini come “con”, “scam” e “hoax”, a rimarcare una strategia comunicativa polarizzante.

   

Il contesto negli USA

Nel solco di questa linea, l’amministrazione ha perseguito tagli a incentivi e progetti per l’energia pulita, insieme a deregolazioni favorevoli allo sviluppo fossile, incluse misure su carbone e idrocarburi, pur con resistenze giudiziarie e di mercato.

La spinta verso petrolio e gas si accompagna alla narrativa che le politiche verdi danneggino crescita e sicurezza, nonostante la dinamica degli investimenti globali indichi l’opposto.

Il problema, oggi, non è solo interno: è geopolitico. Mentre gli Stati Uniti rallentano, la Cina accelera. Pechino investe in sostenibilità, batterie, rinnovabili, tecnologie digitali e intelligenza artificiale con una visione industriale di lungo periodo. Il divario che si sta creando tra USA e Cina nel campo della transizione energetica non è solo ambientale, ma strategico: definisce le leadership economiche del XXI secolo.

Ricordiamo che analisi indipendenti segnalano che eolico e solare risultano tra le opzioni più economiche in molte regioni, con il capitale che fluisce in misura crescente verso l’elettricità rispetto alla catena fossile, invertendo i rapporti di un decennio fa.

Questa tendenza riflette l’“età dell’elettricità”, trainata da reti, accumuli, rinnovabili ed efficienza nei principali mercati come Cina, Stati Uniti ed Europa.

   

Conclusione: il rischio di tornare indietro

Di fronte a tutto questo, è difficile non provare una sincera preoccupazione per il futuro. Non solo per l’ambiente, ma per la capacità delle democrazie di mantenere il legame tra conoscenza e decisione.
Quando il potere sceglie di negare la realtà, non arretra solo la scienza: arretrano la politica, la cultura e il progresso civile.
Il rischio, oggi, è che il futuro torni a essere un’ideologia, e non un progetto collettivo.

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