Assi e spigoli per liquide curve
L’architettura emerge come spazio poroso, condiviso, dove umano e non umano convivono e la natura, invisibile e persistente, restituisce senso e porzioni d’anima. Dal nido dei germani reali nascosto in un cortile storico alla voce che precede la scrittura, dal tempo sospeso dell’amore all’incrocio di tracce e domini, fino alla sensualità delle forme: assi e spigoli, liquide curve.
6
La natura ama nascondersi
“Pensiamo di essere solo noi esseri umani ad abitare la nostra casa. Mentre, a dire la verità, è abitata da tanti uccelli. Non mi sono accorto a che punto è cambiato il tempo. Dev’essere la prima volta che ti capita qualcosa del genere. Hai perso l’anima?”
Ripenso a qualche hanno fa’, quando in un giorno di fine aprile, dopo un mese di marzo e una Pasqua un po’ troppo freddi nell’aria e nell’umidità, le uova si sono schiuse. Una coppia di germani reali aveva deciso di nidificare nel mio cortile sotto una coltre d’edera spessa che nascondeva resti laicamente nobili della casa natale di un “carbonaro”, dove abito da sempre. Avevo lasciato crescere il simbolo della “Giovine Europa”, che volle Giuseppe Mazzini, perché questo angolo di casa avesse ancora percettivamente un’anatomia naturale “di pensiero e di azione”.
Forse i germani, dall’alto volando, lo “sentirono” e scelsero questo rifugio di centro storico. Nascosta, la femmina mimetizzata nello spigolo protetto sotto il crescere sempreverde e infestante dell’idea e del sogno di Repubblica, covó senza tregua, in silenzio, anche lei come una “carbonara”.
Yasunari Kawabata ne “Il suono della montagna”, si chiede se l’abitare debba essere esclusivo e se forse nel crederlo inaspettatamente siamo disposti a perdere un po’ d’anima. È un tema complesso. Mi sono avvicinato più volte e in più parti del nostro a meraviglioso pianeta, a questa domanda. L’umanità, dalla rivoluzione neolitica in poi, presenta un’esplicita tendenza all’addomesticamento (di ogni specie vegetale o animale). Dopo la scoperta, neppure tanto lontana, dell’esigenza obbiettiva di un equilibrio ecologico, la visione gerarchica appare meno dominante. Ma è solo una apparenza. Le forme dell’abitare ne sono, ahimè, un “correlato infestante” e distruttivo di vita diverse dalle nostre. Probabilmente questa “esclusività” ci rende più dis-umani nei confronti della vita del pianeta e, come scrive bene Yasunari Kawabata, ci fa progressivamente perdere sempre più “porzioni di anima”.
La Natura, come ricorda Eraclito, ama nascondersi e possiamo passare il tempo a ricercarla. Nel vociare lieve della vita a un metro dal davanzale della casa natale di Piero Maroncelli, ho dimenticato la mia inquietudine, come se il dio alato (Ptèros) che forza di desiderio ogni cosa in me rendesse le parole troppo piccole e i ritmi umani troppo ristretti per comprendere quanto stava accadendo.


Gli uccelli (un po’ Ptèros) sembrano fluttuare in uno “stato di sospensione” in cui presente e passato (porosità pura) coincidono. La “memoria della natura” non è contenuta in quella della storia umana. L’una si nasconde all’altra sembra dire la Mutu, anche se l’apparenza dichiara il contrario.
5
La città di parole parlate
“Quando mi provo a dirti la pena del mio cuore, e cosa io voglio da te, alle mie labbra vengono meno le parole. D’un colpo il sudore mi invade il petto, e ti bramo: così, muto, nel bramarti io muoio di pudore.”
Quanto contano le parole, quanto la voce e la sonorità o il sussurro di questi gesti visibili anche al buio? Prevedibilità, differenziazione, similarità, permanenza, relazioni di contrasto. La poesia è un discorso da ricordare, lo dicevano W. H. Auden e John Garrett scrive Maurizio Bettini. Una “voce risultante” che si svolge saussurianamente attraverso un’armonia fonica, danzando su una corda tesa, un filo di una grossezza di un dito (Paul Valéry). E tutto può diventare avvolgente, anche nella semplicità dell’ordinario. Perché non è possibile non avere a che fare col dire e il parlare. Cosa affiora dalle tue parole? Come sta mutando la tua voce? Perché non mi dai ascolto? Cosa stai trattenendo tra le labbra del cuore? Cucite in bocca…
Prima di possedere una natura grafica la poesia antica era «voce», non c’erano quelli oggetti visibili e concreti generati dalla scrittura. Ascolta! Non leggere! Ascolta con orecchie aperte! La parola parlata è un evento sonoro: tutto si compone di “forma apparente”! Parola parlata (il fās è una vis), forse innata per la cultura romana e quindi (umanamente) sacra. Se fossi ancora capace ti sentire la spontaneità della voce, la naturalità tratta dal cuore (non dalla bocca), con il privilegio della facundia, della parola efficace…
Ecco quindi il Fasto o il Nefasto (fās o nefās), Fatae romane o Fate medievali, Fatae (Parcae) scribae, che con “l’avvento dei caratteri alfabetici” gestiscono l’archivio del Fatum (Destino) e divengono “Fate librarie”, in cui i racconti, le “fabulae” vengono narrate, contaminate magari dalla “Fama”, la parola che circola, di cui non è possibile accertare la fonte. Fama è quel “potente medium di orientamento sociale” che agisce nella e sulla comunità (vox populi, vox dei), mentre Farinus Fabulinus è la divinità che fa dire la prima parola di senso al bambino.
Nella Roma antica la vocalità infantile era presa sul serio ci ricorda ancora Maurizio Bettini nel suo recente e favoloso saggio “Roma, città della parola” edito da Einaudi, dove monitores, nomenclatores e fartores (i salsicciai) infarcivano le orecchie di nuove informazioni, schiavi specializzati per aiutare i propri padroni sul versante del ricordo interessato, perché è lì (nelle orecchie) che risiede la memoria. Non lo sapevi? Allora ci vuole proprio una “bella tirata di orecchi” per farti ricordare quanto ti amo!

Forse una “fata romana” sta scivolando nella luce del vostro ricordo?
4
Il tempo dell’assenza di tempo
Sì – nata dal nulla. Dal nulla voce di puro futuro. Non mi ha ancora toccata? Amor passa per gli occhi e scende nel cuore. Ma chi potrebbe ora toccarmi se non tu? Sono i fenomeni dell’amore? Quelli noti e classificati, che giungono l’uno dopo l’altro nell’ordine esatto? Li riconosci tutti, docilmente contali! Dai che sei pronta a tutto! Ma il primo istante di eccitazione, invece… Ricordi? Un angelo che sembrava posare l’insensato sul tavolo: l’istante. Il tempo dell’assenza di tempo. Ogni volta lo spazio continua appena un poco più stretto. Ogni volta un oggetto sempre più piccolo. Un amore assoluto. Coloro che non sono nell’amore curano le loro ferite con unguenti con lozioni. Coloro che amano non curano nulla, guardano, ascoltano battere il sangue che viene dal fondo, aspettano. Forse sanno orientare il corpo che avanza e sa come prendere tutto il posto. IO TE, amanti supposti. Solo voglia. Solo voglia di essere gatto nella gola sulla sabbia come un gatto. Per l’orecchio l’amore ripassa di tanto in tanto. Presenza vicina di una curva d’occhio. Sguardo tenero maschile. Presenza che si allontana al limite. Poi trovano un corpo fatto a pezzi tra i diamanti. Si dice che il fuoco lo prese al cervello, molte scintille e un fulmine di cui sentì l’effetto. E così scivola un po’ nella sua tensione.
Facendo l‘amore la novità è che lei si sente istanti strappati alla trama, al tuo corpo-cuore. Un’infima infame piccola gioia inafferrabile balbettante fra due dita contenta. E nel cuore cola ancora la dolcezza. Cuore del labirinto, intorno si dilata, case antiche galleggiano, brusii del corpo, sempre confuso in quel dedalo. Sentimenti silenziosi e corpi mossi agitati.
Finiremo nel corpo d’un’alga questa sera?
Jacqueline Risset “Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010” in autotraduzione pubblicata per Einaudi. Sono (mirabili) schegge di voce, sillabe, piccole epifanie interrotte, colpi dell’ineffabile, sospesi e imprendibili, scrive la Risset nella nota introduttiva.
Credo che percepire l’istante abbia a che fare con la capacità di avvertire il “senso della durata” (leggete lo straordinario poema di Peter Handke). Nel fratturarsi la vita si riaccende e riparte. Non riusciamo a farne a meno, ne siamo coscienti.
“A uno sguardo - mi espongo. E disegno ad occhi chiusi la traccia. Il nocciolo smette un po’ di avere paura.
Forse guardi e quando guardi i tuoi occhi sono belli. La terra si apre. Il cielo si squarcia.”

“Un angelo che sembrava posare l’insensato sul tavolo” o un diavolo che voleva comporre l’impossibile nello spazio?
3
Incontrarsi e passare
Scendevo la collina lungo il muro e affacciato a guardare da un cancello mi ero appena voltato che ti ho visto che tu salivi. C’incontrammo. Ma quel giorno mescolammo solo orme piccole e grandi nella polvere estiva, segno dell’esser noi meno di due ma più di uno, finora. Il tuo parasole separò con un affondo il decimale. E mentre parlavamo tu sembravi sorridere a qualcosa nella polvere. (Non eri prevenuta verso me!). Poi son passato per dove eri passata tu e tu per dove ero passato io.
Robert Frost in “Incontrarsi e passare”, una poesia della raccolta “Fuoco e ghiaccio. Poesie”, tradotte da Silvia Bre per Adelphi.
Basterebbe ascoltarsi nel sussurro che la vita ci invita ad individuare tra i rami dei troppi pensieri. Intersechiamo i passaggi e moltiplichiamo gli incroci.
Mi verrai incontro prima o poi? O forse hai già mescolato le nostre tracce…
In fondo è vero. Amiamo quel che amiamo per ciò che è.

L'ho rapita visitando una sua splendida mostra a San Paolo nel settembre del 2022. Si sente il vento. Si vede la sabbia. Forse abbiamo sempre bisogno di costruire (intrecciando) qualcosa. Ondeggia. Servirà? Tu poi attraversarmi così...
2
Attraversare i domini
Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita! E le storie che sanno raccontare di noi!
Chi direbbe… che hanno tanta ricchezza! La corrente che attraversa i regni, la calda onda che sfugge dal cuore e nel turbine del loro ritorno a se stessi, respirare l’aria notturna che dice cose meravigliose per chi ama. Cosa riconoscere. Rammentare le mani, che poggiando non premono e poi toccarsi (“questo” è nostro, “così”… più forte) come se fosse… “tutto” degli dèi. Toccarsi oltre i confini, attraversare i domini, sai… i frutti possono essere acerbi e maturi contemporaneamente.
Così che le stagioni, in pochi minuti, sembrino passare tutte l’una dentro l’altra. Perché quel freddo che poi diviene calore? E quel sudore che affiora a profumo da una tenera pausa e si consuma e si sperde? E offrono le palpebre corporea spinta agli occhi come i piedi che al trotto bruciano cercandosi? Prendere e mangiare, carne e sangue. Pensando all’eterno. Non sapere il proprio destino ed essere immortali, pur vivendo le storie e morirle.

A volte le parole fluiscono le une dentro le altre: tradite fra i teatrali “dialoghi divini” di Cesare Pavese, ardono nei versi delle “Elegie duinesi” di Rainer Maria Rilke. Inclinano i rami come le canne di una fontana e la linfa si addentra e sul tuo sguardo in penombra, che desta la felicità, folate improvvise di nostalgia mi riportano bambino tra le coperte spesse del letto invernale, ad ascoltare il dilatarsi di altre parole in favole antiche.

Stando in silenzio, forse, potresti persino ascoltare il “dialogo di Demetra e Dioniso” sul “mistero” che avvolge la nostra vita…
1
Assi e spigoli per liquide curve
Nessuno è immune: il sesso è l’unica via verso la verità. Soddisfi appetiti che ignoravi di avere. Qui non ci si bacia? Non si mischia saliva? E anche se lavi e rilavi la tua pelle, non puoi sbarazzarti della luce, del profumo persistente, di questo frutto del mattino adesso alle tue mani. Nello spasmo, cavalcandolo, ho scoperto un nuovo tipo di orgasmo: ho inghiottito praticamente di tutto ma, andiamo, pensate sia bene inghiottire –Ti amo?-. E poi è perverso ammettere che adoro queste ammaccature? La serie di impronte digitali sui miei fianchi? Pallide labbra ancora immusonite dalla poesia e poi abbiamo fatto l’amore e hai lasciato un’altra cicatrice. E ci sdraiamo insieme, tu sul fianco destro, io sul sinistro, che specchio stupendo. Noi siamo un chiasmo: perfetta X di sexsus. Così penso che senza di te non sarei più destra in nulla, nella tua sinistra assenza. Sempre la prima ad arrivare, sono sola con lui. Tocco tutto. Tocco il tavolo, sento le onde delle venature del legno sfuggire. Tocco tutto, trovo poesie nel braille di un vaso di cristallo e prosa in un posacenere vuoto. Rose e gigli ovunque, li tocco. Sono l’ultima ad andarsene, sono sola con lui. Ho paura di toccarlo. Mi muovo piano. Abbracciarlo un’altra volta per tutte le volte che mi ha abbracciato lui. Mi trattengo, mi chino solo a baciarlo, una perfetta impronta di rossetto vicino alle sue labbra. Chiedo agli uomini che lo seppelliscano così. Ingannata a credere nella permanenza.
Moira Egan con “Amore e morte”, poesie nuove, scelte e tradotte da Damiano Abeni per Edizioni Tlon, punta alla teologia della carne oltre l’amore, all’ontologia del sesso: lui assi e spigoli, lei liquide curve. Gli affreschi sbiancano con il passare degli anni, ma la sinopia non svanisce mai. Se il Paradiso è il dolce così dolce da rasentare l’amaro, l’Inferno è florido afrore di sesso ed ego.
Queste sono le poesie di Moira Egan: pistillo, stame, sangue e lividi. Perché se è fine la tessitura della poesia non è mai raffinata quanto il suo fare sesso, nella lenta gioia (a molti oggi sconosciuta) della penna stilografica; tenuta stretta tra dita di luna, con una lunula perfetta della sorella selenotropa, ormai solo astronomica. Intanto l’inconscio ribolle come pozzi di catrame.
“Ci sono cose di cui mi sono abituata ad avere bisogno, senza mai abituarmici: le sue braccia calde attorno a me. Le mattine stringo le lenzuola sgualcite addosso, senza vergogna.”

Potrebbe essere l’immagine sovrapposta di un Inferno che si sovrappone al suo Paradiso, tra assi e spigoli per liquide curve.
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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