L’enigmatico cuore della città
Un viaggio negli spazi invisibili della città, dove l’architettura, come la poesia, è un intreccio di segni e stratificazioni che trasformano il progetto in spazio vivo, fatto di memorie, conflitti e relazioni. La città che cambia, il corpo che abita e il tempo che si rifrange diventano i bordi inquieti di un disegno che non è mai solo bidimensionale ma tridimensione di arte, letteratura e vita.
6
La Terra è una donna distesa
“Vederti nuda è ricordare la Terra,
la Terra liscia, sgombra di cavalli.
La Terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: limite d’argento.
Vederti nuda è comprendere l’ansia
della pioggia che cerca un corpo fragile,
o la febbre del mare dal volto immenso
che non trova la luce della sua guancia.”
Magnolie oscure sul ventre profumato. Un colibrì d’amore tra i tuoi denti. Il sangue delle tue vene nella mia bocca, aspettando l’ansia dei pianeti oscuri. Tutto è il contrario di tutto: elefanti e nuvole. L’amore fa parlare il sole e la luna (nella mia coda come nella mia gola) e corpi nudi si bagnano, si lavano, avvampano, indorati dall’oro che già è in loro. Cosa cerca la rosa? Forse altre rose? Quasi eterna su un ramo cercava un’altra cosa.
Federico García Lorca (1898-1936) scrive l’inquieta, ermetica quanto straordinaria raccolta di poesia il “Divano del Tamarit” verso la fine della sua breve vita senza neppure vederla pubblicata. Seguendo la tradizione araba ispanizzata divide la raccolta in undici “Gazzelle” e nove “Caside” colme di erotismo profondo, che sono alla base di quell’ «amore oscuro» che definisce il nucleo della sua lirica d’amore. Al di là della perfezione stilistica e della (a volte violenta e dolorosa simbologia) trionfano l’amore disperato, che non si lascia vedere, imprevisto, dalla radice amara, del ricordo, l’amore meraviglioso, quello della fuga come quello di cento anni. E ancora assaggiamo intenso «quel» sapore di ferite d’acqua, di pianto, di sogni all’aria aperta, dove la mano impossibile può essere ramo come rosa ma anche colomba oscura.
Questi testi, redatti con grande ricchezza di strumenti stilistici, sono tratti dal “Divano del Tamarit” tradotto e curato da Antonio Melis (con una postfazione dell’arabista Emilio García Gómez) per Marsilio in una edizione un po’ datata ma che se la ritrovate in rete è un dono assoluto.
Il «Divano» (quello di Lorca è molto diverso da quello di Goethe) è un termine che rimanda alla raccolta di liriche musulmane, mentre «Tamarit» era il nome di un frutteto andaluso della famiglia Lorca, dove probabilmente il poeta la compose.
L’immagine della donna distesa che evoca la Terra è potentissima. Una dimensione in cui “la tensione erotica appare come momento di identificazione con l’ordine naturale”, scrive Antonio Melis; ma non è sufficiente perché “la proiezione della vicenda in un ambito cosmico non riesce a esorcizzare gli agguati che le vengono tesi.” Sarà successo a tutti di percorre un paesaggio in auto, magari valicando gli Appennini, e trovarsi in questa dimensione corporea immersiva: distesa di fronte allo sguardo una donna nuda (immensa come tutto ciò che si può abbracciare guardando) appare seminascosta tra gli elementi che compongono la struttura ambientale. Avviene anche con i borghi storici: la forma erotica di un tessuto edilizio (fatto di pieni e vuoti) che rimane esposto carnalmente su un crinale.
Evocativo, dinamico, conflittuale ma reciproco, affascinante quanto inafferrabile, sofferente e frustrato entra in me Federico García Lorca ogni volta che leggo e rileggo queste sue eterne rappresentazioni e sento di perdermi anch’io nel suo “percorso d’amore”.
“Eri rumore di neve nel mio petto”
“Nel mio petto le lettere d’avorio che dicono SEMPRE.”

Poi le radici, sono anche le radici del linguaggio, che fanno germinare le parole: come le forme dello spazio costruito appaiono vocaboli sillabati che trovano e cercano una propria (o impropria) modalità associativa.
“Il tuo ventre è una lotta di radici,
le tue labbra sono un’alba senza contorno.
Sotto le rose tiepide del letto
gemono i morti aspettando il turno.”
5
Muri d’assenza
Il cielo, come al solito, era di un azzurro immutabile. E che cosa ha fatto di bene? Quella voce era un’unghia sul rame ed io ero nudo di desideri. Per non avere né desideri né orientamenti bisognerebbe non possedere un passato interiore. Insomma si è liberi quando non si ha voglia di niente, ma dal momento che lei ha voglia di avere delle voglie, lei ha voglia di qualcosa… lei è incatenato al proprio desiderio. Una certa trasparenza invase ciò che si poteva vedere del suo corpo… in mezzo all’orgia dei colori e appendendo echi ai merletti delle pareti. Sorrideva uno strano sorriso di connivenza. Mi pagano perché abbia dei rimorsi al posto loro, devo digerire la vergogna di tutto il paese. E il fantasma di gatto lasciò il suolo in un balzo… perché la sua sostanza mentale era stata assorbita.
Boris Vian scrive “Lo strappacuore” nel 1962. Una dimensione sovversiva e surreale, simile a tutta la sua vita (andate a vedere chi era questo trombettista jazz!), che incanta per come lo spazio, le cose, il clima dell’ambiente e dell’anima sono integralmente parte del medesimo filamento di DNA narrativo. La pelle del corpo e la superficie degli oggetti possono coincidere. E i sentimenti scavano, accumulano e sporcano come un’automobile o una ruspa. Ci sono dei muri meravigliosi, muri d’assenza, muri contro i quali è impossibile andare a sbattere, ma che costituiscono un limite allo stato puro. Se lo leggerete imparerete come il viale di ghiaia taglia l’invisibilità del suolo! “L’arrache-coeur” è edito da Marcos y Marcos in una gustosa traduzione di Gianni Turchetta.
Ho conosciuto Boris Vian (ingegnere, traduttore, cultore del jazz, grande amico di Raymond Queneau) attraverso il suo folle e spudorato “Sputerò sulle vostre tombe”, scritto con le pseudonimo di Vernon Sullivan, che sembra la sceneggiatura di un film di Quentin Tarantino, poi mi sono letto quasi tutto di lui: poesie, racconti, fino allo stupendo romanzo “La schiuma dei giorni” con un’inaspettata prefazione di Ivano Fossati nell’edizione Marcos y Marcos, che nel 2013 ha ricevuto una surreale quanto coerente versione cinematografica (dal titolo “Mood Indigo”) realizzata con la regia di Michel Gondry.
A volte mi fermo e guardo come Boris Vian.
Almeno ci provo. L’aria è un sorriso e le (tue) labbra sembrano ultraterrene.

Il confronto tra Vian e Hofmann è azzardato, ma questa pagina di taccuino_lettera acquarellata mi fa capire come lo sguardo possa trovare inattese capacità di vedere (e tradurre). Astratto e reale? Surreale e sognato? Assente e presente? Non sono bene rispondere. Sicuramente leggendo Boris Vian vi può venire qualche (sano) dubbio in proposito.
4
L’origine del labirinto (è dentro di te)
“-Perché non andiamo a casa, ci infiliamo nel letto e facciamo l’amore? - chiese-.
-È ancora mattina.
-Perché, di mattina non si può?
-Certo che si può.
… La parte più bella venne dopo. Quando restammo tranquilli a chiacchierare nel letto. Fu un’ora davvero fantastica. Io abbracciato al suo corpo nudo, lei rannicchiata nelle mie braccia, sussurravamo tra noi a bassa voce, parlavamo di cose che capivamo soltanto noi.”
Come è intermittente il silenzio. “Il silenzio è una cosa che si ascolta”. Hai la percezione che sia continuo, invece si sviluppa in un paesaggio sonoro. L’atmosfera che respiri è silenziosa. L’intesa perfetta. L’intimità complice. Nell’aria la sensazione delle sue labbra e della sua lingua. Anche al buio. Probabilmente al buio o in penombra. Anche se è molto diversa da te. Nulla innervosisce e tutto sembra a … portata di mano. Quindi nessuna preoccupazione. Il contagio è solo di felicità. L’eccitazione e la gioia entrano in scena come “quando le nuvole vengono spazzate via, e i raggi del solo illuminano tutto.”
Murakami Haruki (nato a Kyōto nel 1949) è uno scrittore e traduttore giapponese che è ha attraversato la mia porta, scandagliando l’immaginazione, con il vertiginoso “Kafka sulla spiaggia” nella traduzione di Giorgio Amitrano. Poi non ho perso il piacere di desiderare i suoi racconti: dalle raccolte “L’elefante scomparso” a “I salici ciechi e la donna addormentata” nelle traduzioni di Antonietta Pastore. Le parole che aprono queste righe sono tratte dal racconto “I gatti antropofagi”. Tutti i volumi citati sono editi da Einaudi.
Murakami, come per molti autori giapponesi, percepisce il tempo e la dimensione parallela che crea in noi continuamente questa illusione dell’entropia. È un “battere insistente” che immerge, sradica, fulmina. Quante cose (o anime) sono provvisorie? In transito? Tra un mondo e un altro? Pensa al tuo intestino, alle sue forme tortuose, al potere divinatorio e a quanto ispirarono, quelle forme, la costruzione del labirinto. “Quindi si può dire che l’origine del labirinto è dentro di te. E che esso corrisponde al labirinto che esiste all’esterno.”
Il labirinto è dentro e corrisponde al fuori.
Il labirinto si connette a come si alimenta corpo e mente, che possono essere, come sta dimostrando sempre di più la ricerca sulla fisiologia umana, anche due facce della medesima medaglia.
Il labirinto è sempre meno formale (tracciato, intreccio, geometria) e sempre più empatico (struttura di partecipazione, inclusività/esclusività), dimostrando che è proprio la sua caratteristica empatico_affettiva a determinare il grado di accettazione/digestione, irritazione/condivisione delle scelte di programmazione e progettuali che si mettono in atto.
Certo, anche per me, è bellissimo fare l’amore di mattina. Annullare i rumori del giorno. Essere trasportati dal desiderio in un’altra stanza. “In quel luogo. In quel tempo.” Senti sul collo il calore del mio respiro? Come sussurra…
“Esplorare il suo corpo con le tue dita in ogni parte,
essere esplorato dalle sue dita in ogni parte del tuo.”

Un'esplorazione, che scorre tra mente e corpo, in condizioni stabili e instabili, che è capace di digerire di tutto (materiali di recupero, oggetti e spazi ritrovati, ricami e patchwork) in una complessità morfologicamente simbolica e corporea. A volte intermittente, a volte alternata, a volte costante. Come l’amore.
3
Perché fare la topografia di un amore?
“Lui le danzava intorno, le tagliava le vie di fuga,
limitava sempre più il suo spazio, finché alla fine lei
non ebbe altro luogo dove nascondersi che le sue braccia,
il porto più antico del mondo.”
Ogni cosa somiglia a qualcos’altro. La fiamma mi ha insegnato il ritmo delle carezze, quelle lingue incandescenti… Avevo un’altra tempesta dentro di me, un turbine che mi faceva tumultuare il cuore come se avessi corso. Non mi sarei fermata prima di metterlo sotto di me, sopra di me, dentro di me… in quella felicità ciclica, assoluta. Perché lui somiglia al mare e il mio corpo era come l’arco del mito. Soltanto un uomo aveva la forza di tenderlo, e io avevo trovato quell’uomo. Volevo ridestare i suoi occhi per farli spegnere di nuovo con le mie carezze. Ma è vero che l’amore è muto, che non sa quello che dice? Ma poi ci trasforma… Perché tentare di classificare l’amore in un sistema, di farne una topografia? Per parlare dell’amore devi credere che sia qualcosa di diverso da quello che è.
Parla Timandra, innamorata di Alcibiade. È un amore di 2500 anni fa, nascosto tra le pieghe del tempo dove Atene e Sparta combattono ancora una guerra eterna. Che oggi continua ad essere metafora del presente che viviamo, ahimè.
Specchio della realtà, la donna, diventa tutto. È tutto.
Thòdoros Kallifatidis, scrive “Timandra” nel 1988. Nicola Crocetti traduce e pubblica questo straordinario romanzo, che è il capolavoro dello scrittore greco nato in Laconia nel 1938 ed emigrato in Svezia.
“Con il tuo corpo devono cominciare tutte le fantasie
e nel tuo corpo devono finire.”

2
Linea intera o linea spezzata?
Senti ardere le sinapsi. Entri nel dedalo. È come se le parole, che giungono da un’altra mente che abitava nel miele delle arnie e tra i fili del ragno nel soffitto, potessero sfumare gli orizzonti. Vedi come curva la terra? Allunga lo sguardo sul mare e punta dove finisce e inizia il cielo. Scorri lo sguardo geografico. Ti inquietano i bordi? Forse perché ora contengono il tuo evento? So come congiungere il respiro al tuo segno zodiacale, contro i grandi taciturni che avanzano tra le onde con le donne di legno sulla prua. Tu che vedevi l’assoluta metà di ogni cosa e l’immenso di una mano, ora non sai più giungere al cuore del punteggio e appare una forma di estinzione. Quanti baci di puro spavento, quanta neve sotto le lenzuola, quante volte. Con i corpi affondati e l’amore che smarrisce la strada. Poi verrà il tempo dell’intima complicità e non sarai più rapita dall’artiglio delle ore vuote, diventando ogni volta come la scorza staccata dal tronco. Ma (per me) l’intero sgomento di ogni cosa.
Milo De Angelis si arrabbierà perché ho utilizzato “Linea intera, linea spezzata”, la sua più recente raccolta di poesie edita da Mondadori, per intersecare (con squadre e compassi) l’assedio delle parole mie perse come i suoi volti. Scrive con mani di rugiada e diventa sottile il confine tra la gioia e il grumo più buio.
La città e l’urbano con il loro dedalo di parcheggi e garage, di autobus e supermercati, piscine e bar, autogrill e bowling, strade statali e parchi urbani si mescolano con canoe e sirene, maschere di ossigeno e gatti rossicci, pianure e bianchi precipizi, betulle e proiettili. Sono viaggi, dialoghi, tappe, udienze, incontri e scrutini, tutte condizioni che nella lineare struttura del linguaggio scritto, compongono intersezioni. In fondo non è la bidimensionalità del foglio a definire lo spazio. Un tecnico sa benissimo che il 2D non esiste, è solo una particolare condizione dello spazio tridimensionale: un piano di livellazione e di riferimento come un piano di sezione. Così anche per Milo De Angelis questa geometria mongiana serve solo a creare rappresentazione pratiche e utilizzabili, necessarie e apparentemente logiche. Sono proiezioni ortogonali e assonometrie in cui affiorano memorie come fantasmi, in cui l’esplorazione utilizza una bussola temporale che scorre fra l’infanzia e il futuro prossimo.
“Entrato in casa ho parlato ai tuoi gatti. Ho parlato al gatto rossiccio con braccialetto bianco al collo, che avevi sulle ginocchia. Poi ha fatto le fusa. Voleva che ci baciassimo. Improvviso il bacio è scoccato perfetto dalle nostre pupille. Forse un incantesimo di lucciole…”

L’artografico scrive? È una cucitura che dallo spazio linearmente cuce anche il corpo? È la mano la puntatrice grafica che come un laser di grafite produce il segno geometrico nello spazio? È incredibile come nella semplicità di un segno (posato tra il corpo e lo spazio orizzontale di un piano come di un foglio) si nascondano tante dimensioni spaziali e temporali.
1
L’enigmatico cuore della città
L’enigmatico cuore della città che nessuno di solito vede, fra squallidi e fortissimi scenari, attraverso gli scrostati fumigosi cortili stillanti di pioggia, fra i riverberi del lusso, negli antri antichi dei palazzi, giù per gli interminabili corridoio di linoleum, negli angoli delle catacombe del vizio, fra cigolii di pneumatici, frastorno di tornii, urla, pianti e risate di uomini instancabili e stanchi, affrettati baci…
Cosa voleva dire?
La stava fissando ma lei guardava sempre dall’altra parte. Era lei ma non era proprio lei. Perché se la prendeva tanto? Perché continuava a pensarci? Su, sii sincero. Come sarebbe a dire? Dimmi…
Mi piace la tua faccia quando sei arrabbiato. Il letto del resto è l’ambiente perfetto per fare piccoli litigi. Mostrarsi offesi, mettere il broncio, tampinarsi e provocarsi a vicenda, per la scherma dei dispetti così importante per dare gusto all’amore… nulla di calcolato, era proprio la loro assoluta freschezza e spontaneità ad eccitare, magari irritare e portare addirittura all’esasperazione. Sai che cosa ho io? Io sono la nuvola, io sono il fulmine, io sono l’arcobaleno… io sono terribilmente femmina. E in una specie di infantile esaltazione cominciò a ballare da sola. Era sicura di sé. L’alterno ritmo la trasportava avanti e indietro come un’onda ma nello stesso tempo era lei padrona e dominava l’impulso. Lui seduto la guardava scoraggiato. Lui non l’avrebbe mai raggiunta. Lei si trasformava in un disinteressato gesto di bellezza.
Lui subito la baciava sulla bocca. Lei ci stava, con apparente piacere, infilandogli fra le labbra la lingua, senza intemperanze… anzi con un certo ritegno quasi casto.
È, fra le mie parole, lo straordinario e inossidabile Dino Buzzati di “Un amore”. Non so perché, ma rileggendolo, ogni volta sembra di affondare il muso (del desiderio) nell’inguine (dell’amore). È così dolce credere all’amore, a quell’adorabile viltà, che immagina e inventa, che persuade e preoccupa, che echeggia prepotente a volte come se fosse tutta la casa a vibrare, e poi che, distesa nel letto, appoggiandosi ai cuscini della passione, brucia all’improvviso ogni incomprensione. È come credere che la città esista in una forma e in un cuore?
Certo i conflitti degli anni Sessanta ci sono tutti: maturità/giovinezza, borghesia/proletariato, illusione/realtà, inferni/paradisi, marxismo/fascismo, carità/moralismo. In una Milano che appare in ogni angolo di periferia e scorcio di case, ristagni di tempo come di pioggia, guglie a forma d’albero, diplomazie e inganni di percorsi e comportamenti, rabbia e inquietudine, gelosie e tradimenti. Lui l’architetto colto con la erre aristocratica e la “pronuncia così milanese” che si ritrova all’improvviso “denudato, frustato in pubblico e incatenato a un remo di galera”. Lei, fusa con adorabile viltà in una forma bellissima e capricciosa (tremenda e senza cuore), considerata di una “razza inferiore” destinata all’amore clandestino acquistabile a rate mensili. Niente di nuovo vero? La “trama lenta dei sogni”, l’eco delle parole nell’aria della stanza, il frastuono dei nights e degli amori a pagamento, rimangono incollati alle pareti del racconto. Cos’è in fondo una città?

È una seconda edizione (dei libri-transistor come chiamava allora questi tascabili la promozione della Mondadori) di grandissimo successo, dato che il romanzo aveva dopo due anni già superato le 171° migliaia di copie.
Forse la trama lenta dei sogni, l’estenuato torpore, il silenzio e quel vago rombo della vita lontana in cui si fugge dai pensieri abbandonati cercando (su e giù) nascondigli (del passato) in una notte (calda?) sono ancora attuali.
“Lei dorme accanto a me. Completamente nuda. Supina. Sento i palpiti lenti del respiro. Cosa c’è? Che cosa fai? Niente, ti guardavo. Sorride. Nella penombra il sorriso è un piccolo spiraglio bianco quasi fosforescente…”
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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