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Visualizzare Geo-spazialmente la Programmazione degli Investimenti Pubblici

Una riflessione sul ruolo e sui vantaggi offerti dai modelli informativi digitali geo-spaziali per la programmazione degli investimenti pubblici, e non solo, su un orizzonte di medio-lungo termine.

Sulla programmazione degli investimenti

La fase della programmazione degli investimenti pubblici in beni immobiliari e infrastrutturali appare sempre più rilevante, alla luce dei programmi attuali e prospettici.

L’argomento investe sia le politiche adottate dalla singola amministrazione pubblica, a partire dagli enti locali, sia i territori in cui insistono investimenti promossi da differenti amministrazioni, anche con il concorso dei capitali privati.

Sotto questo profilo, perciò, la logica con la quale si può immaginare di ideare politiche di sviluppo, di competitività e di produttività dei territori estesi e degli agglomerati urbani, un argomento decisivo per il Paese, è prettamente geo-spaziale.

L’approccio geo-spaziale di cui si ragiona nelle note presenti riguarda, ovviamente, anche gli investimenti privati che sono indirizzati al territorio in questione.

Il ruolo dei modelli informativi digitali geo-spaziali

Se si dovesse ragionare sui futuribili legati alla programmazione degli investimenti in edifici, in infrastrutture e in reti, oggetto, in particolare, dei contratti pubblici, su un orizzonte di medio-lungo termine, inclusi quelli che soggiacciono alla logica del Partenariato Pubblico Privato (PPP), si potrebbe immaginare che le amministrazioni pubbliche dispongano in avvenire di modelli informativi digitali geo-spaziali di natura geometrico-dimensionale e alfa-numerica in cui le componenti geometrico-dimensionali permettano di impostare la programmazione triennale e quella annuale in termini di visualizzazione degli aspetti legati alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Si tratta, infatti, come si è già fatto sporadicamente per finalità tendenzialmente monotematiche (nel rispetto della legislazione vigente in ambito comunitario relativamente alla protezione e alla sicurezza dei dati), di mettere a sistema, geo-localizzandole, grandi moli di dati eterogenei che raccontino il vissuto di una società territorialmente radicata e che siano in grado di far comprendere come gli interventi sui cespiti fisici possano generare impatti positivi a livello immateriale, a partire, a titolo di esempio, dalle condizioni di mobilità, di redditività, di orientamento, di assistenza socio-sanitaria, di inclusione, ecc.

Ciò che, non senza difficoltà, si è oggi, in effetti, in grado di rappresentare e di simulare è l’esistenza e il ruolo delle strutture di dati inerenti a edifici, a infrastrutture e a reti nella loro interazione con le strutture attinenti al territorio, tra ambiente naturale e ambiente costruito, ma ciò che è ancora assente è l’introduzione di strutture di dati correlate che raccontino, a livello individuale e collettivo, del vissuto dei cittadini.

Si pensi, ad esempio, ai criteri di efficientamento energetico attuato a livello di distretto urbano o a quelli legati alla mobilità dolce.

Sarebbe fondamentale, infatti, che le strutture e i modelli di dati utili a definire il quadro esigenziale di un territorio e della popolazione che vi insiste fossero rappresentabili, come è ormai possibile, appunto, geo-spazialmente e che tali strutture e tali modelli divenissero immediatamente interoperabili con le logiche e con i criteri economico-finanziari che presiedono alla valutazione della fattibilità di un investimento nei cespiti immobiliari e infrastrutturali, a partire da una anagrafe patrimoniale digitalizzata di carattere evoluto e avanzato che supportasse modalità di ispezione e di manutenzione preventiva, se non, addirittura, predittiva, del territorio.

Anagrafe digitale patrimoniale

A proposito delle anagrafi digitali, vale la pena ricordare come esse, non solo debbano essere configurate in modo incrementale ai fini dell’accertamento delle condizioni di conformità alla legislazione vigente, ma debbano essere gestite in maniera dinamica: di questa tendenza è testimonianza la popolarità del cosiddetto Digital Twinning.

L’interoperabilità tra ambienti digitali differenti, che tecnicamente deve essere affrontata in termini peculiari, si sta, però, mostrando anche nella veste di dialogo culturale tra universi e ambiti eterogenei che, tuttavia, concorrono allo stesso scopo e sullo stesso territorio.

Del resto, l’anagrafe digitale patrimoniale, che nel gergo settoriale si identifica con gli acronimi AIR (Asset Information Requirements) e AIM (Asset Information Model), relazionata alle politiche e alle strategie di incremento della funzionalità e del valore dei beni immobiliari e/o infrastrutturali tramite gli OIR (Organization Information Requirements), si sposa con la generazione di benefici attesi dalle opportunità presenti all’interno dei programmi di investimento mediante il Portfolio e il Programme Management.

Non è un caso, infatti, che, al netto della valorizzazione ai fini dell’alienazione dei beni disponibili, la focalizzazione per la digitalizzazione risieda nella funzionalità dei cespiti nei confronti dei loro utenti, come dimostra l’enfasi che si ripone sulle Operations.

Non si tratta, infatti, esclusivamente di ottimizzare le attività di ispezione e di manutenzione, bensì anche di definire indicatori (computazionali) atti a misurare l’efficienza della fruizione dei beni immobiliari e infrastrutturali, come se fossero cespiti produttivi a tutti gli effetti: collocati territorialmente e interconnessi tra loro, proprio come gli impianti manifatturieri della Quarta Rivoluzione Industriale.

In altri termini, diviene sempre più palese la possibilità di visualizzare immediatamente, vale a dire in assenza di mediazioni, una serie di condizioni e di indicatori essenziali per la configurazione delle strategie di sviluppo di un territorio che si traducano nella realizzazione o nella trasformazione dei manufatti oggetto della programmazione pluriennale concertata tra amministrazioni pubbliche che fungano da stazioni appaltanti e da enti concedenti, in maniera diretta o delegata, e che abbiano successivamente in carico la loro gestione nel corso della corrispondente vita utile di servizio.

È palese, d’altronde, che la razionalità originaria del sistema della programmazione pluriennale degli investimenti pubblici vada a integrare gli intendimenti di evoluzione ambientale, circolare, sociale ed economica dei territori con i vincoli del bilancio preventivo delle amministrazioni pubbliche coinvolte e li reifichi attraverso gli interventi di carattere immobiliare e infrastrutturale.

BIM e GIS: verso una gestione olistica dei flussi informativi per migliorare i processi decisionali

Ciò comporta, anzitutto, la costituzione di tali modelli informativi geo-spaziali tri-dimensionali (o meglio, considerando la pluralità di tematiche, multi-dimensionali) che integrino al proprio interno l’anagrafe digitale relativa al patrimonio immobiliare e/o infrastrutturale a carico, e che, di conseguenza, divengano il vero e proprio ecosistema digitale in cui agiscano tutte le unità organizzative coinvolte nella programmazione, nella attuazione e nella rendicontazione degli investimenti pubblici.

È interessante, in tema, osservare come, per le stazioni appaltanti e per gli enti concedenti, si renda sempre più urgente definire, tramite il cosiddetto atto organizzativo, menzionato nel D.M. 560/2017, così come novellato dal DM 312/2021, in attesa del Nuovo Codice dei Contratti Pubblici, destinato a sostituire il D.Lgs. 50/2016 e s.m.i., la riconfigurazione dei processi gestionali abilitati dalla digitalizzazione.

Il che farebbe sì che si superasse una percezione unilaterale di tematiche quali il BIM (Building Information Modeling) e il GIS (Geographical Information System), poiché questi e altri temi confluiscono nella gestione olistica dei flussi informativi tesi a migliorare i processi decisionali.

In questi modelli informativi geo-spaziali, dinamici, risiederebbero, perciò, appunto, sia gli aspetti relativi al Portfolio e al Programme Management, così come disciplinati dalla serie normativa UNI ISO 21500, sia gli OIR e gli AIR, contemplati nella serie normativa UNI EN ISO 19650.

Un simile modello informativo geo-spaziale, ad esempio, urbano o distrettuale, dovrebbe essere, perciò, altresì alla base della rigenerazione urbana e dovrebbe fornire ai decisori, agli operatori, agli investitori, ai finanziatori e ai cittadini, uno strumento di simulazione dinamica della formazione dei bisogni e delle soluzioni che per essi si possano prospettare: oltreché, ovviamente, di valutazione dei rischi connessi.

Si tratterebbe di creare una sintesi tra culture attualmente eterogenee e scarsamente dialoganti, al fine di creare una continuità di flussi informativi e decisionali dal livello della gestione di programmi e di portafogli di investimento sino alla generazione dell’avvio del singolo procedimento tecnico-amministrativo (o progetto, nel senso anglosassone di Project) e ai suoi processi di affidamento dei contratti pubblici e di gestione della loro esecuzione, ivi comprese, come detto, le attività di monitoraggio, di controllo e di rendicontazione.

È evidente, del resto, che proprio attorno al concetto di rischio si possa giocare quella convergenza tra universi separati, che, non a caso, non è particolarmente riuscita in occasione del controverso Super Bonus 110%.

Si noti, peraltro, che il tema della programmazione dello sviluppo dei territori e delle città, che nella formulazione dei Codici dei Contratti Pubblici, aveva visto storicamente nella programmazione pluriennale e annuale un caposaldo cruciale, si stia estendendo, per via del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) e del Piano Nazionale degli Investimenti Complementari (PNC), ai sistemi informativi dedicati al monitoraggio, al controllo e alla rendicontazione degli investimenti in corso di attuazione.

È chiaro, infatti, che si sta lentamente affermando una cultura della pianificazione, della programmazione, del monitoraggio, del controllo e della rendicontazione degli investimenti e dei corrispondenti interventi e contratti, che necessita, tuttavia, letteralmente di una collocazione geo-spaziale.

Il che permetterebbe di restituire una visione unitaria, così come di disporre di indicatori finanziari e non finanziari in grado di fornire una comprensione dinamica dei processi in atto, nell’ottica del Risk Management gestito a livello della intera organizzazione, come nello spirito della serie normativa UNI ISO 31000.

È sempre bene, infatti, rammentare come, ad esempio, per quanto riguarda il Governo Federale Tedesco, l’interesse strategico e istituzionale rivolto alla digitalizzazione del settore dell’ambiente costruito fosse, sin dall’inizio, legato alla mitigazione del rischio.

Questo primo livello dell’ecosistema digitale dovrebbe, poi, essere reso interoperabile con quelli, successivi, cosiddetti della piattaforma telematica di acquisizione e di affidamento dei contratti pubblici e dell’ambiente di condivisione dei dati, in cui definire i Project Information Requirements e gli Exchange Information Information Requirements, cioè il cosiddetto capitolato informativo, che funge da luogo di gestione dell’esecuzione dei contratti pubblici.

L’enfasi che attualmente, in questa particolare declinazione della nozione di digitalizzazione, sulla digitalizzazione del ciclo di vita del contratto è complementare, in ogni caso, al Project Life Cycle Management digitalmente abilitato ben esplicitato nella norma UNI/RT 11337-2:2021 e nel documento normativo in corso di estensione dedicato alla relazione che intercorre tra Information e Project Management.

È chiaro, allora, che questa ipotesi, senza soluzioni di continuità, permetterebbe di generare un contesto digitalizzato nel quale fosse praticabile una forma di intelligence e di prediction che includesse tutti i saperi disciplinari e tutte le unità organizzative delle amministrazioni pubbliche che si occupano di sviluppo del territorio.

Verso ecosistemi digitali sempre più articolati

Si noti che, allo stato attuale, l’ambiente di condivisione dei dati è concepito, in termini normativi, unicamente con riferimento al singolo procedimento-tecnico amministrativo, o Progetto (colla p maiuscola) che dir si voglia, ma è palese che tendenzialmente, nella prospettiva della continuità poc’anzi accennata, le dimensioni della programmazione triennale, del portafoglio pluriennale degli investimenti e del ciclo di vita del singolo contratto pubblico e del singolo investimento debbano gradualmente saldarsi.

Non si dimentichi, peraltro, che la nuova concezione dell’ambiente di condivisione dei dati verte su due aspetti fondamentali: la distinzione tra lo strumento di gestione dei flussi (Workflow Management), che origina da una accurata mappatura dei processi col fine ultimo della auto-esecutività, e le soluzioni tecniche che presiedono alla gestione, in futuro Machine-To-Machine, dei contenitori informativi, mediate da un connettore; la possibilità di interrogare l'ecosistema e di trarre da esso insight.

Da tale punto di vista, se, sfortunatamente, si constata che molte stazioni appaltanti ed enti concedenti si limitano, in difformità ai decreti ministeriali, a identificare la digitalizzazione con la adozione di qualche strumento specifico oppure con l’acquisizione di certificazioni di carattere professionale, si può, però, appurare che stia diffondendosi la consapevolezza che si debba, in maniera sistemica, partire dalla mappatura dei processi gestionali e dalla loro riconfigurazione organizzativa.

Ed è su tale piano che potrebbe avvenire la saldatura tra programmazione geo-spaziale degli investimenti, piattaforme telematiche di affidamento dei contratti pubblici e ambienti di condivisione dei dati.

Se, comunque, questi questioni appaiono stagliarsi su un orizzonte ancora piuttosto lontano, si può affermare che la trasformazione digitale investirà, tuttavia, assai gradualmente il tessuto committente, professionale e imprenditoriale, al netto del rischio di banalizzazione del tema, e farà sì che, accanto a soluzioni avanzate legate all’espansione progressiva dello spettro delle applicazioni digitali, la maggiore sfida riguardi la disseminazione e la penetrazione capillari delle pratiche elementari che, tuttavia, a loro volta, segneranno il punto di svolta più radicale, poiché attrarranno tutti gli stakeholder, e gli shareholder, entro un ambito generalizzato e unificato di piattaformizzazione.

Sarà, infatti, all’interno di essa che potenzialmente si possano giocare le operazioni di rigenerazione urbana nella declinazione della Renovation Wave Strategy promossa dalla Commissione Europea.

Il limite della concezione convenzionale secondo cui si sta proponendo la transizione digitale soffre, almeno a certe latitudini, di alcuni limiti strutturali che fanno sì che essa sia, invece, disarticolata nei tre grandi stadi della formazione dell’investimento (coi vincoli dovuti a indicatori finanziari e non finanziari e con l’attraversamento amministrativo), dell’affidamento dei contratti e della loro esecuzione e che la medesima evoluzione si giochi esclusivamente nel gergo e nella cultura, peraltro intrinsecamente conflittuale, degli attori e degli operatori (tecnici) del settore della costruzione e dell’immobiliare.

Al contrario, proprio la controversa esperienza del Super Bonus 110% e le impegnative politiche di efficientamento energetico dei distretti urbani, unitamente allo sviluppo immobiliare contraddistinto da sostenibilità ambientale, sociale ed economica, cercano, invano, di narrare una storia affatto diversa, nella quale sussista un fil rouge che leghi gli estremi iniziali e finali delle operazioni sotto, in primo luogo, il quadro finanziario, dal montaggio dell’operazione alla rendicontazione dell’intervento.

È proprio la possibilità che il profilo geo-spaziale offre di meglio discernere gli andamenti sociali ed economici di un territorio a fare intravedere la necessità di un dialogo più stretto e maggiormente fiduciario tra il settore della finanza e quello dell’ambiente costruito che, peraltro, sia supportato da indicatori dinamici e che si svolga entro un ambiente giuridico-contrattuale sempre più marcato dalla futura Computational Law.

Per quanto questo scenario tendenziale possa apparire remoto, è, come si ricordava, paradossalmente, il lascito nascosto del Super Bonus 110% (e delle relative occasioni mancate) a indicare come, in definitiva, il rafforzamento di una concezione olistica del montaggio e del pilotaggio dell’investimento, così come il supporto alla nascita di reti inter-professionali, inter-imprenditoriali e interculturali rappresenti la indispensabile premessa a una nuova generazione di rigenerazioni urbane.

Il darsi di un ecosistema digitale così vasto e pervasivo consente, peraltro, di individuare, alla luce delle regolamentazioni restrittive dell’uso dei dati, modelli democratici e modelli autoritari, impostazioni europee e impostazioni estra-europee.

Non ci si può, infatti, nascondere che un ecosistema digitale così articolato, come quello descritto nelle note presenti, richieda una gestione attenta delle sue ripercussioni nelle società occidentali democratiche.

È, del resto, chiaro che il settore dell’ambiente costruito rientri ormai a pieno titolo negli European Data Space (anche attraverso il Polo Strategico Nazionale) e dunque, che esso debba fare i conti con tematiche di grande sensibilità.

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