Cambiamenti climatici | Territorio | Città | Urbanistica
Data Pubblicazione:

Città sempre più calde: il policentrismo può diventare una risposta alla crisi climatica

Le temperature record spingono a ripensare il modello di sviluppo urbano italiano, puntando su policentrismo, recupero dei piccoli centri e riequilibrio territoriale. Una nuova Legge Urbanistica Nazionale potrebbe fornire la cornice per integrare consumo di suolo, servizi e adattamento climatico.

Le estati sempre più calde e l'intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico impongono di ripensare non soltanto le città, ma l'intero modello di sviluppo territoriale italiano. Alla rigenerazione e all'adattamento dei grandi centri urbani può affiancarsi una strategia di riequilibrio capace di valorizzare città medie, borghi, periferie e aree interne. Il policentrismo può così diventare uno strumento di resilienza climatica, ma anche di sviluppo economico e sociale. Perché questo modello sia realmente praticabile servono però servizi, infrastrutture e una pianificazione coordinata. In questa prospettiva torna centrale anche il tema di una nuova Legge Urbanistica Nazionale, capace di fornire una cornice comune alle politiche regionali.


Il caldo estremo riapre il tema della concentrazione urbana

Le temperature record suggeriscono una scelta pragmatica: fermare l’ulteriore concentrazione urbana e rilanciare, in modo strutturale, i nuclei periferici, i piccoli centri e le aree interne.
Le temperature eccezionalmente elevate delle ultime stagioni consigliano un cambio di rotta anche nelle politiche urbanistiche.
L’adattamento delle nostre città al cambiamento climatico non può essere affidato a schemi rigidi o a contrapposizioni ideologiche.

Servono politiche pragmatiche, fondate sui dati scientifici e capaci di considerare le caratteristiche geografiche, insediative e ambientali del territorio italiano.

Il punto non è contrapporre città e piccoli centri, né immaginare un ritorno al passato, in una sorta di déjà-vu. La questione è più concreta: come distribuire meglio popolazione, attività e servizi in un Paese nel quale alcune aree urbane hanno ormai raggiunto livelli di congestione e pressione ambientale difficilmente sostenibili?

Il nodo: una concentrazione urbana eccessiva

Per decenni una parte significativa dello sviluppo urbanistico ed economico si è concentrata attorno ai grandi poli urbani e alle loro cinture metropolitane. In molte zone della Pianura Padana questo processo ha prodotto una continuità insediativa pressoché ininterrotta, con elevata impermeabilizzazione del suolo, traffico, consumo energetico e crescente esposizione alle isole di calore urbane.

La densità, in sé, non è un male. Una città compatta può ridurre gli spostamenti, favorire il trasporto pubblico e rendere più efficiente l’erogazione dei servizi. Il problema nasce quando la concentrazione diventa polarizzazione, cioè quando una quota crescente di popolazione e attività viene attratta dai grandi poli senza un adeguato riequilibrio territoriale, con il conseguente progressivo spopolamento e impoverimento funzionale di ampie porzioni del territorio.

Per questo la rigenerazione delle grandi città deve essere accompagnata da una strategia di ragionevole policentrismo. Non per svuotare le metropoli, ma per evitare che diventino l’unica destinazione possibile per chi cerca lavoro, servizi, abitazioni e qualità della vita.

La proposta: valorizzare colline, borghi e territorio diffuso

L’Italia possiede una straordinaria articolazione territoriale fatta di città medie, piccoli comuni, borghi, vallate, aree collinari e territori rurali interconnessi. Questa struttura può diventare una risorsa anche nell’adattamento alle nuove condizioni climatiche.

Una politica di ragionato policentrismo non significa incentivare genericamente l’abbandono delle grandi città. Significa costruire una rete di territori realmente abitabili, nei quali servizi, lavoro, qualità ambientale e infrastrutture siano messi in relazione.

Le principali direttrici potrebbero essere le seguenti, senza escluderne altre.

Rafforzare i nuclei collinari e le aree interne

Dove le condizioni orografiche e climatiche lo consentono, i centri collinari possono offrire condizioni ambientali differenti rispetto alle pianure maggiormente urbanizzate. Non ogni collina è automaticamente più fresca, più ventilata o più vivibile: occorre valorizzare, caso per caso, le specificità microclimatiche e territoriali che possono contribuire alla resilienza complessiva.

Trasformare i borghi da luoghi occasionali a comunità permanenti.

Una parte del patrimonio edilizio dei piccoli centri è sottoutilizzata o destinata prevalentemente al turismo, quando non al progressivo abbandono. Recuperarlo, anziché costruire nuovi insediamenti, significa restituire abitanti a territori che possiedono già una struttura urbana, servizi essenziali e un’identità consolidata. Ciò può valere anche per indirizzare verso questi centri politiche e interventi di Edilizia Residenziale Sociale.

Rendere autonome e qualificate le periferie diffuse.

L’hinterland non può essere soltanto il luogo nel quale si dorme dopo aver lavorato nella grande città. Deve diventare una rete di centri con servizi propri, scuole, attività economiche, spazi verdi e collegamenti efficienti.

Un modello che l’Italia possiede già

L’Italia non deve inventare da zero questo modello. Una parte significativa del Paese è storicamente organizzata secondo una struttura policentrica: una costellazione di città medie, piccoli comuni e nuclei produttivi distribuiti tra pianure, colline e aree interne.

È un modello già noto, con caratteristiche diverse, in aree del Veneto, delle Marche e dell’Emilia-Romagna, ma presente anche in altre zone della penisola.

Anche esperienze come la Strategia Nazionale per le Aree Interne hanno evidenziato quanto sia importante affrontare insieme marginalità territoriale, servizi e qualità della vita. Oggi occorre fare un passo ulteriore: considerare anche la resilienza climatica come criterio della pianificazione territoriale, magari abbinandolo a un limite effettivo del consumo di suolo nelle grandi concentrazioni urbane.

Lo stesso vale per gli Smart Village: connettività digitale, telemedicina, servizi condivisi, mobilità flessibile e nuove modalità di lavoro possono rendere sostenibili comunità che in passato soffrivano soprattutto della distanza dai grandi poli.

In altre parole, il principio applicabile dovrebbe essere semplice: prima recuperare ciò che già esiste, poi valutare dove e se sia necessario costruire qualcosa di nuovo.

La vera condizione: i servizi

Nessuna politica di riequilibrio territoriale può funzionare se si limita a chiedere alle persone di trasferirsi nei piccoli centri.

Il policentrismo richiede un vero patto di sviluppo: sanità territoriale, scuole di prossimità, trasporto pubblico, viabilità, connessioni digitali veloci e servizi amministrativi devono essere garantiti anche fuori dalle grandi aree metropolitane.
La tecnologia può contribuire a ridurre le distanze, ma non può sostituire tutto. Sanità, istruzione e assistenza richiedono ancora una presenza fisica capillare. L’obiettivo non è quindi replicare nei piccoli comuni ciò che esiste nelle grandi città, ma costruire una rete di servizi adeguata alla loro dimensione e collegata ai centri maggiori.

Il riequilibrio territoriale, inoltre, non può essere pensato soltanto come una politica ambientale o demografica. Può diventare anche una politica di efficienza economica: una diversa distribuzione delle attività e della popolazione può contribuire, in determinate condizioni, a ridurre congestione, consumi energetici e costi sociali ed economici della concentrazione.

Dal policentrismo come idea alla politica nazionale

È qui che la questione diventa propriamente urbanistica e istituzionale, e quindi si trasforma in un’opportunità programmatica per la politica nazionale.

Non possiamo affidare il policentrismo soltanto alla buona volontà di qualche amministrazione locale o a singoli progetti sperimentali. Se il riequilibrio territoriale è anche una risposta alle nuove condizioni climatiche, deve diventare un indirizzo strategico nazionale.

Occorre quindi riaprire con decisione il tema di una revisione organica della Legge Urbanistica Nazionale, dopo decenni nei quali la pianificazione territoriale è stata progressivamente frammentata tra livelli istituzionali e normative regionali spesso molto differenti. Lo dico e lo scrivo da tempo.

Una nuova LUN dovrebbe fissare principi, obiettivi e criteri nazionali generali, lasciando alle Regioni la responsabilità di declinarli secondo le diverse caratteristiche territoriali. Ma proprio per questo dovrebbe essere abbastanza incisiva da orientare concretamente le legislazioni regionali: non una semplice dichiarazione di principi, bensì un quadro nazionale capace di indirizzare le scelte su consumo di suolo, rigenerazione urbana, riequilibrio insediativo, tutela delle aree permeabili, servizi territoriali e adattamento climatico.

Il principio del consumo di suolo a saldo zero dovrebbe quindi essere accompagnato da una strategia più ambiziosa: non soltanto consumare meno territorio, ma utilizzare meglio quello che abbiamo già costruito e distribuire meglio le opportunità sul territorio.

Le Regioni dovrebbero poter conservare la propria autonomia nella pianificazione, ma all’interno di una cornice nazionale chiara, misurabile e coerente con le nuove esigenze ambientali e demografiche.

Una diversa idea di territorio

ùIl tema climatico offre dunque l’occasione per ripensare una questione che non è soltanto ambientale, ma anche urbanistica, economica e sociale.

Le grandi città continueranno a svolgere un ruolo fondamentale e dovranno essere rese più verdi, permeabili, ventilate e resilienti. Ma parallelamente occorre evitare che ogni nuova dinamica demografica ed economica continui ad alimentare la concentrazione nei territori già fortemente antropizzati.
La vera alternativa non è città contro campagna, né metropoli contro borgo.

È la costruzione di un territorio policentrico, nel quale grandi città, città medie, piccoli centri e aree interne siano collegati da infrastrutture e servizi e possano offrire differenti opportunità abitative, economiche e ambientali.
Di fronte a estati sempre più calde, questa può diventare una delle grandi sfide della pianificazione italiana: non una fuga dalle città, ma una diversa distribuzione delle opportunità.

Una revisione organica e coraggiosa della Legge Urbanistica Nazionale potrebbe fornire alle Regioni la cornice necessaria per governare questa trasformazione e superare l’attuale frammentazione delle politiche territoriali.
Un’Italia meno polarizzata, più interconnessa e più capace di adattarsi al clima potrebbe essere, semplicemente, anche un’Italia più vivibile e più competitiva nel mondo
. E, al tempo stesso, meno energivora e quindi economicamente più sostenibile.

Cambiamenti climatici

Cambiamenti climatici e progettazione: articoli, strategie e soluzioni per mitigare gli impatti sul territorio, le infrastrutture e gli edifici. Una guida tecnica per progettisti e operatori del settore.

Scopri di più

Città

Progettare e rigenerare le città per il futuro: su INGENIO articoli, guide e progetti su urbanistica, mobilità, ambiente e resilienza sociale.

Scopri di più

Territorio

Gestione e sviluppo sostenibile del territorio: su INGENIO articoli, normative e strategie per pianificazione urbana e tutela ambientale.

Scopri di più

Urbanistica

Con questo Topic "Urbanistica" raccogliamo tutte le news e gli approfondimenti che sono collegati a questo termine, sia come disciplina, che come aggettivo. Progettazione e programmazione urbanistica, gestione dello sviluppo delle città e dei territori e normativa inerente al tema.

Scopri di più

Leggi anche